Why DRM doesn’t work, or the COSLA eBook Feasibility Study for Public Libraries

In giugno è stato pubblicato negli USA il report finale del COSLA eBook Feasibility Study for Public Libraries.

Una sintesi dei risultati si trova su Library Journal.com, ma il rapporto è abbastanza breve e credo valga la pena leggerlo per intero, perché rappresenta una sintesi di temi che in America sono stati affrontati in anticipo rispetto al panorama europeo.

COSLA sta per Chief Officers of State Library Agencies, un organismo indipendente che raggruppa i responsabili delle agenzie statali e territoriali statunitensi. Il rapporto, attraverso l’analisi di interviste fatte a responsabili di servizi bibliotecari e ad esperti di altre professioni, tenta di sintetizzare la molteplicità dei problemi e delle potenzialità che le biblioteche pubbliche si trovano ad affrontare rispetto al mondo dell’ebook, sia nei confronti dei rapporti coi rivenditori, sia dal punto di vista dei servizi e dell’utente finale.

Le aree in cui vengono sintetizzate le interviste ai Library Leaders (che provengono, è interessante notarlo, da biblioteche pubbliche urbane, suburbane e rurali), sono quelle dei device, dell’accesso, della cooperazione e dei nuovi possibili ruoli della biblioteca pubblica. Vediamoli uno per volta.

1. I device: cambiarli, prestarli

E’ la nuova generazione di ebook reader (in particolare, grazie agli schermi eInk) ad aver creato un’improvvisa domanda di ebook. Eppure, secondo molti degli intervistati, sarebbero preferiti i device in grado di svolgere più di una funzione (come gli iPhone) rispetto agli apparecchi dedicati esclusivamente alla lettura. Importante anche un design che risponda alle esigenze della lettura in profondità o fatta per piacere, da una varietà di posizioni di riposo.

Gli ebook dovrebbero supportare molti generi di media (video, audio, web eccetera) e rappresentare un’esperienza di lettura interamente nuova, e non limitarsi ad essere un testo su uno schermo. Ma i device per fruirne dovrebbero sempre mantenere alcune caratteristiche che i lettori desiderano: ad esempio, la possibilità di creare e salvare annotazioni dal testo, di fare browsing e scaricare ebook in modalità wireless, dall’apparecchio stesso, di modificare ampiezza dei caratteri e luminosità, di usufruire di un’opzione audio per le persone dislessiche o con problemi di vista, di avere incorporati vocabolari e strumenti di traduzione.

L’ipotesi da cui era partito il COSLA all’inizio dello studio, se cioè convenisse ipotizzare un ruolo diretto per le biblioteche nella produzione di un device dedicato alle esigenze di chi usufruisce dei servizi bibliotecari, viene scartata da tutti gli intervistati. I grandi nomi che occupano questo mercato ci fanno rapidamente capire il perché… L’ipotesi di dare in prestito i device è invece oggetto di opinioni diversificate, ma la tendenza generale è verso un modello di “prestito limitato”, intendendo con ciò l’avere a disposizione qualche device con cui gli utenti possano familiarizzarsi piuttosto che un reale servizio di prestito generalizzato. L’ostacolo principale, naturalmente, è costituito dal prezzo degli apparecchi e dalla loro fragilità.

(Non a caso, mi pare, analoghe esperienze in Italia stanno avendo luogo in realtà bibliotecarie piccole o medio-piccole, in cui probabilmente esiste un bacino di utenza affezionata, conosciuta e quantitavamente limitata con cui ha senso fare sperimentazioni di questo tipo).

2. L’accesso: alto interesse, bassa usabilità

Molti concordano nel dire che gli ebook stanno sempre più attraendo o mantenendo in biblioteca gli utenti che amano questo formato o che ricercano la convenienza (utenti che si precipitano in biblioteca alla ricerca di ebook con in mano il loro primo e-reder: un’immagine che vedremo presto anche in Italia?)

