“Ask yourself, how artifact-centric is your worldview?”

Qualche giorno fa mi è capitata davanti al banco informazioni una coppia di ragazzi molto giovani. Lei bionda, probabilmente dell’Europa dell’est, in minigonna, scollata e truccatissima. Lui palestrato, con brand esibiti su oggetti e abiti, catena d’oro al collo. Visivamente, una specie di emanazione di Jersey Shore in biblioteca. Inusuali persino in una biblioteca molto frequentata e piazzata nel centro esatto della città. Avevano letto che lì si facevano corsi di italiano per stranieri e volevano saperne di più. Lui parlava al cellulare, troppo forte. Lei sbatteva le ciglia. Dopo aver avuto le informazioni che volevano e mentre si erano già incamminati per andarsene mi hanno chiesto se lì si potevano anche prendere dei libri a casa. Sì, potevano, e gratis.

Questa coppia mi ha riportato una sensazione che ho spesso lavorando a banco. La mia funzione è quella di essere un intermediario dell’accesso all’informazione. Lavoro nel mondo della cultura. Proteggo la libertà di pensiero. (Formulazioni altisonanti). Eppure, spesso questa visione ideale del lavoro si scontra col fatto che non tutte le persone reali che incontro sono allineate su quello che mi aspetto. Spesso sento con chiarezza che ciò di cui hanno bisogno è parlare con qualcuno. Capita persino per telefono. Hanno bisogno che qualcuno spieghi loro cose che avrebbe dovuto insegnargli la scuola (elementare). Hanno bisogno che qualcuno li accolga. Di sentirsi per un momento parte di una comunità. Dunque io sarei lì per essere l’intermediario dell’informazione ma le persone – una parte di loro – vogliono invece avere l’occasione di parlare con qualcuno, essere trattati con gentilezza, sentire che le loro esigenze – precise, indeterminate, minimizzate, inconsapevoli, deliranti o urgenti che siano – vengano considerate degne di attenzione. E’ una sensazione che generalmente metto da parte perché voglio pensare che si tratti di casi residuali, o perché sento che è leggermente discriminatoria (quelle persone non sono il pubblico che mi aspetto di vedere in biblioteca) e me ne vergogno.

Tutto questo mi fa rendere conto del fatto che esiste nella nostra professione un sistema di aspettative, una visione del mondo. Una specie di non detto più o meno condiviso. Per questo mi sembra molto salutare che David Lankes, nel suo Atlas of the new librarianship, non eluda una domanda basilare ma che è facile venga taciuta: che cosa significa essere bibliotecari?

Come dice in un suo recente post, uno dei motivi per ha scritto l’Atlas è la mancanza di “grandi idee” nella biblioteconomia attuale, il focalizzarsi su singole funzioni, sui processi, sui manufatti, approccio che rischia di farci perdere di vista il perché del nostro mestiere.

L’Atlas è – nonostante i diagrammi che lo illustrano – una grande opera narrativa, il suo stile è sciolto, colloquiale, appassionato, ironico. Un’opera di grande ricchezza che a ciascuno dirà cose differenti. Uno stimolo, non un ricettario. Quindi non c’è serie di post o recensione in grado di sostituire la sua lettura integrale (il prezzo migliore sembra farlo, nel momento in cui scrivo, Amazon, con tanti auguri ai distributori italiani). Fatto non meno importante, sono convinta che arrivare a sentire Lankes a Roma dopo aver letto l’Atlas vi darà modo di godervi molto di più entrambi, sia il libro che il suo autore.

Allo stesso tempo, l’Atlas è una costruzione basata solidamente su alcuni principi di base. Il primo è appunto la domanda: in che cosa consiste il nostro lavoro? Che lavoro è, fare il bibliotecario?

Nessuno o quasi riuscirà facilmente a rispondere a questa domanda evitando completamente di ricorrere alle attività che svolge ogni giorno: catalogare, dare libri in prestito, aggiungere metadati, cercate i vostri esempi ma vedrete che tutti sono in realtà funzioni specifiche, o parti di processi di lavorazione, che hanno per oggetto un artefatto, dall’artefatto-simbolo della nostra professione, il libro, ad artefatti più immateriali come i metadati. Quello che noi crediamo di fare è lavorare su degli oggetti, proteggendoli, rendendoli ricercabili, facendoli circolare, dando loro un contesto semantico, in tutti i modi che riusciamo ad immaginare ma, pur sempre, oggetti. Forti della consapevolezza del fatto che si tratta di oggetti speciali, che portano in sé la ricchezza del pensiero, la storia passata, una promessa di futuro (tutte cose vere), perdiamo di vista il fatto che un oggetto, qualunque oggetto, è sempre e solo uno strumento. Da qui l’appello di Lankes ad una visione del mondo non incentrata sugli artefatti, ma, piuttosto, sulle persone.

