57. congresso AIB a Roma. Parte terza: politica

Ho lasciato in fondo un filone che definirei in senso lato, ma non superficiale, come politico.

Abbiamo un nuovo presidente AIB, Stefano Parise, ed essere (anche) politico è il suo mestiere. Infatti parte dalla crisi del welfare e non da quella delle biblioteche. Parla della cultura come di una risorsa che taglia i costi del welfare. Con la cultura si invecchia meglio, ad esempio, e fa un po’ impressione che, parlando dei futuri anziani che saranno più colti ma anche più poveri di quelli di oggi, stia in definitiva parlando di noi. Sostiene che occorrono investimenti in ricerca e formazione secondaria. Che dobbiamo costruire una narrazione pubblica che riaffermi (affermi, in Italia) il valore delle biblioteche. Ma dice anche che denunciare non basta. Vorrei ripeterlo: denunciare non basta.

Occorre anche rendersi conto che non esistono più rendite di posizione, neppure all’interno del mondo bibliotecario, e che una riorganizzazione del settore, finalmente e realmente coi cittadini e non con le istituzioni al centro, non è più rinviabile. Dice che è ora di un cambiamento reale nella professione, che le migrazioni, le rivoluzioni tecnologiche, la rivoluzione demografica e le molte differenze all’interno del nostro territorio lo rendono indispensabile. Ma dice anche che “il futuro sarà di chi saprà costruirselo”. A buon intenditore.

E’ politico l’invito a divulgare una seconda narrazione – quella sul diritto d’autore – in senso pieno e non limitante (ne ho parlato nel post precedente).

A mio modo di vedere, è politica anche la posizione di chi cerca di ritagliare spazi operativi concreti nel panorama attuale, facendo leva sulle possibilità reali di mettere in piedi servizi sostenibili senza aspettare il sol dell’avvenire.

E’ esplicitamente politico David Lankes, unico ospite straniero del congresso, quando si congratula con noi per il fatto di avere un governo. Ma è politica la sua intera impostazione, completamente basata sul mettere al centro del nostro lavoro il cittadino (che diventa membro, e non più utente, delle biblioteche), le comunità specifiche, l’esigenza di apprendimento continuo.

Devo ammettere che solitamente tendo ad essere insofferente di fronte ad affermazioni circa la democraticità intrinseca della biblioteca, così come lo sono a quelle sul valore taumaturgico della lettura. Ora mi rendo conto che ciò a cui sono insofferente è la tendenza all’accontentarsi degli slogan.

Si può parlare di spazio della democrazia in biblioteca se, come fa Lankes, non si fa sconti a nessuno. Lankes parla delle biblioteche americane che i cittadini hanno difeso dal rischio della chiusura come delle biblioteche che nessuno ha difeso perché non si erano meritate di esserlo. Parla dei molti errori dei bibliotecari, a partire dal fraintendimento fatale della professione come gestione di oggetti fisici e non come servizio all’apprendimento continuo delle persone. Della focalizzazione sulle funzioni (catalogare, utilizzare database, conservare) come qualcosa che condanna la biblioteconomia, perché identifica come minaccia ogni nuovo modo di svolgere quelle stesse funzioni (Google è un pericolo perché indicizza senza la catalogazione descrittiva, Amazon è un pericolo perché fornisce libri direttamente ai cittadini) e non ci spinge a cercare di lavorare come partner alla pari con quei nuovi soggetti, difendendo valori che il mondo commerciale non ha come propri.

Ma condanna la biblioteconomia anche un aspetto che rappresenta in realtà una grande vittoria: la spinta alla partecipazione. Cittadini istruiti finiscono per chiedere di dare forma ai servizi. Non si accontentano dei servizi delle biblioteche così come fa comodo a noi definirli.

Per essere ancora più chiari, Lankes parla di un futuro brillante per la biblioteconomia, ma lungo un sentiero difficile che richiede ai bibliotecari un impegno personale e diretto, una “radical personal action” che non sempre vedrà le istituzioni lavorare nella stessa direzione. Effettivamente, definire insieme alla propria comunità che cosa significhi in ogni specifico caso produrre un miglioramento sociale non è esattamente il modo in cui raccontiamo comunemente la nostra professione. Proporci come intellettualmente onesti piuttosto che come difensori della neutralità sarà un’altra sfida (in biblioteca non c’è posto per la censura, certo, ma un libro scelgo di acquistarlo e l’altro no). Mettere in discussione i confini dei nostri pregiudizi di fronte a una comunità non rientra fra le materie di esame neppure dei pochi che in Italia hanno studiato biblioteconomia.

“Yes, the library of today is doomed. We can morn it, or we can celebrate the fact that it has prepared us for tomorrow. If you walk away from this talk belevieng that I see no value in catalogings, or books, or buildings, I have been unclear. All of these have been valuable to get us to today. However, their past value does not dictate their future value. We must constantly question everything we do, not to seek fault, but to test fitness. If a service add value, we keep it. If it does not, we celebrate it, and then move on. The mission and our value endure, the tools and function we use to achieve this mission must change with the times.”

