Culture partecipative: Jenkins (e Lankes)

Stavo leggendo Culture partecipative e competenze digitali: media education per il 21. secolo, di Henry Jenkins e altri, quando mi è arrivata la possibilità di scaricare una copia di The Atlas of New Librarianship, ponderosa ultima opera di David Lankes. Ed ecco quello che succede a leggere più di un libro per volta.

Il libro di Lankes è importante e ne voglio parlare dopo averne letto un po’ di più. Di certo, l’inizio del testo è molto intrigante perché affronta di petto la questione del cosa vogliamo fare da grandi, e la affronta sfidando due luoghi comuni non secondari: che la missione dei bibliotecari sia legata indissolubilmente agli artefatti che usiamo, e che per definirsi bibliotecari non si possa che lavorare in una biblioteca.

Non so ancora come Lankes definirà nel dettaglio la sua biblioteconomia (l’opera è ampia e ambisce in qualche misura ad una rifondazione della disciplina), quello che è certo per ora è che risponde ad una sensazione che mi pare si vada diffondendo, e che almeno nella mia testa si può definire all’incirca così: si avvicina il momento in cui i bibliotecari si sentiranno dire che non sono più utili come una volta, e con alcune buone ragioni. Eppure, molti di loro toccano con mano ogni giorno l’assoluta necessità di formazione che molti dei nostri utenti hanno nell’affrontare un mondo in cui l’informazione è diffusa, eterogenea e abbondante. Chi formerà gli adulti a muoversi in questo mondo? E siamo sicuri che la scuola formi adeguatamente i bambini? Possiamo svolgere noi questa funzione? Ne abbiamo gli strumenti e le capacità? E’ questa la direzione da imboccare?

Detto in termini più tecnici, se non deteniamo più il monopolio degli strumenti informativi il reference finisce per collassare completamente sull’information literacy. Non ci sono necessità più impellenti, se non forse quella di continuare ad assicurare l’accesso ai contenuti a basso costo, sfida non semplice in un momento in cui gli editori promettono di noleggiare gli ebook direttamente ai lettori.

Bene. I miei capisaldi mentali sull’information literacy girano intorno all’articolo del 2002 di Marcia Bates, Toward an Integrated Model of Information Seeking and Searching e alle Linee guida ALA – ACRL Information Literacy Competency Standards for Higher Education, originarie del 2000. Manca qualcosa, e qui torna bene Culture partecipative e competenze digitali, che costituisce il risultato di una ricerca diretta da Jenkins per la MacArthur Foundation.

Jenkins è, come è noto, uno studioso della cultura partecipativa, che in questo testo viene così definita:

“Una cultura partecipativa è una cultura con barriere relativamente basse per l’espressione artistica e l’impegno civico, che dà un forte sostegno alle attività di produzione e condivisione delle creazioni e prevede una qualche forma di mentorship informale, secondo la quale i partecipanti più esperti condividono conoscenza con i principianti. All’interno di una cultura partecipativa, i soggetti sono convinti dell’importanza del loro contributo e si sentono in qualche modo connessi gli uni con gli altri” (p. 57)

Le culture partecipative sono ambienti ideali per l’apprendimento. A differenza dei sistemi formali di istruzione, consentono una forma di apprendimento sperimentale e potenzialmente innovativo. Per intenderci, esempi di culture partecipative si vedono nelle forme di affiliazione ai social network e alle comunità di giocatori online, nell’espressione creativa come la fan fiction e il modding, nel problem solving collaborativo di Wikipedia e nella circolazione di flussi mediali attraverso i blog.

