Hacktivism

Devo confessare di essere una fan di Julian Assange. Avrei preferito poter scrivere che sono interessata al suo lavoro, o che sostengo la sua causa. Ma non sono brava a mentire.

La verità è che sono proprio una fan. Seguo il Guardian perché è quello che pubblica più notizie, probabilmente affidabili, su di lui, e insieme pubblica foto di quelle che in questo momento sono le sue rare apparizioni, e video in cui lo si può vedere che con un paio di parole gettate in pasto ai giornalisti e un gesto della mano riesce a sembrare… grande.

Julian è il cavaliere dei tempi moderni. Ha lanciato una crociata basata su principi di difesa della democrazia e di trasparenza che appartengono alla sinistra ma che provengono (se questo non bastasse) da un mondo parallelo a quello della sinistra classica, quello del pensiero anarchico digitale. La sua crociata ha successo: ha creato una piattaforma tecnologica che pare reggere ad ogni tentativo di ritorsione contro chi svela i segreti dei governi e delle multinazionali, e che ha effetti diretti sulla realtà, anche se di misura variabile. Nasce come hacker, e pazienza se poi ha tentato di definirsi appassionato di matematica prima e giornalista poi. Essere hacker è, nel mondo digitale, come portare l’armatura. E poi va detto che è bello, bello come ad una donna si richiederebbe necessariamente per prendere la parola sulla scena pubblica mondiale. Mentre in un uomo questo essere così particolarmente belli, e così esageratamente biondi appare come un elemento di sfrontatezza: può creare tanto un sospetto di vanità e di egocentrismo, quanto contribuire al mito. Julian, come ha sintetizzato una mia amica, è spavaldo.

Verso dicembre sono caduta preda di questa fissazione. Mi ha fatto subito ridere, perché gli elementi che creano il personaggio Assange sono appunto evidenti. Al tempo stesso, mi ha fatto pensare. Rido ma ho una voglia matta di credere che possa davvero essere un eroe. Mi sono chiesta quali eroi avesse avuto la mia generazione e mi sono venuti in mente Fox Mulder e Barack Obama. Per Barack Obama eravamo però già un po’ troppo vecchi per crederci senza neppure una riserva mentale e per Fox Mulder beh, non esiste. (Non si accettano qui discussioni sulla reale esistenza in questo spazio-tempo di Dana Scully).

Naturalmente sono in buona compagnia. La rete rigurgita di materiale ispirato al lavoro di Assange, di persone che dicono di averlo incontrato quando aveva quattordici anni, di materiale di cui sarebbe autore (Underground, ma di questo testo esiste anche una versione stampata, e la descrizione bibliografica conferma la presenza del suo nome), di un numero infinito di pagine che discutono delle sue abitudini sessuali e così via. Forse questa o altre generazioni di un eroe avevano davvero bisogno. E questo suscita curiosità, e anche un po’ di tristezza. In quest’ottica si può leggere, mi pare, anche il primo testo serio su Wikileaks tradotto in italiano (serio nel senso che non appartiene a quell’editoria spazzatura che si butta sul fenomeno da baraccone del momento), Inside Wikileaks, di Daniel Domscheit-Berg, Marsilio, 2011. Molte recensioni su questo libro, nato per polemica e forse destinato ad ingigantire la parte morbosa del personaggio Assange, si possono leggere su anobii, fatevi voi un’idea.

Nello stesso periodo mi sono messa a leggere un altro libro. In realtà mi è semplicemente capitato fra le mani tra le novità arrivate in biblioteca, ma nel momento giusto per riportare i miei piedi a contatto con la terra. E per dare alla storia di Wikileaks un contesto decisamente più ampio di quello offerto da Domscheit-Berg. Il libro è Hacker, di Giovanni Ziccardi, Marsilio, 2011.