Grazie al Sole 24 Ore e ad Enrico Francese una traduzione dell’intervento di Lankes è già disponibile online.

10 thoughts on “57. congresso AIB a Roma. Parte terza: politica”

  1. Eccoci qua, finalmente. Aspettavo questa tua cronaca, e sono in attesa di vedere un fiume di commenti! Ci sarebbero molte molte cose da dire su Lankes, in effetti, e nemmeno io so da che parte incominciare.

    Come appunto sai, ho passato diversi giorni sul suo pezzo, e mentre cercavo le parole giuste per tradurlo mi immaginavo quali sarebbero state le reazioni della platea. Quello che mi piace del suo discorso è che non solo è una chiamata aperta, forte, inesorabile, a prendere atto di una certa realtà (la vittoria e il fallimento, come dice lui); ma che questa chiamata è stata rivolta a un’intera popolazione professionale: ai bibliotecari italiani, nella loro riunione nazionale. Parla a tutti, nessuno escluso: quelli che scrivono su AIB-CUR; quelli che leggono Biblioteche Oggi; quelli che non si alzano dal bancone quando vedono che un utente è in difficoltà con il catalogo; quelli che pensano alla punteggiatura di ISBD prima che alla chiarezza dei loro siti; quelli che si lamentano del precariato ma non capiscono a cosa serve XML; quelli che non conoscono l’inglese. Ne conosciamo molti altri, invece, che da tempo covano pensieri diversi dalla linea comune, si interrogano sull’efficacia della loro pratica quotidiana, mettono in discussione (non dico rifiutano o ignorano, dico “mettono in discussione”) le pratiche consolidate, che magari ne scrivono sui blog, come fai tu, o si dannano l’anima per tentare di fare capire queste cose a chi ha la testa più dura, come continuano a fare molti dei miei bravi colleghi a Torino.

    Venerdì queste cose sono state dette ad alta voce, a tutti, una volta per tutte. Quello che abbiamo fatto finora non basta più, non bastava più dieci anni fa e ora il tempo è davvero scaduto, si cambi finalmente l’andazzo, si cambi l’atteggiamento, si cambi la prospettiva. Si esca dalle biblioteche, si vada incontro alla gente (io parlavo di “biblioteca pervasiva”, Lankes parla di “embedded librarians”, ma è la stessa cosa). Non voglio dire che la catalogazione vada abbandonata, o che l’indicizzazione possa essere approssimata, o che i cataloghi non servano più: al contrario. Voglio che si vi pensi come a un mezzo, non a un fine. Strategicamente pensato, non pedissequamente eseguito.

    Conosco molte persone che, se fossero state presenti in sala, avrebbero storto il naso, si sarebbero sentite scomode, non avrebbero capito, si sarebbero limitate a criticare la retorica stelle e strisce del pingue professorone. Ne conosco altre che avrebbero pensato “finalmente!”. Fossi stato presente io, avrei passato il tempo a guardarmi intorno e scrutare le espressioni dei presenti. Quindi lo chiedo a te che c’eri: come è stato accolto il suo intervento – aldilà della retorica e degli ovvi applausi? E’ passato e andato via? Ha lasciato qualcosa? E’ stato compreso? E’ parso spocchioso? Hanno capito i bibliotecari italiani che è il tempo di una nuova biblioteconomia?

