Accesso aperto alla conoscenza. Accesso libero alla biblioteca

In attesa di concludere la sintesi del COSLA eBook Feasibility Study for Public Libraries, non posso non mettere giù qualche parola sull’esperienza del 56° congresso dell’AIB che si è appena concluso a Firenze.

Purtroppo sono stata presente solo nelle giornate di giovedì e venerdì, so che mercoledì gli interventi sono stati interessanti e perciò spero che qualcuno vorrà raccontarli qui o in qualche altra sede. D’altra parte, già due giornate hanno prodotto in me una notevole quantità di appunti e un’ancora più notevole quantità di impressioni, perciò tenterò di fare una sintesi di entrambi gli aspetti.

Il titolo del convegno, Accesso aperto alla conoscenza, accesso libero alla biblioteca, già si presentava bifronte. Ed effettivamente i contenuti si sono concentrati con un buon equilibrio sulla tematica dell’Open Access in senso lato, e sui problemi della censura, dell’accesso, del ruolo delle biblioteche pubbliche, insomma della diffusione distribuita della conoscenza.

Cito solo alcune persone e alcuni aspetti.

Primo fra tutti Paolo Traniello che, annunciando il suo pensionamento nello stile un po’ sorridente e un po’ malinconico che mi sembra lo contraddistingua, ricorda di aver visto fino ad almeno un paio di anni fa, all’interno di una scuola romana, un armadio vecchio, sprangato e con un bel cartello con sopra scritto “biblioteca”, a ricordarci mi pare la strada da fare oltre a quella già fatta!

Jean-Claude Guédon dell’Università di Montreal, parlando invece di Open Access, mi colpisce per due aspetti. Il primo è la sua richiesta di sostituire ad un sistema di valutazione dei risultati della ricerca scientifica basato sull’eccellenza, un sistema che consideri invece la qualità reale e diffusa della ricerca, in un’ottica di spostamento dalla competizione alla conversazione. Il secondo è – nell’ottica della teoria dei beni comuni – la definizione della conoscenza come bene diffuso da diffondere, al di là dei confini della ricerca scientifica in senso stretto, fra i cittadini, trovando metodi per farlo di cui l’open Access costituisce probabilmente solo un primo passo. Se per caso non avete letto La conoscenza come bene comune curato da Hess ed Ostrom e vi interessa questo aspetto in particolare, avevo provato tempo fa a riassumere qui il contributo di James Boyle Merton liberato? Accesso libero e decentralizzato a materiali culturali e scientifici.

Gino Roncaglia parla invece qui degli strumenti dell’Open Access nella formazione, citando il caso degli Open Courseware (il più celebre, quello del MIT, fu ideato da bibliotecari) come esempio di come la didattica riusabile possa sfruttare, oltre agli strumenti dell’e-learning, anche risorse legate alla tradizionale didattica in presenza. Un esempio italiano è costituito da Federica, il pacchetto didattico liberamente fruibile messo a disposizione dall’Università di Napoli Federico II.

Paul Ayris (LIBER – University College London), facendo un’analisi del valore economico dell’Open Access, accenna al fatto di come il materiale ad accesso pubblico possa costituire una fonte utile anche per il mondo dell’industria, dimostrando come non esista necessariamente una contrapposizione netta fra esigenze commerciali e spinte verso la maggiore distribuzione possibile della conoscenza, al contrario. Lo stesso Roncaglia aveva d’altra parte già ricordato come, dopo l’apertura degli Open Courseware del MIT, anche la MIT Press avesse conosciuto un momento di espansione commerciale dovuto all’effetto generale di visibilità dei suoi prodotti.

Concludono la mattinata di giovedì l’intervento di Giovanna Malgaroli sul progetto Nati per leggere e quello di Galante della Queens Borough Public Library of New York, insomma si spalancano le porte sulla biblioteca pubblica!

