57. congresso AIB a Roma. Parte prima: osmosi

Si è appena concluso il congresso 2011 dell’Associazione Italiana Biblioteche a Roma, torno a casa con tante impressioni e quindi questo non sarà solo un resoconto. Bene o male che sia andato, me ne sento un po’ responsabile avendo avuto la fortuna di trovarmi nel comitato scientifico che ha proposto nomi e, indirettamente, argomenti da discutere. Ma lo dico subito, secondo me è andato bene, anzi, di più ;-)

Dei tanti filoni presenti provo ad identificarne alcuni.

Il primo (a cui si limita questo post in attesa dei prossimi) gira intorno al tema dei confini del documento. Detto con parole tutte mie, non possiamo più essere bibliofili perché Il Libro (quell’oggetto finito e in sé consistente) semplicemente non esiste più. Esistono al suo posto una varietà di forme di espressione e di organizzazione dei contenuti (fra cui i libri) con cui ci abitueremo col tempo a convivere.

Inizia Gino Roncaglia a parlarne nei termini di una riconquista della complessità. Siamo bombardati da narrazioni che descrivono i contenuti sul web, in particolare quelli generati dagli utenti, come liquidi e frammentati, come dati che scappano in ogni direzione e che si cerca vanamente di descrivere con metadati e semantica ma che frammentati restano. E’ una narrazione coerente col senso di overload che abbiamo tutti di fronte al mare di dati che ci incalza e alla pluralità delle piattaforme su cui appare (il web, lo schermo del cellulare e via andando) ma che nasconde un elemento emergente fondamentale: di fronte a tanta frammentazione, sono i servizi online stessi che stanno evolvendo in direzione della costruzione di strumenti per la gestione della complessità. Prendiamo Facebook, l’obiettivo-tipo della polemica che contrappone approfondimento della lettura tradizionale e divagazione narcisistica in rete. Facebook, e le continue evoluzioni della sua piattaforma, possono invece essere descritti come strumenti di creazione guidata di contenuti complessi (il microblog che aggiorno diverse volte al giorno, l’archivio delle foto taggate, l’elenco dei miei contatti in cerchie differenziate…). La battaglia tra Facebook e Google+ si gioca su questo, sulla capacità di governare flussi combinati di informazioni secondo regole di aggregazione personalizzate. Ma un esempio ancora più macroscopico si trova nel “banale” hashtag di Twitter, che trasforma un diluvio di parole in un database ricercabile con la semplice aggiunta di un carattere. O nei servizi di aggregazione e di mashup che costituiscono il motore anche economico del web attuale. Linguaggio da macchine, è vero, ma che ci restituisce un senso di organizzazione narrativa e argomentativa che credevamo potesse risiedere esclusivamente nella forma libro.

Quali nuove competenze sono richieste ai bibliotecari che vivono in un universo informativo di questo genere (vi prego di notare che si parla di tempo presente e non futuro)?

La risposta di Roncaglia è riconoscere, descrivere e gestire contenuti di questo tipo. Garantirne l’accesso culturale e tecnologico. Conservare (quanto dibattito pubblico di prim’ordine, ad esempio, abita su Twitter per il breve periodo in cui i tweet vengono mantenuti online?). Ma anche essere soggetti attivi nella produzione di nuove forme di organizzazione della complessità, creando strumenti di connessione e mappe che rendano il paesaggio percorribile.

Nella stessa direzione Nicola Cavalli parlando di social reading. Ripercorrendo la strada che porta dai vecchi gruppi di lettura in presenza a servizi come aNobii e Goodreads, fino al social reading in senso proprio illustrato da casi come l’italiano Bookliners, ciò che emerge è la potenziale trasformazione della pratica della lettura in pratica sociale allargata. Le annotazioni al testo che leggo possono essere rese pubbliche o condivise con un gruppo definito di persone (pensiamo alle applicazioni in campo didattico). Ma possono anche entrare a “far parte” del testo originario, i cui confini sfumano in un oggetto in evoluzione. Se devo trovare un parallelismo, mi vengono in mente non solo il film visto a casa con gli amici (i commenti sono a volte la parte migliore della serata), ma anche il film con i commenti del regista, il racconto del taglio di una scena, di una scelta nella narrazione… Resta lo stesso film o si tratta di un documento completamente nuovo?