  2. Ho letto l’intervento di Lankes nella traduzione apparsa su “Il Sole 24 ore”.
    Alcune osservazioni che non pretendono di essere altro che delle impressioni di lettura, collegate ad altre letture che ho fatto di materiali pubblicati da Lankes.
    Confesso che dei suoi interventi trovo deboli le parte propositive. Prendiamo quello di Roma: l’unico esempio concreto che fa di nuovo ruolo professionale realmente esistente, perché frutto di formazione specifica da un lato e d’altronde richiesto dal mercato del lavoro, è quello dell'”information professional” (chiamiamolo così) che si occupa di eScience, ovvero di gestione dei dati scientifici prodotti da una istituzione di ricerca.
    L’esempio è sicuramente calzante, tanto più che Lankes è coinvolto come formatore e quindi sa di cosa parla.
    Ma dal mio punto di vista, cioè di chi lavora in Università da 10 anni, questi discorsi mi fanno uno strano effetto. Mi vengono in mente le tante altre cose già lette su questi argomenti. Ne citerò 3 fra tutte:
    1. Wendty Pradt Lougee. 2002. Diffuse Libraries: Emergent Roles for the Research Library in the Digital Age. CLIR Reports. Washington, D.C: Council on Library and Information Resources.
    http://www.clir.org/pubs/abstract/pub108abst.html
    2. Christine L. Borgman. 2007. Scholarship in the Digital Age. Cambridge (MA): The MIT Press.
    3. Jo Webb, Pat Gannon-Leary, Moira Bent. 2007. Providing Effective Library Services for Research. London: Facet Publishing.
    In sostanza: per dire quello che dice Lankes non c’è bisogno di essere Lankes, altri lo hanno detto prima di lui e non molti più argomenti e Lankes non dice a questo proposito niente di nuovo. Ma non è questo il punto. L’effetto strano che provo è dovuto allo stupore per il fatto che in Lankes non si trova nessun aggancio al dibattito iniziato prima, agli autori: nelle citazioni presenti nei suoi lavori non si trovano accenni alle pubblicazioni sui nuovi ruoli dei bibliotecari, né alla vasta letteratura ormai presente su quello che in USA/UK chiamano a seconda dei casi eScience, e-research, Digital Scholarship. Queste esperienze vengono citate, mai discusse.
    Prendiamo un altro esempio: il testo di un intervento a un convegno del 2007 scritto a tre mani: Lankes, David R, Joanne Silverstein, Scott Nicholson, and T. Marshall. “Participatory networks: the library as conversation”, che fa parte dei Proceedings of the Sixth International Conference on Conceptions of Library and Information Science—”Featuring the Future”, ed è apparso sul periodico online Information Research 12 (4), 2007 http://informationr.net/ir/12-4/colis05.html.
    In questo testo si trovano citazioni ad altri lavori, ma nessuna rivolta alle pubblicazioni che ho citato né ad ad altre che appartengono allo stesso filone e che sono in realtà molto citate dal dibattito su questi argomenti.
    Se poi si considerano in quel testo le indicazioni operative nella sezione
    Roadmap to the participatory library, non si può non rimanere ancora più stupiti dalla vaghezza del discorso: sono indicazioni decisamente scarne, e anche abbastanza ovvie soprattutto se paragonate ad alti interventi molto più specifici su queste materie. Viene citato il digital reference, e di questo Lankes si è occupato in anni precedenti. Ma quello che dice sull’enhanced catalog è poco più che una indicazione scritta di volata. Non viene citato un solo autore, un testo, qualcosa di tutto l’ampio dibattito trentennale che c’è stato soprattutto in USA sull’esigenza di migliorare gli opac, di arricchirli ecc. Il testo pionieristico di Charles Hildreth (1995) che disegnava il catalogo delle 3E (“enhanced” in 3 diverse direzioni) non sembra esistere leggendo i testi di Lankes, nè sembrano esistere gli altri che se ne sono occupati.
    Si potrebbe ironizzare sul fatto che Lankes non sembra partecipare alle conversazioni su quegli argomenti :-)
    Ma quello che vorrei osservare è che in questo modo Lankes rischia di apparire solo un divulgatore, forse più dinamico di chi ha detto quelle cose prima, meglio e in maniera molto più approfondita di quanto faccia lui. Ma così c’è il rischio di semplificare quelle idee trasformandole in slogan facili, ma privi di agganci concreti. Formule evocative, ma non molto di più. Insomma: siamo quasi al guru, il che del resto è perfettamente in linea con il suo dichiarato proposito di lanciarsi in un disegno “rifondativo”. È chiaro che con questo obiettivo ci si preoccupa di più di disegnare una visione e si può lasciare ad altri il compito di riempirla con osservazioni più di dettaglio. Ma il punto è: chi farà questo lavoro se in realtà gli specialisti che cià si occupano di queste tematiche sono quelli che potremmo definire come information professionals delle tecnologie digitali applicate a sostegno della ricerca e hanno già a disposizione molti altri punti di riferimento più in tema?
    Certo questo è il rischio di chi nell’era delle specializzazioni persegue un obiettivo molto più generale. Quello che non mi convince è che non mi sembra che Lankes consideri questo rischio.
    Il problema che mi pongo non ha solo a che fare con la sua ricezione a livello accademico, ma con la ricezione in Italia delle sue idee.
    Un obiettivo di rfondazione della biblioteconomia come quello di Lankes, per la sua generalità prescinde da situazioni di contesto: quindi per es. prescinde dalla situazione italiana, ma anche da quella francese ecc. Ovvio, se vuole disegnare una visione del futuro. Ma questo vuol dire che se queste idee interessano devono essere adattate perché solo finché si scrivono libri si possono dimenticare i contesti operativi. Non quando si lavora. Ma questo lavoro di adattamento è possibile? ci interessa e ci serve davvero? Oppure possiamo trovare altri punti di riferimento utili? Mi chiedo che cosa possiamo farcene di formule vaghe che non indicano nessuna strada concreta. E me lo chiedo proprio perché in Italia i servizi bibliotecari sono spesso stati deboli per ridotto numero di lettori e scarsi finanziamenti. Inoltre la biblioteconomia italiana è sempre stata più attenta ad aspetti di normativa catalografica e alla conservazione, e questo anche perché abbiamo un patrimonio storico che in USA non c’è e che loro vengono qui a cercare (la Marciana è a Venezia, non è a Syracuse e nemmeno a New York). Certo queste tradizioni hanno finito per pesare e creare atteggiamenti molto conservativi, poco aperti al futuro, ma proprio per questo è la situazione più lontana che io possa immaginare dalla capacità di mediare e tradurre in azioni concrete il messaggio di Lankes. Non vedo ponti, mediazioni, itinerari. Ricordiamoci che in Italia la biblioteconomia negli Atenei fa parte del settore disciplinare delle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche. Nessuno insegna eScience, come secondo Lankes fanno alla Syracuse University. Se poi si aggiunge che la situazione è economicamente molto e anzi sempre più fragile, mi chiedo a che cosa possa portare il messaggio di Lankes che se letto in maniera acritica vuole anche dire: uscite dalle biblioteche e fate gli information professional per una comunità. A proposito: quello di Lankes sembra un messaggio in antitesi anche con il tema delle biblioteche come piazze del sapere e con l’esperienza londinese di IdeaStore. Ecco un altro motivo per dire: ma siamo sicuri che il messaggio proveniente da un esperto del reference digitale serva per tutte le situazioni, i contesti e i bisogni?.
    Siamo sicuri che in questo paese un simile messaggio non potrebbe avere effetti negativi, avere come risultato questo: far dimenticare le biblioteche e con loro tutta l’idea del servizio? Le biblioteche nella loro materialità concretizzano l’idea del servizio.
    Forse può sembrare un discorso pessimistico, invece è un discorso che serve per dire due cose:
    1. esaminiamo bene Lankes e leggiamolo in una prospettiva critica senza le infatuazioni che sono tipiche per i guru (tanto più se pensiamo che si può fare a meno dei guru e lo scetticismo critico è più utile);
    2. forse il suo discorso non ha nulla da dire a chi vive in un paese che ha vari problemi di riconoscimento di identità alle biblioteche e la cui ricchezza sono i manufatti storici.
    Questo non significa che non ci debba essere la eScience, la Digital Scholarship, ecc. ma se in genere dà fastidio l’unilateralità, tra cui anche quella di Lankes, mi pare che in Italia ci si possa chiedere se la strada giusta sia quella che indica lui, dando prova di molta unilateralità e scarso approfondimento, oppure se il futuro dobbiamo pensarlo in maniera più adatta al contesto e anche, se possibile, in maniera più sofisticata che non con delle formule.
    Mi aggiungo a Enrico Francese per dire che anch’io avrei voluto essere in sala per osservare le reazioni degli ascoltatori.