Da Thomas Galante in particolare esce il quadro di una situazione di ricchezza in termini di numero di biblioteche, staff, risorse finanziarie, collezioni e programmi per la comunità che lascia tutti senza fiato. Per un bacino d’utenza di 2,3 milioni di persone ci troviamo di fronte a 62 biblioteche, con 1000 persone che lavorano a tempo pieno per una comunità rappresentata per la maggioranza da cittadini immigrati. Ma Galante li chiama semplicemente “nuovi americani”, (direi che abbiamo qualcosa da imparare…) e ricorda come spesso essi provengano da paesi che non conoscono servizi bibliotecari per il grande pubblico. Un intero mondo da costruire, dunque, che si cerca di far vivere attraverso attività post-scolastiche per i ragazzi, formazione alle tecnologie, corsi per le famiglie (primi fra tutti, quelli di inglese), eventi culturali anche gestiti direttamente dalle comunità, programmi per la salute (ecco quanta strada abbiamo ancora da fare), collezioni in lingue che mutano a seconda dei flussi migratori (un operatore della Queens Library: “Si possono mappare i problemi del mondo sulla base delle lingue parlate in biblioteca”), partnership con biblioteche di altri paesi.

Un elemento che mi sembra riassuma il senso generale e il successo di questo modo di lavorare: per 62 biblioteche situate in quartieri non facili di New York, soltanto due hanno bisogno di guardie. Nelle altre, è il coinvolgimento attivo del pubblico, a partire dai teenager, a renderle superflue.

Il venerdì mattina è invece il momento della tavola rotonda su “Conoscenza e Democrazia” a cui ho l’onore di partecipare. Che sia davvero un onore lo dimostra il fatto che, mentre nel mio intervento sto ipotizzando di metterci tutti a lavorare per Wikipedia, entra in sala Antonia Ida Fontana (per un momento mi chiedo se mi trovo davvero nel posto giusto!), ma andiamo con ordine…

Il taglio della tavola rotonda è ampio e vario, cosa che mi pare ne abbia garantito l’interesse.

Marcello Andria illustra il tentativo di aprire le biblioteche dell’Università di Salerno al territorio circostante affrontando i rischi insiti nell’assumere una funzione più ampia di quella prevista istituzionalmente (ma guardando il wall della loro pagina Facebook mi sembra che si tratti di un ibrido ben riuscito!).

Alfredo De Feo cita fra gli altri i temi dell’autonomia dei bibliotecari all’interno della Biblioteca del Parlamento europeo, del dovere di trasparenza nel lavoro delle istituzioni pubbliche, della scelta di non aprire la biblioteca del Parlamento al pubblico generico, chiedendosi se sia sempre difendibile e quali sarebbero invece i costi derivanti dall’apertura.

Giovanni Galli dell’Istituzione biblioteche del Comune di Parma tratta il tema della biblioteca come fattore di democrazia riallacciando l’esperienza della gestione sociale della biblioteca degli anni ’70, poi abbandonata a favore dell’autonomia professionale dei bibliotecari, alla pratica odierna della responsabilità sociale, e quindi all’obbligo alla rendicontazione che si esprime nei bilanci sociali, ricordando anche un prossimo incontro sul tema a cura di AIB Emilia Romagna (terremo d’occhio l’agenda).

A proposito di rendicontazione, nota alcune possibili criticità: al di là della misurazione dei dati, la diffusione dell’informazione sui risultati ottenuti va fatta in modo attivo, rivolgendosi a tutti i possibili portatori di interessi coinvolti. Ma sulla stessa definizione di chi siano tali portatori di interessi va fatta attenzione, se si vuole evitare il rischio che sia l’istituzione a predeterminare in modo rigido chi sono i suoi interlocutori, chiamando in un processo di cooptazione alcune categorie di cittadini a discapito di altri (primi fra tutti, gli utenti potenziali con cui la biblioteca non è in contatto).

Un secondo elemento citato da Galli mi convince un po’ meno: porre in relazione democrazia e biblioteca chiedendosi quanto possa essere paritetico il rapporto fra bibliotecario ed utente, e rispondendo che occorre ribadire ancora oggi la funzione in qualche misura “educativa” del bibliotecario. Non mi convince molto non tanto nella risposta, quanto forse nel modo di porre la questione. Se è innegabile il mio ruolo di “superiorità” nel momento in cui scelgo un titolo per la collezione e ne scarto un altro, è davvero utile porre la cosa in questi termini? Siamo sicuri che gli utenti ce la riconoscano, questa funzione? E siamo sempre preparati per svolgerla?