L’autore insegna Computer Forensics e Investigazioni digitali alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Milano. Niente di più lontano dall’immagine stereotipata del semi criminale che trama nell’ombra, padrone di tecniche arcane e inaccessibili ai più. Prima ancora che di tecnologie, questo libro parla in effetti di attivismo digitale:

“Adottando una categorizzazione generale, proveniente dalla cultura statunitense, incorporata dalla Electronic Frontier Foundation (la più importante realtà per la difesa dei diritti nel mondo digitale) nella struttura stessa del suo sito web e mutuata da gran parte delle associazioni di attivisti che operano in tutto il mondo, i campi d’azione tipici della resistenza elettronica sono cinque.
(1) La difesa della libertà di manifestazione del pensiero (free speech …).
(2) La tutela dell’innovazione e del progresso nel tessuto sociale.
(3) La riforma della normativa a tutela della proprietà intellettuale al fine di adeguarla ai mutamenti tecnologici.
(4) La protezione della privacy.
(5) Il perseguimento della trasparenza.” (p. 108)

Il libro è una ricca illustrazione di quella che si può definire una cultura amante della scoperta, intimamente antiautoritaria e che generalmente, ma non necessariamente, usa strumenti legati all’informatica. Gli esempi portati sono in buona parte ispirati al lavoro che gli attivisti svolgono in paesi non democratici allo scopo di combattere censura e ritorsioni. Ma non mancano i casi relativi a potenziali rischi per la privacy dei cittadini occidentali, alla conservazione e alla sicurezza dei dati, alla crittografia, al rapporto coi media, al tema della trasparenza dell’azione dei governi, alla storia e all’etica del movimento hacker. Giovanni Ziccardi ha, in effetti, una visione molto vasta di cosa significhi la parola hacker, conforme al significato originario del termine, ed è esattamente questo il motivo per cui il libro è consigliabile.

Inside Wikileaks, un libro di memorie personali che racconta la nascita di un’organizzazione dedita alla pubblicazione di documenti (se mi passate una definizione così minimalista), si è visto attribuire nel catalogo delle biblioteche bolognesi questa classificazione Dewey: 364.168092 REATI COMMERCIALI, FINANZIARI, PROFESSIONALI. Persone. Come soggetti, invece, oltre ad ASSANGE, JULIAN e ad un tautologico WIKILEAKS, appare un FRODE IN INFORMATICA, effettivamente coerente con l’insieme.

Io non sono una catalogatrice ed esito sempre a dare giudizi su questo tipo di scelte. Ad occhio, però, avrei collocato questo libro dalle parti del giornalismo, o dell’editoria, o dei diritti civili e della politica, di certo lontano dai reati. La crittografia non è una frode, a meno che Alan Turing in persona non torni dall’aldilà per dimostrarci il contrario. Alice (il catalogo dei libri in commercio) lo classifica in un generico 300 SCIENZE SOCIALI. Alla British Library il libro sembra non essere presente (!) e non abbiamo un termine di paragone. Alla Library of Congress invece c’è, dotato di abbondante e generosa soggettazione: Assange, Julian, WikiLeaks (Organization), Extremist Web sites, Web sites-Political aspects, Leaks (Disclosure of information), Communication in politics, Political corruption, Whistle blowing-Political aspects.

La storia del movimento hacker non è affatto giovane, ma probabilmente si tratta di una storia che ancora oggi è nota solo ad una ristretta nicchia di persone, che non sono necessariamente bibliotecari, a quanto pare. Eppure. Difesa del libero pensiero, tutela del progresso sociale, riforma della proprietà intellettuale, trasparenza: quale di questi concetti ci è estraneo? Se non posso avere un eroe lasciatemi almeno la speranza di stare lavorando in una direzione che non è tanto diversa da questa… Non saremo degli attivisti digitali ma…

Detto questo, resta che Assange è un grande. Non nutro dubbi. I want to believe.

6 thoughts on “Hacktivism”

  1. Ho comprato da poco questo libro: Evgeny Morozov, The net delusion che non è stato ancora tradotto in italiano. Voce molto critica nei confronti del presunto ruolo della rete nel supporto alla trasparenza e alla democrazia. Non so dirti come sia, ho solo letto un’intervista all’autore ma mi ha incuriosita… Ciao e a presto, Anna

      1. Diciamo che adesso sono iper-incasinata e non credo realmente neppure di riuscire ad aprire il libro (anche se dovrei in vista del convegno di Trento del 20 maggio), ma magari più avanti ;-)

  2. Beh i soggetti di LOC derivano dal riconoscimento del Whistle blowing “il lavoratore che, durante l’attività lavorativa all’interno di un’azienda, rileva una possibile frode, un pericolo o un altro serio rischio che possa danneggiare clienti, colleghi, azionisti, il pubblico o la stessa reputazione dell’impresa/ente pubblico/fondazione; per questo decide di segnalarla” ->http://www.whistleblowing.it/

    Da noi “chi fa la spia non e’ figlio di Maria” e dunque meglio considerarlo un truffatore

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...