Le biblioteche, da parte loro, possono diventare oggi i soggetti che favoriscono le conversazioni intorno ai libri (usiamo pure questa parola finché fa comodo), anziché pensarsi come semlici acquirenti e prestatori di oggetti fisici.

Ciò che Roncaglia descrive su di un livello generale Fabrizio Venerandi ci fa toccare con mano dal suo punto di vista privilegiato di editore di Quinta di copertina, casa editrice nativamente digitale. La parola chiave del suo intervento, che ho preso a prestito per il titolo di questo post, è osmosi.

In un certo senso, nel ruolo dell’editore digitale rispetto a quello dell’editore tradizionale non cambia nulla, perché l’editore resta un iper-lettore, il filtro tra ciò che viene proposto per la pubblicazione e ciò che si sceglie di pubblicare per un certo pubblico. Cambia invece il media libro che, in forma digitale, può contenere materiale integrativo, può essere corretto e redistribuito all’istante, può essere aggiornato. In questo senso, l’idea del “possesso” del libro che tanto ci appassiona come bibliotecari (bibliofili) risulta autolesionista: possedere un ebook in quanto file a sé stante e definito è limitativo rispetto al servizio a cui il lettore si abbona acquistando un ebook che viene aggiornato e arricchito. Qualche esempio: 70 km dall’Italia. Tunisia 2011. La rivolta del gelsomino, ebook pubblicato quasi in tempo nel momento degli avvenimenti che descrive e che viene rilasciato in una nuova versione quando l’editore ha raccolto nuovi contenuti aggiuntivi, mostrandoci un passaggio dall’oggetto concluso “libro” al servizio quasi giornalistico che si fa di giorno in giorno. Alfabeta 2 in digitale è associato a servizi differenziati a seconda del device di utilizzo e del canale distributivo (ad esempio MLOL per le biblioteche).

Osmosi, dunque, verso i possibili contenuti aggiuntivi, ma osmosi anche nei confronti dell’autore e dello stesso lettore. All’autore ci si può “abbonare” (un po’ come ci si abbona ai tweet di qualcuno o ai suoi aggiornamenti di status) come nella formula Abbonamento allo scrittore di Quinta. Il lettore può condividere le sue osservazioni su alcuni titoli della casa editrice su Bookliners (provate con lo stesso esempio, 70 km dall’Italia).

Un ulteriore passo in avanti che forse come bibliotecari non abbiamo ancora completamente metabolizzato: un ebook è un testo che può essere arricchito di metadati in maniera integrata, vale a dire che può portare dentro di sé metadati semantici estremamente raffinati così come oggi si porta dietro DRM e i pochi dati descrittivi che gli editori modellano sulla base di un’idea libresca di indicizzazione (autore, titolo, eccetera). Esiste un futuro possibile in cui l’interrogabilità di XML (linguaggio alla base del formato standard epub) potrebbe trasformare ogni ebook in un database ricercabile, ma è un futuro che ha bisogno di editori che costruiscano il testo nel modo giusto e, direi, di bibliotecari che sappiano apprezzarne le implicazioni.

Infine ancora un’ipotesi sulle funzioni della biblioteca nel panorama dell’editoria digitale: la biblioteca può lavorare per garantire l’accesso nel tempo ai contenuti (conservazione e conversione dei formati). Può facilitare e indirizzare la produzione editoriale. Può sfruttare per questi scopi la distribuzione capillare sul territorio delle sue strutture. Ma soprattutto, la biblioteca può sostenere la cultura digitale così come ha sostenuto la pratica della lettura, e finisco dicendo che sulla base di questa frase potemmo avviare decine di progetti concreti, e aggiungendo un’osservazione personale: mi stupisce che nessuno citi Xanadu almeno come metafora di tutto questo… che si tratti di un collegamento azzardato?

(Cominciano intanto ad uscire i materiali relativi al congresso. Qui le slide di Quinta di copertina).