Paola Gargiulo ha fatto un bell’elenco di questioni legate al tema delle barriere alla conoscenza citando i modelli della comunicazione scientifica alternativi a quelli commerciali, i problemi legati a DRM e multicanalità, le chiusure delle industrie dei contenuti che creano limitazioni alla creatività… In positivo, il possibile ruolo delle biblioteche in tema di gestione dei metadati, interoperabilità, diffusione di un modello di trasparenza nel lavoro di referee scientifico, information literacy, collaborazione con gli editori e via dicendo. Ma questo tenendo presente che il “bibliotecario” dovrà ridefinirsi in nuove figure professionali e in nuove specializzazioni, puntando nel contempo ad un riposizionamento generale della istituzioni, sempre meno “biblioteche” e sempre più Research and Learning Environment.

Antonia Ida Fontana (direttrice – ma ancora per poco tempo – della Biblioteca nazionale centrale di Firenze) cerca di andare oltre la triste e nota situazione della Centrale per chiedersi quali siano le modalità per ridurre le spese senza ridurre i servizi. Risposte possibili stanno nella coordinazione dei servizi, in investimenti che producano anche entrate (da facsimili, vendita dei diritti all’immagine, spazi espositivi a pagamento eccetera), ma anche nei processi di partecipazione dei cittadini, in un terzo settore che vada oltre le semplici funzioni di sorveglianza che conosciamo in tanti musei ed istituzioni culturali e si spinga ad un uso più efficace delle competenze presenti. Fontana cita ad esempio i suoi ex colleghi oggi pensionati che ancora lavorano alla Nazionale con compiti di grande responsabilità, ma si spinge anche a dire che è necessaria una collaborazione fra le generazioni in cui siano gli anziani ad aiutare i giovani in questo difficile momento.

Ad essere sincera, devo ammettere che questo mi colpisce molto positivamente. Non sono molte le persone sul punto di andare in pensione che ho sentito mettere la cosa in questi termini, proprio ora che una questione di equità fra le generazioni sta venendo prepotentemente alla ribalta…

Serena Sangiorgi, tirando le fila del congresso e dei tanti temi trattati, ribadisce la necessità di mantenere una visione a 360 gradi della professione, sulla base della moltiplicazione delle competenze e delle figure professionali che si vanno definendo intorno alle biblioteche, mentre Claudio Leombroni ci regala un discorso caldo e sincero sul lavoro svolto per il CEN attualmente a fine mandato, ricordando la dimensione di impegno e di idealità che sta dietro al lavoro quotidiano dell’associazione.

E poi certo, nel mezzo di questi interventi c’è stato anche il mio, che potete leggere per intero su Slideshare, nella forma degli appunti a cui sono comunque stata abbastanza fedele. Naturalmente, il mio intervento ha costituito semplicemente un punto di vista personale, ma vorrei anche aggiungere qualcosa sulla sensazione generale che ho provato nell’esporlo.

Nei giorni precedenti, mentre lo scrivevo, ho pensato diverse volte che alcuni punti avrebbero rischiato di essere percepiti come delle provocazioni, e mi sono chiesta se fosse quello il contesto giusto in cui farle. Ora posso rispondere che quello è stato davvero il contesto giusto in cui farle.

Ho l’impressione che la situazione di crisi generale – i tagli economici alle biblioteche, i casi di censura come quello accaduto in Liguria in cui l’associazione si è esposta senza remore in difesa dei colleghi coinvolti, ma anche l’abisso in cui è caduta la politica italiana, l’evidente stato di insufficiente alfabetizzazione dei cittadini che mette persino in dubbio la definizione dell’Italia come stato democratico – insomma ho avuto l’impressione che tutto questo abbia accorciato le distanze fra bibliotecari che lavorano nelle biblioteche di ricerca e in quelle pubbliche, e che abbia contribuito a sdoganare temi su cui oggi si è creato un livello di consenso molto maggiore che in passato.

La necessità di riposizionare l’attività delle biblioteche, di ridefinire l’oggetto della professione (fino al punto forse di smettere di pensare a noi stessi come soltanto bibliotecari), un’apertura verso gli utenti che non sia solo nominale, il rischio da correre nella comunicazione in rete, e tutto questo sullo sfondo di una situazione generale così grave che è impossibile decidere se sia disperata o, viceversa, bisognosa di qualunque tipo di apporto… fa venire un po’ brividi, no?

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