Bookcamp a Forlì, “Lo strano caso del Dr. Libro e di Mr. Ebook”

Ieri, 9 settembre, sono stata al Bookcamp che si è tenuto a Forlì, “Lo strano caso del Dr. Libro e di Mr. Ebook”. Un bookcamp è per definizione un incontro informale, in questo caso con un numero piuttosto ristretto di persone, ma la formula facilita l’effettivo scambio di esperienze ed opinioni: tutti uniti da interessi reali, oltre che dai 40 gradi percepiti di temperatura!

Protagonisti assoluti della giornata l’editore Mario Guaraldi, ovvero un’editoria mutante che non teme sconfinamenti verso e dal digitale, e l’editore digitale puro Simone Bedetti di Area 51 Publishing (con collaboratori al seguito). Io ho provato appena a tirare le fila di come si può declinare il tema delle biblioteche nel contesto dell’editoria digitale, mentre altri interventi sono venuti da Nicola Cavalli di Ledi, da Virginio Sala a da altre persone presenti fra cui alcune bibliotecarie romagnole.

Area 51 ha descritto le diverse professionalità coinvolte (l’editore che coordina il progetto culturale ed economico, gli autori, i traduttori, gli illustratori, i musicisti, i registi, gli sviluppatori software) in un lavoro editoriale i cui prodotti si sono sostanzialmente trasformati in una via di sviluppo a tre: ebook “tradizionali”, come li chiama Bedetti (sostanzialmente epub), audiolibri e app per iPad/iPhone.

Interessanti anche i dati sulle vendite nel 2011, che sottolineano come il mercato sembri orientarsi su percorsi di acquisto e modalità di fruizione che sono già consolidati nel pubblico. Il canale più efficace di vendita risulta infatti iTunes (Audible nel caso degli audiolibri) sia rispetto ai canali distributivi italiani, sia all’opzione e-commerce diretto disponibile sul sito dell’editore. La formula migliore di distribuzione pare quindi essere quella che premia i mega-aggregatori, la facilità di reperimento e la facilità d’uso: scopro che un prodotto esiste perché mi trovo già a navigare su iTunes, e le app che scarico mi si presentano perfettamente impacchettate e immediatamente utilizzabili in una forma ben riconoscibile.

Questo implica anche una possibile riflessione sul pubblico potenziale a cui una piccola casa editrice può rivolgersi, quello dei non lettori, o meglio dei “non esattamente” lettori. Persone che non vogliono scaricarsi al miglior prezzo possibile l’ultimo bestseller, ma che usano la rete e possono apprezzare prodotti editoriali leggeri, ben confezionati e che tocchino i loro interessi specifici. E che potrebbero rappresentare un pubblico internazionale, motivo per cui alcuni progetti nascono direttamente in inglese o vengono sviluppati in origine in più lingue parallele.

Un paio di esempi di cui abbiamo potuto godere, non ancora commercializzati, sono le app Marine Fish (un libro a schede sui pesci marini, qui un teaser) e una raccolta di racconti di Poe illustrati e animati, sempre per iPad.

Al di là dell’esigenza di trovare una propria fetta (o nicchia, nel caso del piccolo editore) di mercato, Bedetti sostiene però con forza l’idea che, perché il mercato si ampli, occorrerebbero politiche di collaborazione più attive fra i relativamente pochi attori che lavorano sul mercato italiano. Il digital publishing come sistema, in una visione che superi le attuali divisioni per permettere a tutti di crescere.

Questa idea, il digital publishing come sistema, ci dà modo di pensare anche al ruolo delle biblioteche, al modo in cui ci si potrebbe posizionare all’interno di un mondo editoriale così mutato.

Se il concetto di digital lending ha superato anche in Italia la soglia della realizzabilità, è però vero che restano molte criticità da affrontare: problemi legati alle tecnologie (l’idea di prestare ereader in biblioteca in alternativa o in aggiunta a quella di farsi puri intermediatori virtuali della fornitura di file). Ma anche legati alla visione culturale che domina la professione (l’enorme tema del riposizionamento delle biblioteche nel digitale) ed ai problemi economici che paiono accumularsi di ora in ora: tagli al personale pubblico, tagli dovuti alle manovre finanziarie e, ultima arrivata, legge Levi che blocca la percentuale di sconto minimo sulla vendita di libri cartacei al 15% (20% per le biblioteche).

A proposito di questa legge, discussa su aib-cur e su cui il presidente dell’AIB si esprime ad esempio su La Repubblica del 7 settembre, ci si domanda a chi veramente dovrebbe giovare. Con tutto il rispetto che si può avere per i piccoli e magari entusiasti piccoli librai, le piccole librerie rappresentano un modello di distribuzione inefficiente (la mia personale sintesi è: poca scelta per un pubblico minuscolo, chiedo scusa per la brutalità). Non da queste legge verranno salvate, perché quello che scontano è la limitatezza di un modello distributivo fatto a misura di scarsità e non di abbondanza. (Se non vi convince il ragionamento, la prossima volta che volete comprare una sedia non andate all’Ikea, ma scegliete fra i due modelli di sedia che vi mette a disposizione il mobiliere meno lontano che avete a disposizione).

Il dubbio è che i beneficiari finali di questa legge finiranno per essere esattamente le grandi catene librarie già consolidate (diciamo pure monopolistiche, ma che pure ci danno la possibilità di scegliere fra qualche modello di sedia in più), che si vedranno protette dall’effetto perturbatore che in Italia avrebbero avuto distributori potenti come Amazon. Se così è, che tutto questo si faccia in nome della bibliodiversità reale e dei legittimi interessi delle piccole librerie è cosa che dovrebbe muovere lo sdegno dei piccoli librai per primi. Un bell’approfondimento mi pare comunque si trovi sul blog di Bookrepublic.

Protagonista è però a questo Bookcamp la lettera di Mario Guaraldi al presidente della Repubblica Napolitano su questi temi. La si può leggere su Prophetica books e ci dà l’avvio per discutere dell’idea sostenuta da Guaraldi per cui proprio le biblioteche potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di un nuovo modello di sistema editoriale e distributivo. Le biblioteche sono in effetti – se considerate a prescindere dalle loro caratterizzazioni funzionali e se guardate a livello sovranazionale – il più capillare sistema distributivo esistente della conoscenza, e questo è l’aspetto che dovrebbe metterle al centro dell’attenzione del mondo editoriale. A me viene in mente l’ennesima citazione di David Lankes nel suo Atlas, anche se là l’accenno è spostato sul ruolo dei bibliotecari come facilitatori più che sulle biblioteche come sistemi di distribuzione:

“Instead of insisting that the library is the heart of the campus or community, we must become the circulatory system. We must be the vital flow of knowledge and services that permeates our communities.” (p. 115)

Non so veramente se Guaraldi sia troppo ottimista sul ruolo delle biblioteche (lo è sicuramente più di quanto lo sia io che però, grazie a Lankes, sono oggi più ottimista di prima sul ruolo dei bibliotecari!). Ma accolgo entrambi gli appelli emersi nel corso della giornata: essere maggiormente propositivi, ed essere – o tendere ad essere – un sistema.

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