  3. Non ho potuto partecipare al convegno. Sono d’accordo su tutto. Catalogo da trenta anni antico e moderno, ma con lo scopo di far reperire l’informazione. E’ a questo che serve catalogare o no ?
    Quando vedo un utente in difficoltà davanti all’OPAC Sebina, mi presento modestamente per dare una mano, non mi stanco di cercare quando un utente ha bisogno di un’informazione o di un documento. Mi manca l’aureola e poi mi santificano. Voi parlate di e-book, ma una ragazza venuta a fare lo stage nella mia biblioteca dal Liceo Classico Pedagogico o come cavolo si chiama ora, è rimasta scandalizzata, quando le ho detto che la biblioteca serve anche per cercarsi un numero telefonico. Un reperto archeologico di diciasette anni. Non colpa sua, ma della scuola, credo, ma allora di cosa e a chi stiamo parlando ? Come al solito al nostro ombelico. Vi prego usate il termine cittadini /e e non gente, di lugubre memoria. Spero.

    Cari saluti a tutti
    Simonetta Pirani
    Responsabile Biblioteca tecnico scientifica biomedica
    Università Politecnica delle Marche- Ancona

  4. Ecco, la verità è che non posso dirvi quali fossero le reazioni di chi ascoltava Lankes dal vivo perché ero a) seduta in prima file e b) troppo concentrata su di lui! Ma l’applauso che ho sentito alla fine del suo discorso non era sicuramente di circostanza.

    Dopodiché…

    Neppure io mi aspetto che da domani schiere di bibliotecari italiani si mettano a tavolino a ribaltare i loro servizi da capo a fondo. Il rischio dei grandi discorsi (diciamo pure dei grandi guru, Lankes in effetti non sfugge a una definizione di questo genere) è esattamente che poi le persone pensino che, in fondo, non proprio a loro il guru stesse parlando. Che si tratti di qualcosa di troppo grande, troppo vago, poco operativo (anche queste possono essere critiche sensate).
    Ho una mia speranza personale. La mia speranza è che il mortificante stato dell’Italia (biblioteche comprese, perché non siamo certo vittime incolpevoli della situazione in cui si trovano) produca un senso di urgenza. Essendo una persona pessimista di natura, ho cominciato a 20 anni a non capire perché molti altri non sentissero il senso di urgenza nel tentare di rimediare ad una situazione che palesemente scivolava verso la catastrofe. Spero non di contagiare troppe persone col mio pessimismo, ma spero in compenso che, arrivati ad oggi, si levino almeno le voci di molti bibliotecari più o meno giovani e più o meno precari a sostenere un’idea di urgenza.