La ricerca intende spostare il focus dell’attenzione dal digital divide (l’accesso alle tecnologie) al tema delle opportunità di partecipazione e della creazione di competenze specifiche utili alla partecipazione. La media literacy va infatti insegnata:

“Alcuni difensori delle nuove culture digitali si sono comportati come se i giovani potessero semplicemente acquisire queste competenze per conto proprio, senza l’intervento o la supervisione degli adulti. Bambini e ragazzi, in effetti, conoscono questi nuovi ambienti comunicativi meglio della maggior parte di genitori e insegnanti. In realtà, non abbiamo bisogno tanto di proteggerli, quanto di coinvolgerli in dialoghi critici che li aiutino ad articolare più pienamente la loro comprensione intuitiva di queste esperienze. Dire che i bambini non sono vittime dei media non vuol dire che loro abbiano, più di chiunque altro, compreso a pieno pratiche sociali complesse e ancora emergenti.” (p. 76)

In particolare, la necessità di un intervento diretto sull’educazione è motivata da tre diversi elementi:

1. Un “gap di partecipazione”: non tutti hanno le stesse opportunità di accesso alla cultura partecipativa.
Una citazione per tutte: “Ciò che una persona può fare con una macchina obsoleta in una biblioteca pubblica, con obbligo di filtri software e nessuna possibilità di conservare o trasmettere i file è nulla in confronto con ciò che la stessa persona può fare con un personal computer con accesso a Internet senza restrizioni, elevata larghezza di banda e connettività continua.” (p. 79)

2. Un “problema di trasparenza”: occorre imparare i modi in cui i media formano le percezioni del mondo.
Il fatto che i giovani siano abili nell’usare i media come risorse di socializzazione e di espressione non implica che siano automaticamente abili nell’esaminarli. E’ stato ad esempio rilevato che in alcuni casi a grandi abilità di gioco non equivalgono grandi capacità di “leggere i giochi come testi, costruiti con le proprie norme estetiche, convenzioni di genere, pregiudizi ideologici e codici di rappresentazione” (p. 84).

3. Una “sfida etica”: le forme tradizionali di socializzazione e formazione a ruoli di creatori di media e a partecipanti della vita della comunità non funzionano più e vanno sostituite da altre di tipo nuovo.
“In un mondo in cui la linea di demarcazione tra consumatori e produttori è sempre più sfocata, i giovani si trovano in situazioni che nessuno avrebbe potuto prevedere uno o due decenni fa. La loro scrittura è molto più aperta al pubblico e può avere conseguenze a lungo raggio. I giovani stanno creando nuove forme espressive poco conosciute dagli adulti e, di conseguenza, ricevono poca – o nessuna – guida o supervisione. Le implicazioni etiche di queste pratiche emergenti sono confuse e mal definite …
All’interno di contesti professionali, le organizzazioni fanno da cane da guardia delle norme etiche. Ma in contesti meno formali è, in genere, raro trovare chi esercita questa funzione. Per esempio, non c’è un insieme di norme etiche che guidi le azioni dei blogger e dei podcaster. Come fanno i ragazzi a decidere cosa devono o non devono postare sul LiveJournal o MySpace proprio e dei loro amici?” (p. 87-88)

Aggiungiamo un tassello.

Rispetto alla definizione di literacy del 21. secolo che punta tutta alla sfera dei media audiovisivi e digitali, questo studio si distingue in due punti: “In primo luogo, l’abilità di comprendere e produrre testi (textual literacy) rimane una competenza centrale nel XXI secolo. I giovani devono ampliare le competenze che sono loro richieste, non accantonare vecchie competenze per far posto a quelle nuove. In secondo luogo, le nuove competenze relative ai media dovrebbero essere considerate un’abilità sociale.” (p. 92)