17 thoughts on “57. congresso AIB a Roma. Parte prima: osmosi”

  1. Al fine di evitare incomprensioni e aiutare maggiormente il dialogo con i colleghi che trovandosi davanti questi nuovi modi di concepire un “documento” probabilmente reagirebbero con una chiusura pressochè totale, suggerisco di non parlare di “morte” del libro ma “nascita” di qualcosa di alternativo, direi complementare.
    A chiusura del convegno (a proposito, grazie a tutti voi che lo avete concepito e realizzato…) Antonella Agnoli ci ha anche ricordato i problemi legati a mantenere nel tempo il documento digitale in tutte le sue forme più o meno complesse: l’ebook di Venerandi che documenta il processo che ha portato il popolo tunisino alla libertà, è pieno di link a pagine, commenti, immagini in rete che non è detto che siano ancora raggiungibili anche solo tra qualche mese… Da questo punto di vista credo che la tecnologia e tutte le piccole/grandi rivoluzioni che si porta dietro deve dare ancora delle risposte e su questo credo che i bibliotecari dovrebbero probabilmente parlare un pò più forte.
    Lankes, infine, mi ha veramente commosso e esaltato, sia per le cose che ha detto ma anche per il modo (passionale?) con cui le ha dette!
    Ciao

    Marco Azzerboni

  2. grazie a te, Marco!
    Sulla conservazione, come avrai notato è un tema che è stato sottolineato da tutti (compreso chi parlava dalla sponda “commerciale”). Non so se hai sentito l’intervento di Blasi, però, che su questo dice una cosa che chiarifica le cose: stiamo attenti a non confondere conservazione a lungo termine (che è qualcosa che da sempre riguarda solo poche istituzioni centrali, e che col digitale a maggior ragione riguarderà progetti ancora più vasti) e delivery (rendere possibile l’uso dei contenuti agli utenti al di là del tema del possesso della singola copia digitale da parte di ogni singola biblioteca che ne ha acquistato la licenza). Ciò a cui io e te e la stragrande maggioranza dei bibliotecari si dovrebbero dedicare è la seconda, e qui si tratta di trovare non so neanche io come (cooperazione, certo) una forza contrattuale maggiore di quella che abbiamo ora. Se ci blocchiamo di fronte al sacro terrore della conservazione intesa per analogia col libro cartaceo, semplicemente ci tagliamo fuori dall’avere un qualsiasi ruolo utile nel mondo dell’informazione di oggi. Spero di spiegarmi…

    1. Credo di aveti capito, ma non mi riferivo agli ebook come singoli oggetti, ma più specificatamente ad altri oggetti digitali (facebook, twitter, …) che in particolare Roncaglia ha cercato di “organizzare” sotto forma di conversazione e che sono stati ripresi poi da Veneranda per l’ebook di cui parlavo. Questi oggetti, che leggiamo oggi e che costituiscono il “documento” (lasciami usare questo termine che sa di vecchio ma che spero aiuti a capire), domani, nel senso proprio di 24 ore dopo, li potremo ancora vedere?
      E’ veramente così forte questa rivoluzione?

      1. Non è “forte” nel senso che dici tu, in compenso… è già avvenuta e di punti di forza ne ha credo un numero infinitamente più alto rispetto a quelli di debolezza. Mi viene in mente solo questo: uno dei punti da metabolizzare è anche l’aumento (quantitativo) dell’informazione in circolo. Quando conservavamo la carta vivevamo in un mondo scarso, anzi scarsissimo. Ora che quel mondo è esploso possiamo porci lo stesso obiettivo di prima? I progetti di harvesting della rete comunque esistono (non sono un’esperta e non vorrei scrivere sciocchezze…), forse si tratta di prendere atto che la conservazione la faranno delle macchine, e non delle persone preservando un certo grado di umidità nelle loro sale. Piuttosto, dovremmo farci assumere da Google e dargli qualche dritta ma (come dicevo all’inizio) questo è un obiettivo che dovrebbero porsi i colleghi che lavorano alle Nazionali e non certo io e te. Di sicuro il loro stipendio migliorerebbe ;-)

  3. “Ciò a cui io e te e la stragrande maggioranza dei bibliotecari si dovrebbero dedicare è la seconda”.
    Concordo totalmente con te Virginia. Nelle discussioni con i miei colleghi questa del non possesso è la cosa che trovo più difficile da far accettare. E’ come se proprio non si riuscisse ad effettuare quel cambio di paradigma senza il quale qualunque ragionamento sul come affrontare l’attivazione di servizi legati ai contenuti digitali verrebbe a cadere.
    E’ duro il cambiamento, soprattutto per chi è cresciuto in un ambiente lavorativo e culturale dove la conservazione l’ha fatta da padrona.