    Ringrazio veramente Pierfranco per la ricchezza del suo commento e per i riferimenti bibliografici a testi che io non conosco e che testimoniano sicuramente di un dibattito lungo e forse anche più ricco di quello aperto quest’anno da Lankes. Non sono in grado quindi di entrare nel merito di alcune sue osservazioni ma credo invece fermamente che un personaggio come Lankes – proprio grazie alle sue capacità retoriche e alla sua potenza narrativa ed evocativa – sia in grado di dare una sveglia anche a noi, intorpiditi bibliotecari italiani.

    Quello che invece non condivido di quanto dice Pierfranco (mi scuso se sto un po’ semplificando) è l’idea che dalle specificità della cultura nel nostro paese derivi in modo così fisso una particolare caratterizzazione delle biblioteche. E’ certamente stato così, storicamente, ma questo va visto come un limite che non possiamo più permetterci di ignorare. Non facciamo che lamentarci, in ogni situazione possibile, di quanto poco leggano gli italiani. La borghesia più ignorante, il popolo più analfabeta d’Europa (Pasolini), persino oggi. Ma veramente vogliamo continuare a raccontarci che in questo non abbia giocato una parte anche una visione accademica, conservativa ed elitaria delle biblioteche e della cultura? Ecco, io questo non lo posso più tacere. E credo anche che sia ora (urgentemente) di fare delle scelte. Io non voglio far parte di una categoria di conservatori (ma di cosa stiamo parlando poi? Degli scantinati della Nazionale di Firenze in attesa della prossima esondazione? Di Pompei?) che sta a guardare quanto il suo popolo resta ignorante e si racconta che è solo colpa della scuola, dell’ultima riforma dell’università, del carattere nazionale, di Roma ladrona, degli alieni che ancora non si decidono ad arrivare… Credo che ci sia una responsabilità da prendersi, e credo che sia anche giusto che non sia David Lankes a dirci cosa e come fare. Chi lo dovrebbe sapere, se non noi?

    In una biblioteca pubblica, per parlare di qualcosa che conosco, di idee da tentare di realizzare subito ce ne poterbbero essere molte. Fare reference dove se ne manifesta l’esigenza (Yahoo Answers, stando dentro Facebook…). Insegnare i rudimenti della cultura digitale (come si fa un pagamento online, come si pubblica un video, come si usa Google, perché è utile condividere una recensione, che cos’è una licenza Creative Commons…). Come si scrive un curriculum. Come si cercano “bei libri da leggere” (non te lo dice il bibliotecario, te lo dicono decine di comunità online…). Le butto lì, sarebbe tutto da verificare, e certamente sono tutte idee a rischio di fallimento, questo fa parte del gioco. Questo significherebbe fare gli information professional per la comunità dei cittadini e non per quella degli studiosi di un particolare campo disciplinare (nell’Atlas si trovano molti esempi di applicazioni alle biblioteche pubbliche, e non vedo come il discorso di Lankes sia in antitesi, ad esempio, agli Idea Stores).

    Ultima cosa (anche qui semplifico un po’ il discorso di Pierfranco): “Le biblioteche nella loro materialità concretizzano l’idea del servizio”. Ma anche no. Nella loro materialità (orari ridotti, collezioni raffazzonate, personale non sempre competente) le biblioteche possono rappresentare esattamente l’opposto, lo spreco delle risorse pubbliche e a volte, purtroppo, l’incarnazione dei peggiori pregiudizi contro la pubblica amministrazione. Non si tratta di digitale versus spazi materiali, si tratta di rendersi utili, e come, appunto, non ce lo può spiegare nessuno se non noi e i nostri utenti.

  5. Pierfranco, condivido innanzitutto la tua cautela verso il personaggio. La scarsa solidità di certe sue basi è stata notata da molti, per quanto non sia estrema come può sembrare, e se non sbaglio ne ho fatto un accenno anche nella recensione dell’Atlas. Non conoscevo, a parte una, le fonti che citi tu, e questo non fa che confermare l’ignoranza mia e della “conversazione” a cui partecipo: tutto questo porta molto facilmente all’identificazione con un “guru”, un personaggio la cui portata retorica è più forte di altri. Perché in fondo dobbiamo ricordare che è il “pubblico” (la gente, i cittadini) a eleggere i propri idoli, e responsabile della loro creazione.

