Tu non sei un gadget: critica o “mash-up di metafore”?

Ho iniziato a leggere Tu non sei un gadget : perchè dobbiamo impedire che la cultura digitale si impadronisca delle nostre vite / Jaron Lanier. – Milano : Mondadori, 2010 con molte speranze: mi era stato consigliato e fin dall’apparire dell’edizione originale in inglese è un libro che ha fatto parlare di sé. Cosa chiedere di più se non una critica all’attuale mondo digitale fatta da chi da sempre ci vive immerso dentro?

Bene, comincio a leggere e noto per prima cosa lo stile: piuttosto evocativo, butta sul piatto una serie di immagini dai contorni incerti (“Persone scomparse”, “L’apocalisse della rinuncia al sé” eccetera). Non è il linguaggio che preferisco trovare in un saggio ma fiduciosamente vado avanti. La mia posizione è: se hai qualcosa da dire, dimmela e non ricamarci tanto intorno, ma le mie aspettative nei confronti della lettura sono sufficientemente strumentali da farmi proseguire in attesa di qualcosa di più solido.

Di che cosa si parla?

La prima parte del libro è occupata da una polemica nei confronti della nicchia di tecnologi che teorizzano il prossimo avvento di un mondo di intelligenze artificiali così esteso e dominante nei confronti dell’umano da farci immaginare (e desiderare) che i nostri cervelli vengano infine scaricati nella grande rete universale e che lì vivano felici delle loro infinite connessioni. E’ ad esempio la teoria della Singolarità propugnata da Raymond Kurzweil (qualche tempo fa lessi una sua intervista su Wired, in cui veniva descritto come un signore di sessant’anni intento a fare ginnastica e ingurgitare integratori alimentari nella speranza di allungarsi la vita, e mi sembrò un personaggio un po’ sinistro, ma non posso dire di esserne una conoscitrice). Oppure, con meno pretese universalistiche, è la teoria della noosfera, la cloud digitale in cui confluiscono gli infiniti frammenti di informazione continuamente prodotti da un mondo di utenti interconnessi, e da cui ci si aspetta una sorta di auto-organizzazione verso un livello di conoscenza più alto, tale da superare le conoscenze di persone comuni ed esperti e a cui potersi affidare con fiducia nel determinare il mondo del futuro.

Non molto interessante a dire il vero… forse la polemica è troppo facile se il suo oggetto viene esagerato, o se è costituito da un tipo di fede estremista a cui crede solo un gruppetto di ricchi abitanti della Silicon Valley. Il mondo è grande. Provate a chiedere ad un qualunque impiegato del mondo se pensa che i computer siano davvero intelligenti: vi risponderà con una risata, oppure, a seconda dell’età e dei gusti, citando Neuromante, o Terminator, o Dollhouse…

Più interessante invece un altro aspetto: l’idea del lock-in, del modo in cui scelte dettate da necessità casuali e momentanee nella progettazione del software finiscano per essere perpetuate per inerzia, limitando le possibili alternative migliori. Qualche esempio: il concetto di file, le finestre di Windows, fino al modo in cui i social network più invasivi disegnano la pagina personale degli utenti e ne determinano le possibilità di espressione (rendendoli, questo sarebbe il senso del titolo, gadget dello strumento anziché autonomi utilizzatori). E’ quello che ha sempre sostenuto anche Ted Nelson (nome che non a caso appare in diversi punti del libro). “La cosa più importante di una tecnologia è come cambia le persone”. D’accordo, ma anche viceversa: ci sono centinaia di sociologi sparsi per il mondo che studiano l’esatto contrario, ovvero come le persone influiscono, con le loro modalità d’uso, sulle caratteristiche originarie delle tecnologie, e la cosa a me non sembra meno importante. L’idea, adombrata in tutto il libro, che veramente le persone finiscano per essere determinate dalla loro… pagina Facebook è semplicistica, oltre che non dimostrata. Accettabile come monito, ma debole nella trattazione che ne viene fatta qui.

Ci sono comunque alcune idee condivisibili in direzione di quello che Lanier chiama un uso “umanistico” della rete, che faccia emergere il valore degli individui a discapito del comportamento conformista delle masse. Giusto per averne un’idea, dal piccolo elenco di regole a p. 30: “Non pubblicate nulla anonimamente a meno che non corriate dei veri rischi” (assolutamente d’accordo), “Create un sito web che dice qualcosa di voi senza conformarvi ai modelli standard disponibili sui siti di social network” (date un’occhiata al suo) e “Ogni tanto, pubblicate un video la cui realizzazione vi abbia richiesto cento volte il tempo necessario per guardarlo” (sì, Lanier è simpatico anche se il suo libro non mi piace!).

Peccato perciò per le molte estremizzazioni retoriche come definire Google Books “una sorta di colossale progetto Manhattan di digitalizzazione culturale” (p. 63), o sostenere che “gli episodi che hanno per protagonisti i troll non sono incidenti isolati, sono lo status quo del mondo on line” (p. 83). O ancora (arghhhh!): “i modelli del Web 2.0, come i wiki, tendono a promuovere la falsa idea che esista un’unica verità universale in campi dove non è così” (p. 106, bell’esempio di fraintendimento di cosa significhi Neutral Point of View). Viene il dubbio che sia all’opera anche un certo stile da predicatore americano che forse a noi suona un po’ troppo ingenuo se non stonato…

Seconda parte del libro: Il futuro del denaro. Questo è un problema reale. Guardate il pulsante Donazione nella colonna a destra di questo blog e chiedetevi perché si trova lì: come verrà ripagata l’infinita quantità di lavoro che un esercito di “contadini digitali” (bella definizione) riversa nella rete e da cui pare che solo i mega-aggregatori come Google riescano a trarre guadagno? Questa è davvero una questione aperta, sia che si parli di come ricompensare il lavoro che viene svolto principalmente per passione, sia di come molte professioni, quella dei musicisti come esempio tipico, siano state travolte dalla diffusione digitale dei contenuti.