    1. La cosa paradossale, poi, è che in realtà nella maggioranza dei casi quello a cui i bibliotecari assistono è esattamente la non conservazione della carta. Guarda un libro dopo che è stato stampato su cartaccia, incollato col vinavil (esiste ancora il vinavil?) e ha fatto 80 prestiti, di quale conservazione parliamo allora? Per non parlare di tutti quei casi in cui la cultura della conservazione, malintesa, conserva sugli scaffali delle biblioteche pubbliche libri vecchi e inutili che le squalificano anziché dare loro valore…

  4. Ciao Virginia,
    mi veniva in mente che tutto questo non potra’ non riverberarsi anche sulle strutture fisiche delle biblioteche. Si dovrà ripensare al concetto di pieno, vuoto, seduta, postazione, tavolo, prossemica, scaffale aperto e soprattutto al rapporto dentro/fuori.
    Non sarà facile, con tutta la carta che abbiamo, che ci avvolge e ci protegge.

  5. Mi lascia molto perplesso la frase “riconquista della complessità”. Complessità indica qualcosa di difficile comprensione, piena di elementi concatenati in cui bisogna trovare il filo per arrivare ad una conclusione. Una teoria filosofica può essere complessa, un’astronave può essere complessa, la trama di un romanzo può essere complessa, internet è solo vasto, non complesso. In questo enorme contenitore ci possono essere cose buone e cose cattive o insignificanti, naturalmente le seconde sono la stragrande maggioranza. Ai tempi della carta – lo possiamo dire? – stampare qualcosa richiedeva impegno, fatica, intelligenza, a volte disponibilità economica, tutto questo non evita che tra la carta stampata ci sia un mare di corbellerie, ma forse un po’ meno di internet. Che facciamo, per non far morire il bibliotecario tradizionale fermiamo internet? Assolutamente no. Vivo e lavoro a Napoli e da qualche anno noto sempre più persone (in genere donne rom, ma non solo) che armate di un lungo ferro uncinato si lanciano tra i bidoni della spazzatura per recuperare qualcosa di buono che poi la domenica cercano di rivendere in mercatini improvvisati. Questa immagine mi è venuta subito in mente, sto pensando: qual’è lo strumento simile al ferro uncinato di cui si possono servire i futuri bibliotecari digitali per tirare fuori qualcosa di buono da google, facebook, twitter, blog, url e quant’altro?

  6. ciao Arturo, alla tua domanda finale ho solo una risposta molto sintetica, ma non del tutto ovvia: conoscerle, tutte quelle cose che citi, potrebbe essere un ottimo modo per tirare fuori il buono dalla grande vastità di internet. Non siamo gli unici ad organizzare il mondo (come bibliotecari, intendo), conoscere gli strumenti che altri hanno già creato potrebbe essere un ottimo inizio. Credo che questo fosse un po’ il messaggio di Roncaglia.
    E ti assicuro che anche pubblicare in rete implica “impegno, fatica, intelligenza, a volte disponibilità economica”, molto più di quanto sembri…