    Però il senso del mio commento era proprio questo: oggi, in Italia, ben venga un guru! Ben venga un profeta! Ben venga una sberla in faccia, un grido, uno slogan, se tutte le altre fonti – che come dici tu sono numerose e di lunga data – non sono bastate. A Roma finalmente qualcuno ha detto ad alta voce e in termini chiari: sveglia. Io, tutto questo, l’ho sempre e solo letto nei blog, sentito mormorare fra colleghi, ma mai visto realizzato in pratica. Quello che mi piace è la chiarezza, per quanto semplificata e semplificante, del messaggio. Più che come evocativo, io vedo il suo discorso come “riassuntivo”, quasi divulgativo (perché c’è anche molta gente che tutti i tuoi autori non li ha mai letti, o chi li ha letti non ne ha mai parlato con i colleghi per confrontarne e discuterne le idee). Idee e principi che oltretutto non basta che siano parte della preparazione del singolo bibliotecario (ne conosco tanti come Simonetta che si dedicano enormemente ai loro utenti) ma devono essere principi direttivi dell’intera attività e professione. Non mi basta il premuroso bibliotecario di reference, o il preparato “information professional”, voglio i direttori compatti in prima fila, e l’intero personale dietro di loro, a portare avanti una visione. Una visione, o una missione.

    E per adottare l’altro termine, voglio che questa missione sia propria dei bibliotecari e non delle biblioteche. E questo lo ripeto da una vita, e Lankes lo dice meglio di me. Il motivo per cui lui si sofferma poco su temi come gli opac arricchiti, e perché in fondo l’opac arricchito non conta proprio un cazzo. (Perdonate il francesismo). Gli strumenti non contano niente, se non sono: 1) pensati sensatamente (il catalogo come lo spiega Revelli era stato senz’altro pensato sensatamente, e solo col tempo è diventato obsoleto; gli opac arricchiti sensati lo sono un po’ meno, anche se molti sforzi nella giusta direzione vengono comunque fatti e vanno lodati) 2) insegnati. E si torna di nuovo alle persone: lo strumento non serve a un cavolo se non lo si spiega. Se non si fa capire all’utente come funziona e perché. Se non lo si vede insieme all’utente. Lo dico da tutta la vita, l’ho vissuto sulla mia pelle a Torino, e me ne sto rendendo conto al CERN: qui la biblioteca ha degli strumenti modesti e persino antiquati da un certo punto di vista, ma offre un servizio eccellente e apprezzato dall’intera comunità. E non crediate che abbiano tutti questi soldi – i soldi sono spesi per gli esperimenti non per la biblioteca. Quindi? Quindi c’è qualcosa che non è negli strumenti né nelle collezioni.

    Chiudo mettendomi d’accordo ancora per una volta con Virginia: sulle critiche, sull’urgenza e sulla non-specificità culturale. Soprattutto quest’ultimo è il punto che critico del lungo commento di Pierfranco (parentesi: non minimizzerei più di tanto la ricchezza delle collezioni americane, penso ad Harvard per dirne una). Il nostro approccio professionale non deriva dalle collezioni e dal patrimonio che costituiscono, ma da una cultura; quella che da una parte ha prodotto la Cultura con la C maiuscola, elitaria, chiusa e iper-protettiva, dall’altra l’immobilità professionale più assoluta, per cui nel dubbio è meglio lasciare le cose come stanno, “ci penserà qualcun altro”, “io che ci posso fare”, ecc. Ancora, è una causa che sta nelle persone, non nelle collezioni.

    Non voglio fare l’apologia di Lankes, né eleggermi a suo discepolo, ma se c’è una cosa che la gran parte dei bibliotecari italiani che conosco ha bisogno di sentirsi dire è proprio “pensate di più alla vostra comunità”. Non lo si può negare. Per questo ho apprezzato l’intervento.

  6. Ciao,

    letto i vostri interventi (Virginia ed Enrico) devo dire che io non sono tanto d’accordo con l’idea che va bene prendere da Lankes anche solo l’ispirazione, insomma gli elementi retorico-emotivi del suo discorso e non stare a badare troppo alla forma e ai contenuti che forse non sono di prima mano e oltretutto sono un po’ troppo enfatici e schematici.
    Se bastasse questo non capirei perché non farsi ispirare da qualcuno che ha anche dei contenuti più solidi da proporre. Anche perché se non si fanno dei distinguo si rischia di alimentare grossi equivoci.
    Proporrei quindi di guardare alla proposta di Lankes esaminandola realisticamente e non solo metaforicamente. Per es. esaminiamola dal punto di vista degli esiti lavorativi. A me non sembrano ottimali.
    Schematizzando si può dire che Lankes mette al centro della sua proposta la riconversione di tutti quelli che oggi sono i diversi servizi della biblioteca in un unico servizio di reference a distanza.
    Questa servizio può essere tante cose, non necessariamente positive: se esce dalla biblioteca può rischiare di diventare un servizio “delocalizzato” (come si dice per la produzione industriale), magari fatto a casa propria, una sorta di telelavoro permanente, magari con salari infimi e certo senza prospettive di carriera, anche perché assomiglia al lavoro in un call center casalingo.
    Ci abbiamo pensato bene a come fare per evitare questi cattivi esiti una volta che chiudiamo la biblioteca, consegnamo le chiavi e accettiamo di lavorare solo a distanza?

