Pirati prima di Napster

“E’ l’inizio di un nuovo secolo, e l’industria musicale si scopre in crisi. Nuove tecnologie, nuovi mezzi di comunicazione e strategie commerciali innovative stanno mettendo alla prova quei principi di copyright che, a memoria d’uomo, l’avevano fin lì sostenuta. Grazie a un processo rivoluzionario, che consente di ottenere riproduzioni perfette, i ‘pirati’ sfornano canzoni in copia a ritmi pazzeschi. E la gente non ci vede niente di male nell’approfittarne. La loro pubblicità, dopo tutto, parla di un’industria musicale basata tradizionalmente sul monopolio e sullo sfruttamento dell’artista come dell’ascoltatore. I pirati, di contro, ostentano tutto il loro amore per la libertà, attribuendosi nomi come People’s Music Publishing Company e praticando prezzi accessibili a tutti. Il loro obiettivo, proclamano, è quello di diffondere la musica presso una fascia di pubblico che altrimenti non potrebbe goderne. In molti casi non si tratta di imprese commerciali nel senso classico del termine, quanto di attività ‘casalinghe’, spesso gestite da adolescenti e condotte fuori dagli spacci per alcolici o dalle camere da letto. Come reazione, le aziende ‘dot.com’ fiorite di recente fanno causa comune al fine di premere sul governo perché la legge sul copyright venga assolutamente irrigidita – cosa che molti percepiscono come una minaccia alle libertà civili e ai principi della privacy. Nel frattempo provvedono a farsi giustizia da sé, ricorrendo anche a tattiche clandestine (non escluso il ricorso alla forza) per fronteggiare i pirati. Sostengono di essere costrette a simili misure perché la crisi legata alla pirateria mette in dubbio l’esistenza stessa dell’industria musicale.
Se tutto questo ci suona in qualche modo familiare, non è perché descrive i grattacapi provocati al giorno d’oggi ai giganti dell’intrattenimento dalle nuove iniziative libertarie online. Quello ora visto è un ritratto del primi del XX secolo, non del XXI. Un’epoca in cui l’industria musicale si trovò ad affrontare un pericolo più serio di quelli superati prima di allora (e anche dopo, almeno fino agli sviluppi più recenti).”
(p. 428-429)

In quasi tutti i corsi che ho tenuto è sempre stata presente una parte dedicata al copyright, spesso limitata a qualche semplice consiglio su che cosa si potesse pubblicare sulle pagine web della biblioteca e ad un invito ad usare licenze “libere”. Nell’ultimo, ovvero il primo specificamente dedicato agli ebook in biblioteca, la cosa si è decisamente complicata: niente è più come lo conoscevamo all’epoca della sola stampa, e ogni passo che muoviamo nel fornire risorse digitali ai nostri utenti rischia di farci fare un errore senza che ne conosciamo esattamente neppure il motivo.

Inoltre, mi è capitato di recente di trovarmi in posizioni apparentemente schizofreniche: una volta mi è toccato difendere il DRM come strumento di lavoro che i bibliotecari dovrebbero tenere in considerazione prima di prendere posizioni ideologiche pro o contro di esso. In quest’ultimo corso, invece, mi è stato fatto notare che risultavo un po’ troppo schierata contro la “chiusura” di formati, device e possibilità di utilizzo dei contenuti. A ripensarci, devo sicuramente trovare un modo più chiaro di esporre alcuni temi, ma non sono pentita di avere assunto nessuna di queste due posizioni perché – quanto meno – credo di non aver mai semplificato una situazione che è davvero complessa.

Nella divulgazione non specialistica come quella a cui ha accesso una non esperta come me, la storia della pirateria intellettuale viene spesso fatta partire dagli anni novanta, col caso perfettamente esemplificativo della musica digitale scambiata in peer to peer e della mutazione che questo fenomeno ha prodotto in un intero settore dell’industria culturale. E questa sì, è davvero una semplificazione.

Una cosa che ho notato parlando con tanti bibliotecari (non gli esperti di open access, ma i bibliotecari nella loro generalità, in carne e ossa, pregi e difetti compresi), è che si tende ad immaginare un divario netto fra il mondo della documentazione a stampa e il mondo post internet come se questa fosse la frattura fondamentale che ha fatto entrare il tema della proprietà intellettuale nella nostra professione. Come se fosse esistito un prima in cui tutto era libero e chiaro e un poi in cui perfide concentrazioni reazionarie cercano di mettere i bastoni fra le ruote ad ogni tentativo di diffusione della conoscenza. Intendiamoci, le perfide concentrazioni reazionarie esistono davvero, quello che non esisteva, però, era il mondo del prima in cui tutto era lecito. Di fronte a proposte come un prestito digitale coperto da DRM che rende illeggibile un file dopo 14 giorni, pagato a prezzo abbastanza alto e scelto da un catalogo molto limitato di titoli che l’editore ci mette a disposizione, nel formato che non abbiamo scelto noi e così via, tendiamo a dimenticare intere liste di limitazioni con cui abbiamo convissuto e ancora conviviamo: i limiti alla possibilità di fotocopiare, il prestito a pagamento, i prezzi di copertina comunque imposti dagli editori, gli sconti decisi dal solo gioco della concorrenza tra fornitori, i limiti alla prestabilità dei DVD per non ledere i diritti di soggetti commerciali – i videonoleggi – che nel frattempo sono spariti dal mercato per motivi ben diversi dalla concorrenza delle biblioteche.

Ma quello che sfugge in modo ancora più profondo è che, qualunque forma abbiano assunto i nostri servizi, quella forma è stata sempre influenzata da un gioco di corsi e ricorsi storici che hanno discusso, contrapposto, modellato e rimodellato continuamente, almeno a partire dal XVII secolo in avanti, le possibilità della diffusione dei contenuti intellettuali, distribuendo l’accusa reciproca di pirateria a praticamente tutte le parti in gioco, difese o meno che fossero dalla legislazione del momento.

A fornirci la prospettiva storica che manca normalmente alla nostra considerazione della proprietà intellettuale basterebbe la storia di John Fisher, pseudonimo del presunto James Frederick Willetts, “re dei pirati” e direttore della People’s Music Publishing Company nell’Inghilterra dell’inizio ‘900, che sfornava spartiti (dots) alle classi popolari servendosi di una rete di venditori ambulanti che li vendevano a prezzi accessibili agli angoli delle strade. Inseguito dai rappresentanti dell’editoria musicale tradizionale e dalla legge, Fisher fu tra i primi a difendere pubblicamente la propria causa in tribunale sostenendo che l’industria musicale pirata avesse un valore sociale oltre che economico e che potesse essere persino considerata un catalizzatore del cambiamento giuridico. Fisher, come possiamo facilmente immaginare, perse, ma uno dei suoi avversari giunse ad ammettere che le sue tesi fossero quasi sostenibili:

” ‘I pirati dicono che i tempi sono cambiati’, osservò. ‘Dicono di aver reso un servigio alla nazione nel diffondere la musica, facendo quello che avrebbero dovuto fare gli editori’ “
(p. 456)

Molto, molto di più si trova nella dettagliata ricostruzione storica di Adrian Johns in Pirateria: storia della proprietà intellettuale da Gutenberg a Google. Un libro che dà molte soddisfazioni ma da leggere con molto a tempo a disposizione e con infinita pazienza, specie se avete fra le mani la sua versione digitale che la Bollati Boringhieri ha deciso con involontaria comicità di mettere in vendita in PDF con un DRM che non consente neppure un solo copia/incolla. Mi chiedo che cosa ne pensi l’autore…

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