Non sempre, però, a causa delle limitazioni sui cataloghi disponibili e delle condizioni imposte dai rivenditori, la biblioteca è in grado di dare una risposta efficace a questa domanda, valga per tutte l’immagine riportata a p. 9 del Report e ironicamente intitolata Why DRM doesn’t work, or How to download an audio book from the Cleveland Public Library, che illustra i troppi passaggi che l’utente è costretto a fare con esiti talvolta infelici:


Il tema dell’accesso ai contenuti digitali si lega inoltre strettamente a quello del digital divide: non solo si tratta di possedere un computer proprio e una connessione alla rete, ma occorre anche affrontare la resistenza all’acquisto da parte degli utenti di ebook reader che costino più di 100 dollari circa e che svolgano questa sola funzione.

Ma soprattutto, la necessità di regole che le biblioteche sono normalmente forzate a rispettare per assicurare un accesso ragionevole per tutti (mettiamo, la durata del prestito), e che agli utenti possono sembrare complicate, non viene affatto meno con gli ebook.

I modelli in base ai quali garantire l’accesso ai contenuti sono qui sostanzialmente due: il primo è il modello “one copy-one user” che, con una forzata analogia con l’analogico, consente il prestito dell’ebook ad un utente per volta, cozzando contro ogni logica digitale di sharing (che porterebbe piuttosto alla formula “one copy for all”), ma che contiene i costi per la biblioteca. Il secondo è il modello delle collezioni “in affitto” che consente di mantenere sempre disponibili per la pluralità degli utenti tutti i titoli, ma che alza i costi per la biblioteca e non garantisce la proprietà degli oggetti digitali (come avviene per l’accesso alle banche dati online che conosciamo oggi).

In entrambi i casi, spiegare agli utenti quale sia la logica delle restrizioni che vengono loro imposte non è facile, molto più difficile anzi che spiegare perché non rispettare i tempi previsti per la restituzione di un libro danneggi gli altri utenti!

Una nota positiva viene invece dalla possibilità di ampliare l’utenza dei servizi bibliotecari attraendo persone come i pendolari o coloro che abitano fisicamente lontani dalle biblioteche, che senza un accesso digitale non avrebbero usufruito di alcun servizio. Analogamente, i servizi digitali possono almeno in parte compensare eventuali riduzioni del personale e dell’orario di apertura.

3. Lavorare insieme: acquistare potere e influenza

La cooperazione sembra essere la strada obbligata per affrontare questo particolare momento: tutti gli intervistati risultano già partecipare a programmi di acquisto collettivo, ma molti indicano come necessario per assicurarsi un ruolo contrattuale migliore un livello di collaborazione più alto, nazionale o persino internazionale. L’ipotesi non è naturalmente esente da perplessità, ad esempio riguardanti la reale fattibilità di un organismo del genere, la sua funzionalità, e le difficoltà legate alla necessità di giustificare agli amministratori locali uno sforzo economico che andrebbe ben oltre i confini territoriali.

La frustrazione percepita rispetto a quanto poco paiano contare le biblioteche di fronte a rivenditori ed editori è però condivisa da tutti. Le prove di tale incapacità di far valere le proprie esigenze si trovano ad esempio nell’eccesso di restrizioni dovute al copyright e in DRM che rendono i titoli difficili da far circolare, nei contenuti troppo costosi, nella mancanza di formati standard che funzionino su ogni device, nelle modalità di acquisto separate a seconda del formato, e nei requisiti delle licenze accordate alle biblioteche che ignorano la maniera in cui le persone concepiscono e utilizzano i media digitali in un modello di condivisione.

Oltre all’ipotesi di un pool di acquisto nazionale, potrebbe aiutare ad aumentare l’influenza delle biblioteche ogni tentativo di mostrare agli editori come le biblioteche non siano loro concorrenti, ma loro alleate. Benvenuti allora, ad esempio, degli studi che indaghino la correlazione fra uso in biblioteca e vendite dei libri.