    Una volta (anni ’50) la Telecom si chiamava Stipel e aveva sede a Torino. Chi ci ha lavorato si ricorda bene di un servizio di informazioni in cui le telefoniste si servivano anche della Treccani per rispondere a vere e proprie domande di reference. Questo per dire: con Internet non abbiamo inventato nulla, il reference a distanza nasce con il telefono. Nicholas Carr ha dedicato un libro a: “Internet ci rende stupidi”, ed effettivamente basta andare un poco indietro nell’era pre internet per scoprire tante cose. A volte si ha l’impressione che Internet abbia azzerato tutto il passato recente inducendoci a pensare che tutto nasca adesso. Questa è esattamente la stessa sensazione che si prova leggendo Lankes (o sentendolo): che prima di lui non esista nulla, che tutto cominci con lui e con il futuro che disegna, un futuro che ha questa caratteristica negativa: non ha radici, non ha passato, anche perché dice che le radici si sono totalmente consumate.
    Ma questo naturalmente non è vero: il passato c’è anche per Lankes, è solo un’impressione l’idea che non ci sia.
    Aggiungo quindi una nota a fondo pagina su bibliotecari e futuro per indicare delle ascendenze.
    All’informatico americano Alan Kay http://en.wikipedia.org/wiki/Alan_Kay è attribuita la frase: “The best way to predict the future is to invent it.”
    C’è tutta un’ampia corrente della biblioteconomia che di volta in volta si è impegnata a “inventare” il futuro e a creare una sorta di “narrazione” di quello che sarà. E indubbiamente Lankes fa parte di questa corrente anche se non credo che mi piacerebbe il futuro tutto fatto di relazioni virtuali che disegna.
    Una cosa che invece è affascinante è leggere il futuro nel passato: ovvero le narrazioni scritte nel passato di quello che sarebbe stato il futuro dal punto di vista delle biblioteche.
    Per esempio potremmo partire da un classico scritto da un altro informatico, Joseph Carl Licklider, che nel 1965 ha pubblicato Libraries of the Future (Boston: MIT Press): http://openlibrary.org/books/OL5942946M/Libraries_of_the_future
    Si tratta di un report commissionato dal Council on Library Resources che si pone in continuazione con il citatissimo articolo di Vannevar Bush, “As We May Think” (Atlantic Monthly, Luglio 1945).
    È al tempo stesso una visione di come sarebbe potuto essere il futuro di lì a 40 anni (il 2000, c’è scritto) ma anche una complessa proposta per arrivarci tramite la gestione informatizzata della documentazione non per conservare documenti ma per produrre conoscenza grazie alle reti di comunicazione collegate a un computer centrale: quello che Licklider chiama il Precognitive system che si dovrebbe sostituire alle biblioteche e che è aperto all’interazione uomo computer e al feedback da parte dell’utente.
    Il suo è un libro affascinate perché letto oggi è allo stesso tempo suggestivo come un racconto di fantascienza e anticipatore rispetto a Internet.
    Il libro si può leggere in full text scaricandolo da qui: http://comminfo.rutgers.edu/~tefko/Courses/e553/Readings/Licklider%20Libraries%20of%20the%20future%201965.pdf

    1. Pierfranco, ben vengano autori che hanno approfondito questi temi meglio di Lanles, ci mancherebbe (certo però poi bisognerebbe farli conoscere anche in Italia e la cosa non è banale), ma Lankes non dice affatto che l’unica via è la “riconversione di tutti quelli che oggi sono i diversi servizi della biblioteca in un unico servizio di reference a distanza”. I primi esempi citati nello speech di Roma erano biblioteche che giravano a cavallo di muli e dromedari per servire le esigenze specifiche di comunità raggiungibili solo con muli e dromedari!

      Ciò detto, è difficile negare che in moltissime situazioni erogare un servizio online invece che limitarlo nei confini di uno spazio fisico è più efficace sia in termini economici sia in termini di servizio reso all’utente finale, ma immagino che su questo non ci sia discussione…

      La qualità del lavoro: non è certo la “delocalizzazione” quella che determina salari infimi e cattivo trattamento dei lavoratori. Il salario standard del bibliotecario di ente locale in Italia (ovvero credo della maggioranza dei bibliotecari italiani, quelli che troviamo abbandonati a se stessi in tante biblioteche fisiche) è di 1200 euro al mese, e le prospettive di carriera non esistono perché lo stato le ha dichiarate illegali. Io alle stesse condizioni me ne starei volentieri a casa in pigiama a fare del telelavoro ;-)

