Sensori, reti, dati (e persone)

Internet delle cose, questo l’argomento dell’incontro a cui ho partecipato giovedì scorso, 24 febbraio, organizzato dall’associazione bolognese ASSI, Associazione Specialisti Sistemi Informativi.

Una delle parti più curiose, e rivelatrici, di una conferenza, è secondo me il pubblico: l’ente che organizza l’evento non fornisce meno indizi di quanti ne diano l’età, l’aspetto, il lessico, l’età media e persino la composizione di genere delle persone presenti. In questo caso mi è parso che la componente dominante fosse costituita da ingegneri e/o imprenditori, oltre ad un numero consistente di studenti, prevalentemente maschi, molto giovani e molto connessi. Quello seduto di fianco a me si rivelerà nel corso del pomeriggio veramente paradigmatico…

Che cosa significa Internet of Things (IoT)?

Tra i materiali distribuiti ai partecipanti c’è un breve report prodotto da Casaleggio Associati, scaricabile, che può essere una buona introduzione al tema.

Qui riporto solo una piccola parte di quello che è stato detto, e in ordine sparso. Le persone che ho sentito parlare sono Leandro Agrò (imprenditore), Massimo Banzi (sperimentatore) e Luciano Bononi (ricercatore, come sono stati definiti nel corso della giornata). A chiudere, una tavola rotonda finale coordinata da Giovanni Arata (giornalista e noto frequentatore di biblioteche!).

Facciamo subito un esempio: un sensore inserito nel vaso della vostra pianta preferita misura l’umidità della terra e, quando la terra è troppo secca, fa partire un segnale wireless che raggiunge la rete e vi manda un twit per avvisarvi. La pianta è salva! Se internet è una rete di dati (e di persone), internet delle cose è una rete di oggetti (e di dati e di persone) che dialogano in maniera “intelligente” fra loro.

Ecco uno schema che delinea l’evoluzione della rete in questa direzione:

Internet 1: la rete come l’abbiamo conosciuta ai suoi inizi, in cui la risorsa condivisa erano, sostanzialmente, i dati
Web 2.0: la rete di oggi, in cui la condivisione riguarda le applicazioni e, attraverso i social network, direttamente la vita delle persone
Internet of Things: il futuro prossimo, in cui persone e oggetti saranno coinvolti in un’unica rete

Mi pare che non a caso questo schema ricalchi quello che mette al terzo gradino dell’evoluzione il web semantico. Si può dire che i dati stanno al web semantico come gli oggetti stanno ad internet delle cose?

Ma torniamo al nostro esempio: quello che serve alla nostra pianta è innanzitutto un sensore, un rilevatore di umidità. In secondo luogo occorre una connessione, il rilevatore di umidità deve essere in grado di mandare un segnale. In terzo luogo occorre naturalmente una piattaforma di dati che quel segnale possa processare e trasformare in una informazione. A questo punto il circolo si può chiudere, perché su quella piattaforma (internet) già si trovano le persone che alla fine interpretano l’informazione e innaffiano la pianta. In uno scenario più evoluto, l’informazione può essere “interpretata” direttamente anche da un’altra macchina, un innaffiatoio, che a segnale ricevuto provvederà a versare acqua nel vaso lasciandovi tranquilli in vacanza a chilometri di distanza.

Tutto qui, insomma, ma con alcune cose importanti da aggiungere.

La prima è che questa tecnologia non è futuristica, ma già sviluppata. Le reti di sensori sono normalmente utilizzate nell’industria, e di sensori sono pieni diversi oggetti d’uso quotidiano presenti nelle nostre vite, basti pensare al segnale sonoro che sentiamo in macchina quando non abbiamo messo la cintura di sicurezza o a quell’aggregato di sensori che può già essere il nostro cellulare. Si tratta solo di sfruttarli, come avviene ad esempio con Widenoise, applicazione per iPhone che permette di campionare il livello di rumorosità dei luoghi, di mapparli su Google Maps e di condividerne le informazioni su Twitter.