“ … a library where people are learning and building their knowledge may have no books, no computers, no DVDs, and no building. What it will have is a librarian facilitating the process.” (p. 23)

Il secondo principio su cui si basa la costruzione teorica di Lankes è che la conoscenza è lo scopo verso cui tendono gli strumenti del nostro lavoro. Non è del tutto ovvio, né del tutto ridondante. Negli anni 2000 si tendeva ad individuare il nostro scopo nell’accesso all’informazione (saremmo stati allora concorrenti dei motori di ricerca. Che lotta impari!). Molti bibliotecari potrebbero ancora affermare che il loro scopo è promuovere la lettura, non importa quanti CD e DVD abitino sui nostri scaffali. Questo tipo di risposte pone il bibliotecario nel mercato della distribuzione, con un importante effetto collaterale: la distribuzione dei contenuti culturali avviene sempre di più senza bisogno della nostra professione. Esempi: dal digitale con tutto quello che ne deriva, alla presenza in edicola di intere serie di classici della letteratura stampati su carta igienica (ma good enough is good enoug, sempre di classici si tratta!). Occuparsi del processo dell’apprendimento, e non del puro accesso, è invece un campo in cui possiamo pensare di riposizionarci mettendo a frutto competenze, specializzazioni e flessibilità.

“Librarianship is not about artifacts, it is about knowledge and facilitating knowledge creation. So what should we be spending our precious resources on? Knowledge creation tools, not the results of knowledge creation.” (p. 43)

Il terzo principio – basato sulla teoria della conversazione che Lankes ha adottato da qualche anno a questa parte – sta nel definire la creazione di conoscenza come un processo dinamico ed interlocutorio:

“Knowing is dynamic and changing … knowledge is what we do and why we do it, not something that can be boxed up, transferred, or archived. It is also in constant flux as we encounter new situations and new interactions.
So how do we come to know things? What is dynamic? Knowledge is a set of agreements in relation to one another through a memory that is derived from language exchange between conversants.” (p. 32)

Impariamo attraverso delle conversazioni, che svolgiamo con gli altri e con noi stessi. Confrontandoci con un gruppo di pari, leggendo un libro in solitudine, cercando online soluzioni a problemi di ogni tipo. Non c’è conoscenza senza qualche genere di scambio, e qui sta il dramma degli esclusi dalla conoscenza: nessuno ha parlato loro con la lingua giusta, probabilmente. Forse a scuola gli è stata fornita una lista di libri da leggere, ma nessuno ha parlato con loro. Se il processo dunque è dinamico, se l’espressione “conoscenza codificata” è un ossimoro, la funzione del bibliotecario non può che essere parte della conversazione e, in particolare, il suo ruolo non può che essere quello di facilitatore della conoscenza rispetto ad una particolare comunità.

E’ solo un assaggio di tutto quello che dice Lankes (che devo ancora finire di leggere!). Ma già mi è servito per fare una specie di reset mentale rispetto alle aspettative legate alla professione. Di quale conoscenza, di quale scambio abbiano bisogno gli utenti che si presentano a banco non possiamo avere mai un’idea precostituita. Va tutto contrattato, anzi ri-contrattato dopo che abbiamo perso quasi ogni centralità nell’accesso all’informazione. Quale sia il mio lavoro è una cosa tutta da ridefinire. E non posso dire che mi dispiaccia il fatto di tornare ad essere una persone e non la funzione di un processo, perché così non ci sarà più Jersey Shore in biblioteca che io possa in alcun modo sentire come inopportuno.

(Ok, è complicato).

4 thoughts on ““Ask yourself, how artifact-centric is your worldview?””

  1. oh, che delizia! devo davvero leggermelo questo Lankes (anche se dubito riuscirò ad essere a Roma ad ascoltarlo: troppo difficile gestire un’uscita così coi bimbi piccoli…)! e scoprire che dopo che sui videogiochi mi trovo sorpassato pure sulle riflessioni sul bibliotecario come mediatore educativo dagli americani… ;)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...