Ma ecco rispuntare il predicatore: “In un mondo in cui tutto è delegato alla folla, i contadini della noosfera si troveranno di fronte alla fosca alternativa fra un graduale impoverimento a opera di un capitalismo retto dai robot e un socialismo della disperazione, pericolosamente repentino” (p. 109). O ancora: “Se volete sapere che cosa sta veramente succedendo in una società o in un’ideologia, tenete d’occhio dove vanno i soldi. Se i soldi finiscono in pubblicità anziché andare ai musicisti, ai giornalisti e agli artisti, allora una società è più interessata alla manipolazione che alla verità o alla bellezza. Se i contenuti non valgono niente, allora le persone cominceranno a essere prive di contenuti, le loro teste a svuotarsi” (p. 110).

Alla fine, la proposta concreta di Lanier consiste nel riproporre una vecchia idea di Ted Nelson in base a cui tutto il digitale si dovrebbe pagare con una sorta di tassa grazie a cui tutti ci troveremmo giustamente ricompensati e paganti a seconda di quanto diamo e quanto prendiamo in rete. Un’idea così generale (all’incirca quanto quella che “il software com’è pensato oggi fa schifo”) che non si riesce a schierarsi né a favore né contro. Come funzionerebbe? Chi si incaricherebbe di renderla funzionante? Saperlo non importa a Lanier, perché questa sorta di patto universale “esalterebbe al massimo grado l’individualità, perché conferirebbe valore all’espressione personale” (p. 134) e tanto basta.

A meno che non si vogliano considerare più concrete alcune proposte di soluzione al problema della remunerazione intellettuale come quella della “teleprestazione a pagamento” degli artisti o del “songle” (un componente hardware incorporato in oggetti d’uso quotidiano che permetterebbe ad esempio di accedere a della musica legalmente acquistata, per chi si vuole cimentare a p. 144) o le proposte francamente incomprensibili in materia di finanza (sì, esatto).

Terza e quarta parte: sorpresa. Comincia un altro libro, che lentamente ci porta dentro l’ampia gamma delle passioni di Lanier (che un tipo noioso non lo deve essere davvero), impossibili da sistematizzare in un resoconto del tutto coerente: comincia col racconto di un giovane Jaron che, insieme a nient’altro che Richard Stallman (“i due giovani smanettoni più incasinati, capelloni ed eccentrici del pianeta”, p. 163) dà vita al Free Software Movement, per dirci però che attualmente “il dogma politicamente corretto secondo cui l’open source è ipso facto la strada migliore per la creatività e l’innovazione non è supportato dai fatti” (p. 166). Prosegue con un’analisi della musica post-digitale e della sua scarsa originalità rispetto ai modelli del passato. Denuncia il fatto che la pratica del remix porti ad una perdita di significato dovuta alla mancata conoscenza del contesto originario in cui le singole opere sono nate. Ma quando si comincia davvero a capire che siamo entrati in un altro libro è quando escono fuori la biologia sintetica (in difesa del principio di creatività individuale), i progetti di divulgazione della matematica soffocati dalla rigidità dell’esposizione nelle voci di Wikipedia, il computazionalismo, la semantica, se gli umani abbiano sviluppato il linguaggio a partire dalla loro capacità di percepire odori, il rischio che in una “infinita Wikipedia borgesiana … tutte le parole perderebbero significato” (p. 227), fino alla quinta e ultima parte, Umori del futuro, che si libera di ogni remora e ci parla di rallentamento del cambiamento culturale a fronte dell’accelerazione continua delle tecnologie, di cefalopodi, di realtà virtuale

Intendiamoci, l’ “altro” libro è probabilmente il migliore, il meno costruito a tavolino, quello che forse rende giustizia della creatività di Lanier e che in definitiva è più stimolante, anche se non sempre di facile lettura. Forse, l’ultimo colpo di coda del libro, in cui si parla del progetto di creare un nuovo modo di produrre software che offra “una via d’uscita dalla prigione delle ontologie predefinite e soggette a lock-in” (p. 249) è quello che mostra in trasparenza il Lanier migliore: “un umanista dal cuore tenero come me sa essere radicale e ambizioso come qualsiasi totalitarista cibernetico, tanto nella scienza quanto nella tecnologia, pur continuando a essere convinto che le persone meritino una considerazione diversa, perché rappresentano una categoria speciale.” (p. 249)

Apprendiamo dai Ringraziamenti finali che il libro è costituito in parte da rielaborazioni di scritti precedenti… che sia questo che non ha funzionato? Forse la polemica verso il fanatismo digitale e il morphing nei cefalopodi non stanno tanto bene insieme in un unico libro? In ogni caso, meno retorica avrebbe aiutato, perché, di certo, non sembra che uno come Lanier ne abbia bisogno per difendere le sue idee.

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