“Anche se alcuni esperti di media literacy hanno iniziato un lavoro pionieristico sui media digitali, la maggior parte degli interventi nei convegni nazionali sono ancora concentrati sui media più tradizionali – stampa, televisione, cinema, musica pop, pubblicità – che si ritiene esercitino una maggiore influenza sulla vita dei giovani.
Gli esperti di media literacy, certamente, non sbagliano a esprimere preoccupazioni rispetto alla concentrazione di potere nelle mani dell’industria dei media, ma devono anche rendersi conto che questa è solo una parte di un quadro più complesso. Viviamo in un mondo in cui la potenza dei media è più concentrata rispetto al passato, ma la capacità delle persone comuni di produrre e distribuire media non è mai stata così libera. Le elaborazioni proposte dalla media literacy ci forniscono un vocabolario ricco per pensare a questioni di rappresentazione, per aiutare gli studenti a riflettere criticamente su come i media formino le loro percezioni del mondo e rimodellino l’esperienza in base ai loro codici e alle loro convenzioni. Eppure, questi concetti devono essere ripensati a fondo per renderli ancora utilizzabili nell’epoca della cultura partecipativa.” (p. 178)

“Oltre alle competenze di base, gli studenti hanno bisogno di sviluppare le loro abilità di ricerca. Tra le altre cose, hanno bisogno di sapere come accedere a libri e articoli di una biblioteca; come prendere appunti e integrarli con fonti secondarie; come valutare l’affidabilità dei dati; come leggere mappe e grafici; come dare un senso alle visualizzazioni scientifiche e cogliere quali tipologie di informazioni vengono convogliate dai vari sistemi di rappresentazione; come distinguere tra realtà e finzione, fatti e opinioni, e come costruire ragionamenti ed evidenze logiche. Se non altro, queste competenze tradizionali assumono un’importanza ancora maggiore, dato che gli studenti vanno oltre le raccolte di testi selezionati dai bibliotecari e si avventurano nello spazio più aperto del Web. Alcune di queste abilità sono state, tradizionalmente, insegnate dagli stessi bibliotecari che, nell’epoca moderna, stanno riconcettualizzando il loro ruolo: sono sempre meno curatori di collezioni parcellizzate e sempre più mediatori di informazioni che aiutano gli utenti a trovare ciò di cui hanno bisogno, online e offline, e costruiscono buone strategie per la ricerca di materiali.” (p. 93)

Quanto al secondo punto:

“ … le competenze relative ai nuovi media dovrebbero essere viste come abilità sociali, modalità d interazione all’interno di una comunità più ampia, e non semplicemente come abilità individualizzate da utilizzare per l’espressione personale” (p. 94)

“La produzione sociale del significato è più della moltiplicazione delle interpretazioni individuali; comporta una differenza qualitativa nei modi in cui diamo senso alle esperienze culturali, e in questo senso implica un profondo cambiamento nei modi in cui comprendiamo il tema delle competenze. In un mondo come l’attuale, i giovani hanno bisogno di abilità per lavorare all’interno dei social network, per condividere conoscenza all’interno di un’intelligenza collettiva, per negoziare attraversando le differenze culturali che caratterizzano gli assunti che governano le diverse comunità e per riconciliare i frammenti contrastanti di informazione al fine di formare un quadro coerente del mondo che li circonda.” (p. 95)

Infine, in quali ambiti si dovrebbe lavorare per aumentare le competenze di giovani (e non) ad affrontare la cultura mediale e partecipativa di questo secolo?

“La media education, per alcuni giovani, trova spazio all’interno di una varietà di contesti, ma non è un elemento centrale dell’esperienza educativa di tutti gli studenti. L’obiettivo di questa ricerca è di favorire una maggiore riflessione, e discussione pubblica, sui modi in cui potremmo integrare sistematicamente questi principi fondamentali all’interno dei curricula scolastici e superare la barriera solitamente posta tra attività scolastiche e non scolastiche. Se vogliamo colmare il divario di partecipazione, affrontare il problema della trasparenza e aiutare i giovani ad affrontare i dilemmi etici che si trovano a fronteggiare nella loro vita quotidiana, dobbiamo ricorrere ad un approccio sistemico.” (p. 175)

La ricerca si completa con un lungo, ma dichiaratamente provvisorio elenco delle “abilità di base della media literacy”: gioco, simulazione, perfermance, appropriazione, multitasking, conoscenza distribuita, intelligenza collettiva, giudizio, navigazione transmedia, networking e negoziazione. Spero che l’elenco sia sufficiente a creare un po’ di curiosità, abbastanza almeno per invogliarvi a leggere il prossimo post.

