“Librarianship is a radical profession, and literacy is a radical topic”

“Odio i READ poster. Ecco, l’ho detto.
Ok, non odio i poster (quello con Yoda è il mio preferito). Ma mi fa impazzire il fatto che:
1. lo sforzo di marketing collettivo di maggior successo delle biblioteche riguardi un compito che le persone possono svolgere a prescindere dal coinvolgimento di un bibliotecario o di una biblioteca, e che
2. rappresentiamo la lettura come qualcosa di cui innamorarsi in contrapposizione all’idea che si tratti invece di un’abilità fondamentale nella società di oggi. Sarebbe come se i matematici attaccassero al muro delle immagini di Britney Spears che parla del richiamo seduttivo della divisione estesa.
… Se ci sono delle vacche sacre nella biblioteconomia… nessuna è più sacrosanta dell’alfabetizzazione [literacy]. Affrontiamo questo tema: leggere è una cosa buona, ma vi abbiamo costruito intorno una sostanziale mitologia, che non è più salutare. Perché leggere libri? Perché le persone dovrebbero amare leggere libri? Io leggo. Amo leggere? No. E’ solo che risulta essere il modo più efficace per ottenere ciò che mi piace: belle storie, buone riflessioni e così via. Leggo perché farlo mi dà potere!”
(p. 73, traduzione mia)

Io amo David Lankes. E il mio amore si è consolidato definitivamente da quando ho iniziato a leggere il suo enorme Atlas of the New Librarianship, in cui praticamente ad ogni pagina trovo temi e provocazioni interessanti e che ha il merito – questo non potrebbero negarlo neppure eventuali detrattori – di chiedersi con coraggio e dalle fondamenta che specie di mestiere sia fare il bibliotecario.

E odio le campagne di promozione alla lettura, in particolare quelle basate sull’idea che leggere sia un piacere.

Innanzitutto perché i piaceri non si possono imporre, e neanche insegnare. Si può solo dire “la tal cosa a me provoca piacere, provala anche tu”, ma, ciò detto, ognuno resta libero di provare le sue sensazioni.

In secondo luogo, non le amo perché l’idea del piacere della lettura comporta un rischio di fraintendimento e di svalutazione. Se leggere è un piacere, allora è come fare una passeggiata, mangiare il gelato, guardare il programma preferito alla tv (inserite qui i vostri piaceri). Spesso è proprio così, infatti, e non c’è niente di male. Le centinaia di romanzi di intrattenimento che le biblioteche pubbliche distribuiscono alle loro lettrici (e lettori) si collocano esattamente in questo quadro. Ma vorremmo che le tasse che i cittadini pagano per finanziare le biblioteche servissero solo a questo?

L’impostazione dell’Atlas, a cui qui non posso che accennare, è basata su questa formulazione, quasi un mantra ripetuto per tutto il testo e scandagliato in tutti i suoi aspetti:

“The mission of librarians is to improve society through facilitating knowledge creation in their communities”

Migliorare la società. Essere dei facilitatori. Creare conoscenza. Lavorare con le comunità.

Dunque può suonare meno garbato che mostrare una bella bambina vestita di bianco con un libro fra le mani, ma quello che a mio parere dovremmo chiarire ai nostri utenti è che senza conoscenze, senza competenze e senza sapere come informarsi (cose che in buona parte ma non esclusivamente avvengono attraverso la lettura) si resta dei poveri stronzi sfruttati da tutti. E che, per non esserlo, vale la pena anche fare della fatica oltre a godersi il piacere che ne potrebbe derivare.

“Volete che le persone leggano in modo da essere troppo distratte per accorgersi di non avere potere? Volete che leggano perché obbediscano alle regole? Oppure volete che esse partecipino ai processi democratici (inclusi il voto e e la protesta pacifica) per garantire che le regole siano giuste? Volete che leggano per mettere in questione le regole? Forse gli occhi di vetro di Yoda che mi fissano dal READ poster sono qualcosa di più che un accenno ai piaceri della lettura. Forse, nella faccia del pupazzo di un vecchio saggio maestro Jedi c’è lo scintillio del rivoluzionario.”
(p.75)

 

 

7 thoughts on ““Librarianship is a radical profession, and literacy is a radical topic””

  1. Finalmente una semplice, chiara e combattiva enunciazione della ciccia del nostro mestiere (e di quello dei nostri complici)

  2. Parole sante. Sono contento di trovarle in un importante testo di biblioteconomia, perché è bene che la professione abbandoni i luoghi comuni. A proposito, mi è capitato di rileggere pochi giorni fa (grazie all’import massiccio dei vecchi post da splinder :-) ) uno dei tuoi post iniziali in cui spiegavi il significato del nome del tuo blog, e le due cose, a distanza di anni, risuonano come una conferma.

    Io personalmente sono un bibliofilo e amo leggere, non voglio e non vorrò mai negarlo né rinunciare a questa idea, e resterò sempre attratto dall’immaginario delle biblioteche cariche di libri e ombre – se ne era discusso anche in AIB-CUR a proposito della fiction di ambientazione bibliotecaria che continuava a perpetuare lo stereotipo di curvi e occhialuti custodi di libri. In fondo continuo a conservare in un cassetto il sogno di diventare uno di questi custodi. Però è innegabile: il senso della professione è un altro. Non è il libro, non è la lettura. O almeno: è il libro, è la lettura, ma come *mezzo*, non come fine. Come punto di partenza, non di arrivo. Capisco poi che chi lavora in una biblioteca pubblica trovi questo argomento molto più scottante e urgente di chi come me è un bibliotecario universitario.

    1. sì, Enrico, l’import massiccio da splinder (che se dio vuole è finito) ha fatto rileggere anche a me un sacco di roba che avevo scritto anni fa. E mi è venuto un dubbio: ma non starò dicendo sempre la stessa cosa da allora? ;-)

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