003-006 (just for fun!)

E’ difficile negare che tra chi lavora nelle biblioteche italiane sia ancora predominate, rispetto a qualunque altra, una formazione di tipo umanistico. E’ il risultato matematico di una serie di equivalenze che recita impiego pubblico = impiego femminile = studi non scientifici (tenete in considerazione anche l’età media, non certo bassa, degli attuali dipendenti pubblici). Come se questo non bastasse, aggiungete all’equazione anche l’equivalenza ancora ben solida nella percezione collettiva biblioteca = letteratura.

L’unico lato positivo di tutto ciò è che, quando si tratta di distribuire compiti come la cura di alcune aree tecniche o scientifiche delle collezioni, se per caso vi trovate ad alzare la mano e a proporvi sarete immediatamente accontentati. E’ così che mi sono trovata, pur avendo alle spalle la tipica formazione umanistica di cui sopra, a curare una consistente collezione di informatica. Consistente, ma in declino, e quindi tutta da rivedere e rilanciare.

Curare una collezione significa (lo dico per i non addetti ai lavori che stanno leggendo questo post nonostante il suo titolo) una serie lunga e disomogenea di attività come la selezione dei nuovi titoli da acquistare, i relativi ordini, il controllo dei prestiti, lo scarto dei titoli considerati non più utili, fino ad operazioni modeste come aggiustare copertine e riattaccare etichette sfiancate dai prestiti.

Perché in molte case davvero sono stati questi libri. L’informatica è una delle aree della saggistica e della manualistica che riesce quasi ad eguagliare il tasso di circolazione della narrativa contemporanea. Per molti (compresi gli apprendisti stregoni come me che hanno provato la gioia di passare 48 ore a installare programmi oltre ogni ragionevole speranza di successo, e alla fine sono riusciti a fare quello di cui avevano bisogno), non sarà una sorpresa. Ma per alcuni forse ancora sì.

Lavorando sull’informatica e prendendola di petto con una sana operazione di scarto che nel mio caso definirei di dimensioni epocali (tutto è relativo) ho scoperto diverse cose interessanti.

A partire da 003, sistemi. Ci trovate vecchi libri sulla realtà virtuale tanto quanto la biografia di Norbert Wiener, padre della cibernetica (da leggere) o i libri di Steven Johnson che trattano di sistemi in senso biologico. Sistemi: sorge subito il sospetto che di qualcosa di molto più grande che di un manuale per usare Word si stia parlando.

Si scopre che, nonostante schiere di bibliotecarie rifiutino di occuparsene in nome di una presunta difficoltà della materia, non esiste probabilmente disciplina più documentata di questa. Non importa quanto esoterico sia l’argomento che vi troverete di fronte, ci sarà sempre una voce di Wikipedia che ne tratta in modo così esauriente da evocare lo spirito dell’enciclopedia in persona. Se non siete soddisfatti della voce di Wikipedia italiana, c’è quella inglese, aggiornata da qualcuno cinque minuti fa perché il mondo sappia che l’ultima versione di un software verrà rilasciata a novembre prossimo.

Ma ci sono altri aspetti di questa totale documentabilità che risultano ancora più interessanti.

La rete è talmente piena di informazione sui temi dell’informatica da far sì che questa sarà probabilmente anche la prima disciplina della storia per la quale la stampa rappresenterà solo una piccola parte della documentazione disponibile. E non che i manuali di informatica che ancora oggi vengono stampati siano pochi.

In secondo luogo, la rete è piena non solo di informazioni sull’informatica, ma di persone che parlano di informatica (e permettono agli apprendisti stregoni di andare a letto felici dopo le fatidiche 48 ore). Una differenza sostanziale, che rivela molto di come le persone imparano e che fa pensare a quanto sia complesso il rapporto fra quel flusso caotico di conversazioni e quello che, come professioni della documentazione, ci sforziamo di registrare.

C’è poi il fatto che la persona che si interessa di informatica è con ogni probabilità anche un early adopter delle nuove tecnologie dell’editoria digitale, dato già ampiamente fatto proprio dagli editori specializzati che, sempre più spesso anche in Italia, pubblicano le novità in doppio formato (su carta e digitale), se non già oggi in alcuni casi in formato esclusivamente digitale. Cosa che configura questa disciplina come l’oggetto, per le biblioteche, di una specie di prova generale di gestione di un patrimonio ibrido.