Il passaggio su cui lavorano ricerca e produzione è quindi il mettere insieme i pezzi, pezzi in parte già esistenti. L’odierno navigatore satellitare, capace di leggere la vostra posizione nello spazio e di metterla in relazione ad una mappa, manca di una sola cosa, un sensore verso il mondo esterno che legga elementi che possono influire davvero sul vostro viaggio come il livello di traffico e le condizioni meteorologiche. Il traffico presente sulla strada potrebbe essere noto in qualunque momento se esistesse il modo di mettere in rete le conoscenze dei singoli automobilisti e, per le condizioni meteorologiche, immagino si tratti di qualcosa di simile al sensore piantato nella terra del vaso… Se ogni elemento della produzione venisse progettato come connettibile, non si trasformerebbe nel giro di pochi mesi in uno stupido oggetto materiale pronto da buttare.

La seconda cosa importante è che i campi di applicazione sono tanti, e non certo limitati a gadget più o meno utili come i pupazzetti che alzano e abbassano le orecchie per avvisarvi che è arrivata un’email, o la bilancia che condivide sui vostri social network quanto pesate alla mattina. Le possibili applicazioni si vedranno in molti settori: automotive, intelligent building, sanità (gestione delle condizioni di salute da remoto), indipendent living (applicazioni per anziani e disabili), monitoraggio ambientale, trasporti, industria manifatturiera, sicurezza e privacy, media… non è un caso se anche l’Unione europea finanzia la ricerca in questo campo.

L’ultimo elemento importante da tenere in considerazione è qualcosa che riguarda il ciclo dell’innovazione. Si dice che la sperimentazione in questo campo non sia limitata al mondo della ricerca industriale ma avvenga già a livello degli oggetti di uso quotidiano. In un senso molto concreto questo significa andare oltre la sperimentazione consumer/prosumer (l’industria mi dà un prodotto e io lo uso, magari creativamente) e approdare al Do It Yourself (lo costruisco io come serve a me).

Massimo Banzi in teleconferenza parla del suo prodotto, Arduino, oggetto-culto di una nicchia di artigiani della tecnologia, che riesce a declinare insieme le parole hardware e open source. Banzi lo definisce in questo contesto una piattaforma open source che permette di sperimentare internet delle cose. In sostanza, si tratta di una scheda elettronica che viene fornita insieme ad un software open source sviluppabile e a documentazione che cerca il più possibile di avvicinarsi al linguaggio dei non esperti, ad un prezzo di poco superiore ai 20 euro. Con una semplice scheda di rete la scheda si connette ad internet, ed ecco il passaggio all’internet delle cose. Eccola:

By Nicholas Zambetti,
alcuni diritti riservati

 

 

 

Ed ecco una sua versione in corso di lavorazione:

By Lauri Rantala,
alcuni diritti riservati

 

 

 

 

 

Di Arduino parla spesso Wired a partire da questo articolo, ed è possibile vederne delle applicazioni sul blog dell’azienda.

Insomma, la condizione perché si crei un’internet delle cose non imposta dalle grandi aziende, ma costruita e integrata dal basso è che le aziende lascino all’interno dei loro prodotti uno spazio in cui gli utenti (Banzi li chiama utenti, non clienti) possano dar vita a delle personalizzazioni senza violare le garanzie. Ricordate come Lawrence Lessig parla di cultura read/write che dovrebbe soppiantare quella del read only? Mi piace pensare che si tratti di qualcosa del genere, ma applicata agli oggetti fisici.

(Oltre a Remix di Lessig mi viene in mente, a proposito di DIY, Punk capitalismo di Matt Mason. Altri titoli?)

Comunque, mentre io prendo gli appunti che sono diventati questo post, che cosa fa il ragazzo seduto di fianco a me? Col suo netbook piccolo e compatto prende appunti, controlla i suoi feed su iGoogle, ma soprattutto chatta forsennatamente col suo amore, SuperJ. (sì, ho spiato), tema della conversazione: programmazione Java! Mi immagino persino che abbia le tasche piene di schede Arduino… Che dire? Oltre a rammaricarmi di aver fatto studi umanistici anziché tecnici, posso solo sperare che da persone come lui esca qualche idea che migliori anche la mia vita mettendo in connessione sensori, reti, dati (e persone, appunto).

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