  7. Ho riletto per caso oggi il dibattito svoltosi intorno alle opinioni riformatrici di Lankes. Ne ho ricavato un senso di forte straniamento. Comprendo che tutti i tre partecipanti al suddetto dibattito, discettando sulle opinioni riformatrici di Lankes, avessero ben presente la situazione della biblioteconomia e delle biblioteche in Italia, ma ho avuto l’impressione che l’avessero messa per un attimo tra parentesi, per lanciarsi in dotte e teoriche discussioni. Ho sentito molto lontana la situazione in cui lavoro io e tanti miei colleghi, che si può tramutare molto brutalmente in “le idee sono tante, ma i soldi pochi”, nonostante ciò che afferma il collega del CERN. Anche la mia biblioteca va avanti alla meno peggio, pur con scarsi mezzi e personale ridotto, ma solo per l’impegno all’interno dello striminzito staff, di alcune poche persone. E tenete conto che i pensionati non vengono rimpiazzati. Io non sono madre Teresa di Calcutta e tento di fare di tutto per i miei utenti con quello che ho, non perchè sono una premurosa mammina, ma perchè sono una professionista che cerca di mettere in pratica quello che le hanno insegnato. La cosa che ho apprezzato nel commento di FraEnrico è l’auspicio che un buon servizio non debba essere il risultato della buona volontà del singolo, perchè ciò non serve affatto: il bibliotecario non è un volontario, ma un professionista che dovrebbe, purtroppo il condizionale in base alla mia esperienza è d’obbligo, essere inserito in un sistema funzionante e logico rispetto alle esigenze della sua utenza. Utenza che io mi posso permettere, lavorando in una biblioteca universitaria, mentre certe biblioteche pubbliche sono tristemente vuote o servono da area di parcheggio per chi non vuole studiare a casa o trova l’ambiente, appunto, più silenzioso e raccolto (uso questo termine, mutuandolo dalla mia esperienza cristiana, poichè certe sale di lettura di biblioteche pubbliche, potrebbero dare dei punti a qualche cappella ecclesiale) rispetto a quello universitario. Purtroppo, e qui mi dispiace,di fronte a tanti elevati interventi, ritorniamo alla questione soldi: non tutti si possono permettere il San Giovanni di Pesaro (dico un nome a caso).E’ vero, non tutto dipende dalle collezioni e da questioni economiche, ma mi rifiuto di credere che la totalità dei bibliotecari italiani, a parte qualche eccezione, sia così conservatrice e dotata di così potenti paraocchi da non intuire e discutere sugli sviluppi futuri della professione. Ripeto, apprezzo l’espressione di FraEnrico, cito a memoria: “voglio i direttori compatti in prima fila e l’intero personale dietro di loro a portare avanti una visione o una missione”. E pensare che tutta la mia “abnegazione” verso l’utenza mi è stata rimproverata dal mio direttore (io sono solo responsabile della biblioteca), poichè innanzi tutto c’è da pensare ai conti (a cui è preposta tra l’altro una segreteria amministrativa), che non ho mai considerato un lato della professione da tenere in secondo piano, ma lo ritenevo funzionale, ad esempio, alla decisione di destinare una parte dei fondi concessi dall’Università alla biblioteca all’ acquisto di una banca dati al posto di un’altra o privilegiare un progetto rispetto ad un altro, tenendo presenti le necessità dell’utenza e quindi dei servizi forniti. Come vedete, anche nelle biblioteche universitarie, non c’è tanto da ridere, poichè, neppure il grande capo può decidere qualcosa, ma bisogna aspettare l’imbeccata dei professori e dei presidi. L’unica cosa che si potrebbe fare, ma qui scatta il carattere della persona, è che chi è a capo della struttura dovrebbe protestare con chi di dovere, ma si sa, non tutti hanno voglia o professionalità per esporsi. Alcuni infatti hanno ancora strane idee su cosa dovrebbe essere una biblioteca e un bibliotecario: sono quella eccezione di cui parlavo sopra.
    Per quanto riguarda il reference, posso dire che nella mia realtà ancora gli studenti mi chiedono i libri; novità quest’anno saranno gli ebooks, ma credo solo perche facciamo parte di un consorzio e forse non ci potevamo tirare indietro. Da queste mie parole capite che nel mio ambiente non circolano le informazioni essenziali nemmeno tra il personale preposto alla biblioteca, pensate se ci si può interessare del reference a distanza. Ora forse capite perchè io non mi posso permettere dotte discussioni, ma pensare alla “bruta “realtà. Scusate per l’intervento proprio terra-terra e non condito da citazioni di illustri studiosi. Può servire da testimonianza di quanto ancora siamo lontani, spero solo in particolari sacche del paese, dall’inserirci nel nuovo orizzonte mentale, che ci viene richiesto da un mondo che muta di giorno in giorno.

    Cordiali saluti e grazie per i vostri input.
    Simonetta Pirani
    Responsabile Biblioteca tecnico scientifico biomedica
    Università politecnica delle Marche

  8. non credo ci sia grande futuro se puntiamo al riconoscimento della identità alle biblioteche attraverso la ricchezza dei loro i manufatti storici. Più futuro vedo invece nella bibliotecaria in pigiama che fa reference da casa ;-)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...