Essendo una disciplina relativamente giovane e ad alto tasso di evoluzione, curare una collezione di informatica vi permette anche di vedere svolgersi sotto i vostri occhi il suo ciclo vitale. Non è un caso se il sistema di classificazione Dewey ha ricollocato in uno dei suoi ultimi aggiornamenti i linguaggi di markup in una nuova posizione: oggi, gli scaffali che ospitano gli 006.7 stanno lentamente inglobando lo spazio circostante in un tripudio di HTML, CSS, XML e web design. Ed essendo una disciplina a sviluppo incrementale, non puntate sulla facile soluzione di scartare semplicemente tutto ciò che è vecchio: Costruire un sito web del 2000 è un libro morto, ma alcuni manuali di programmazione pubblicati nello stesso periodo continuano a circolare nonostante siano, letteralmente, sbriciolati.

E non c’è la sola manualistica. Ci sono anche i classici che, esattamente come quelli della letteratura, continuano negli anni a uscire in prestito senza sosta. Linus Torvalds, Pekka Himanen, Kevin Mitnick… opere che a volte mettono in questione i confini del genere stesso della biografia mescolando racconto e tecnica (dunque, non solo di manuali su Word si tratta…)

Ma la cosa in assoluto più stupefacente, a conti fatti, è la mancanza di interesse che i bibliotecari mostrano spesso di avere nei confronti di questa materia. Se anche non sono personalmente interessati al tema (non è mica obbligatorio), potrebbero essere invogliati dai tassi di circolazione. E invece no. Fare un’operazione di scarto significa per forza di cose confrontarsi con i posseduti delle biblioteche del territorio in cui ci si trova. In un’area ricca di biblioteche come quella in cui lavoro, i risultati di questo confronto sono stati sconfortanti. Fatta eccezione per le biblioteche di ingegneria (eccezione parziale, il taglio delle collezioni è comunque giustamente differente), è evidente che tutto intorno c’è il vuoto quasi assoluto, per un’intera provincia. Quasi assoluto perché non basta un manuale vecchiotto su qualche software qua e là per rispondere a quella che i prestiti ci dicono essere la richiesta reale di manualistica in questo ambito.

Certo mantenere una collezione completa e aggiornata di informatica è piuttosto costoso. Certo non stupiscono, di conseguenza, lacune un po’ su tutti i fronti. Stupiscono però la casualità di alcune raccolte, e il fatto che non si studino casi come questo per porsi domande più ampie sul futuro delle nostre collezioni.

Qualche giorno fa, discorrendo su aib-cur di legge Levi e di conseguenti tagli al potere di acquisto delle biblioteche, si sono finalmente cominciate a sentire anche voci che tentano di affrontare questo momento difficile in maniera positiva. E qualcuno ha fatto notare come sia stato rilevato in alcuni casi un tasso che arriva fino al 5% di novità librarie che non riescono a fare, negli anni successivi all’acquisto, alcun prestito. Interessante.

La funzione della biblioteca pubblica per come è stata definita negli ultimi cento anni ci ha abituato a concepire la biblioteca come un microcosmo che riflette ogni aspetto della conoscenza umana. La Dewey rappresenta l’apoteosi quasi paranoica di questa visione.

E se fosse invece arrivato il momento di chiederci se sono veramente i cittadini a volere una biblioteca generalista, oppure noi a cercare di imporgliela per amore dell’idea di completezza?

Una crisi economica come quella che viviamo dovrebbe per lo meno alzare la percezione collettiva del senso di urgenza. Non è più tempo in cui ci si possa permettere di non fare delle scelte, e se questo è vero per la gestione finanziaria degli stati figuriamoci per quanto riguarda i nostri piccoli budget per gli acquisti. Spezzo allora una lancia a favore dell’informatica per tutti, perché credo che non ci sia niente come questa disciplina che renda le persone un po’ più autonome e un po’ più capaci di rispondere alle loro specifiche esigenze, qualunque esse siano. E perché, in fondo, è anche divertente ;-)

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