Infine, c’è chi non esclude un ruolo per le biblioteche pubbliche nella produzione diretta di contenuti digitali di qualità, coltivando nuovi autori e permettendo la circolazione gratuita delle loro opere nelle biblioteche. L’ipotesi suona utopistica, ma non mancano esempi in questa direzione, come quello del British Columbia Books Online project che intende valorizzare contenuti di interesse locale.

4. Nuovi ruoli: andare oltre i contenuti

Arriviamo qui alla parte più propositiva e provocatoria di questa sezione del rapporto.

L’idea di base è che gli ebook annuncino una transizione verso un nuovo assetto della professione, transizione che partirebbe dall’abbandono di funzioni che le biblioteche pubbliche potrebbero non essere più in grado di fornire in modo utile. Traduco direttamente:

“I servizi di reference sono stati investiti da uno sconvolgimento simile quando Google e Wikipedia hanno cominciato a rivelare come la gente preferisca degli strumenti self-service e privilegi spesso la comodità a scapito della qualità. In molti tipi di ricerche, un risultato “abbastanza buono” è buono abbastanza. Le biblioteche non hanno più bisogno di vedere se stesse come il luogo principale in cui la gente si reca per un reference veloce o per controllare semplici fatti. Ciò lascia tempo e denaro per occuparsi di qualcosa di più profondo e più ricco.

Il ruolo principale della biblioteca pubblica come istituzione democratica che procura e organizza contenuti per il bene pubblico può ugualmente aver bisogno di essere analizzato e riequilibrato rispetto a ciò che altri fornitori possono fare in modo più efficiente, e rispetto al modo in cui le persone preferiscono oggi ottenere le informazioni. Se le biblioteche pubbliche non necessitano più di preoccuparsi così tanto del loro ruolo di archiviazione e di fornitura di materiali, in che modo dovrebbero perseguire la loro nobile missione di supporto di una vivace vita intellettuale nelle loro comunità?

Alcuni intervistati affermano che le biblioteche dovrebbero spostarsi dalla funzione di deposito di contenuti e divenire centri comunitari per l’apprendimento e per gli eventi culturali. Essi raccomandano di focalizzarsi in modo più forte sulle performance, sui programmi, sugli storytelling, e sull’uso degli spazi fisici per le interazioni sociali che permettano alle persone di ascoltare, imparare, incontrarsi, e mescolare insieme significati condivisi. Questi intervistati immaginano un’esperienza dell’informazione più curata e mediata.” (p. 13)

Alcuni esempi in questa direzione: le biblioteche scolastiche della Cushing Academy in Massachusetts, che si sono liberate di tutti i loro libri a stampa e si sono trasformate in interactive learning center con eInk reader per tutti, e la Poets House di New York, che ha legato alle proprie collezioni di poesia un calendario regolare di eventi sul tema.

Per finire su questa prima parte (in attesa della seconda che comprende i pareri di professionisti derivanti anche dal mondo dell’industria dei contenuti), qualche citazione diretta tratta dalle interviste, fra quelle che mi hanno colpito di più:

“Voglio un romanzo olografico. Voglio che se ne esca fuori dalla pagina, in ogni lingua che voglio, e voglio partecipare alla storia” (p.8)

“Ho avuto un signore sulla settantina, ha comprato un Kindle e gli è piaciuto. Mi ha detto: Oh mio dio, sono preoccupato per lei. Lei non ha un futuro.” (p. 14)

Come prima conclusione, mi sembra in ogni caso interessante notare il fatto che il lavoro del COSLA, partito dai device fisici, e con un’ipotesi forte di presa in carico di un ruolo nella definizione del loro design, sia rapidamente approdato al tema del ruolo mutante delle biblioteche pubbliche. Significativo, o no?

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