  7. due punti dei molti emersi da questa conversazione:
    1 – conservazione. se nella nostra cultura professionale quando c’era solo la carta il ruolo della conservazione era prevalente e la biblioteca era identificata come luogo di conservazione. Il modello rischia di perpetuarsi nell’era del digitale se i bibliotecari non cambiano a 360 gradi la loro natura. L’ultima cosa di cui deve preoccuparsi il bibliotecario di una biblioteca pubblica è di conservare i cd-rom allegati alle riviste di cui è abbonata o cose simili. E per estensione non credo che il tema della preservazione debba occuparsi anche dei messaggi Twitter (salgo campioni); si rischia altrimenti di consegnare alle generazioni future un peso conservativo spropositato rispetto alla sua utilità. E del resto se le chiacchiere fatte al bar restano solo nella memoria degli ascoltatori ben venga anche una sana scomparsa delle voci passate nel web.
    2 – il luogo di lavoro del bibliotecario: come dice Carlo Paravano, ci saranno conseguenze sulla organizzazione delle biblioteche; ma ci sarà anche il bibliotecario senza biblioteca: ci sono moltissimi luoghi del web dove le nostre migliori competenze potrebbero essere usate con ottimi risultati per l’organizzazione della conoscenza e per la sua diffusione. Ma questo ruolo dobbiamo conquistarcelo.

      1. avevo visto; ma per questo ho scritto conservazione selettiva. Non so quando spazio disco ha la Library of Congress, ma forse pensa che tra qualche anno twitter morirà (sostituito naturalmente da qualche altra cosa).
        Ma in generale tu pensi davvero che possiamo sommergere gli storici del futuro da tutta quasta marea di parole? io penso che gli storici del medioevo avessero un archivio di tutti le conversazioni di quell’epoca sarebbero incapaci di produrre analisi storica sommersi dalla mole di dati. E così nostro compito non è quello di preservazione a tappeto, ma soprattutto di selezionare cosa preservare.

      2. Non sono un’esperta ma so che già oggi i sociologi che ad es. si occupano di social network lavorano su masse di dati e non certo solo su piccoli campioni qualitativi. Cambia la massa dei dati e cambiano i metodi. Come fa Google a distillare significato dal mare delle pagine web? Lo fa con la matematica, non certo con gli sforzi di selezionatori umani. E inoltre “selezionare cosa preservare” assomiglia un po’ alla storia scritta dai vincitori, no?

  8. Il lavoro del bibliotecario comporta sempre una selezione: non compriamo certamente tutto ciò che viene pubblicato. E lo storico sa che i documenti che studia sono il prodotto di una selezione ma sa che deve tenere conto anche dei documenti che non ci sono arrivati o che non sono stati scritti.

  9. Mi ero finora trattenuto dall’intervenire perché non ho mai approfondito l’argomento della digital preservation riguardante i micro-blog e il social network in generale, per cui non volevo parlare di cose che non conosco. Mi permetto quindi solo una piccola riflessione: Susanna fa bene a parlare di selezione, ma credo sia un errore non distinguere fra le risorse documentarie tipiche delle biblioteche (dai libri ai siti web, per i quali spesso si fa una selezione di bookmark) e un intero fenomeno di massa come è appunto il social network. Parlando di Twitter, per esempio, io credo che vada considerato Twitter come una risorsa, e non un insieme di n risorse (i singoli tweet).

    Un motivo ad esempio è che il social network ha valore non tanto nella singola unità di messaggio, ma nelle sue relazioni: la rete di persone che è abbonata al profilo, l’insieme degli hashtag, le risposte, etc. Per cui fare una selezione, almeno a un primo approccio, mi pare sbagliato. Dico “a un primo approccio” perché non escludo che un ulteriore livello di selezione possa effettivamente avvenire, ad esempio su certi membri ritenuti di particolare rilievo o su certi hashtag particolarmente importanti (per fare un esempio di attualità: #OccupyWallStreet).

    Ripeto, non so come si stiano muovendo le istituzioni su questo campo, quindi non mi dilungo inutilmente. Di certo la realtà dei social network è un fenomeno comunicativo inedito, e mi pare che abbia senso che il primo approccio di chi fa digital preservation sia massivo: prendiamo tutto, e poi si vedrà. Oltretutto il fenomeno stesso è un fenomeno di massa, e sui grandi numeri le operazioni manuali e capillari hanno poco successo – lo vediamo banalmente quando ci troviamo a gestire i periodici elettronici o gli ebook in ampi pacchetti di titoli. La gestione di questo information overflow è comunque affidata a macchine ed algoritmi, per cui lasciare fuori dei contenuti è meno vantaggioso che includerli.

    My two cents :-)

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