Nel frattempo, proviamo a pensare se e come tutto questo potrebbe riguardare anche le biblioteche o, per accogliere il punto di vista di Lankes – i bibliotecari (perché sì, in effetti le biblioteche non sono altro che artefatti).

4 thoughts on “Culture partecipative: Jenkins (e Lankes)”

  1. Interessantissimo post (come sempre, ma continuo a ripetertelo ;-) ).

    Quanto al cuore del discorso, ossia “se non deteniamo più il monopolio degli strumenti informativi il reference finisce per collassare completamente sull’information literacy”, non posso che essere più d’accordo. Tema su cui in queste ultime settimane sto riflettendo parecchio; è un po’ quello che sostengo da tanto tempo, il pensiero con il quale tengo in vita l’idea di un ruolo di mediatori dell’informazione (mediatori, insegnanti, tutori, traghettatori, facilitatori, custodi, ognuno inserisca il sinonimo che più si adegua al suo impianto teoretico). Mi fa piacere vedere un discorso basato su questo assunto.

    Inoltre, il punto di Jenkins per cui “alcuni difensori delle nuove culture digitali si sono comportati come se i giovani potessero semplicemente acquisire queste competenze per conto proprio, senza l’intervento o la supervisione degli adulti” fa gridare all’applauso. Si tratta infatti del luogo comune contro cui mi sono sempre battuto, ovvero la banalizzazione della “generation Y”: tutti usano Facebook, allora tutti sono esperti di informazione digitale. Su questo luogo comune si è fatta tanta di quella letteratura biblioteconomica da far venire il mal di testa, e che ci sia qualcuno che riporta i piedi per terra non può che farmi piacere. Anche perché è una affermazione che impedisce ogni alibi: non si scappa, bisogna non solo mettersi a lavorare (che paura!), ma lavorare insieme alle persone (argh! ancora peggio!) :-D

    Anche i vari punti che riassumi secondo me sono molto azzeccati e centrano bene il Problema. Per concludere, che cosa manca, e come riguarda le biblioteche? Secondo me quello che manca sono proprio i bibliotecari, che ancora nella stragrande maggioranza sono convinti che stare in un ufficio a catalogare un libro sia LA professione. Manca forse un’idea tesa ed estesa che tenga in piedi l’intera associazione professionale (parlo dell’Italia, per quel poco che vedo) e la porti a spingere affinché le scuole di biblioteconomia insegnino QUESTE cose, e i direttori e le amministrazioni assumano chi ha QUESTE caratteristiche del mestiere, anziché continuare a incorporare impiegati sonnolenti e, nel migliore dei casi, bibliofili (ma questo è forse un altro discorso).

    Infine, che la missione dei bibliotecari dipenda dai manufatti credo sia ancora vero, semplicemente sono cambiati i manufatti. Forse il vero danno è quello di pensare alla coincidenza fra “informazione” (o peggio, cultura) e “libro”, cosa che nel campo strettamente professionale ha portato all’aberrante pratica di adattare gli standard e le prassi bibliografiche ai materiali non librari (ma questo, di nuovo, è un altro discorso). Però in fondo è vero, la biblioteca ha più a che fare con la tecnologia e le persone che non con gli “oggetti”; ma questo allora conferma il ruolo di mediatore, e il mio concetto di “biblioteca pervasiva”.

  2. Grazie ad entrambi, anche se mi pare che qui quello da ringraziare sia, ovviamente, Jenkins, e non chi ne scrive un abstract appena un po’ arricchito ;-)
    Arriverà comunque un secondo post con l’elenco delle famose 11 abilità che sono il cuore del discorso, e spero che questo continui ad alimentare gli “altri discorsi” di FraEnrico!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...