Che cosa significa “bene comune”?

Nel 2010 ho appena fatto in tempo a leggere La conoscenza come bene comune a cura di Charlotte Hess ed Elinor Ostrom, una raccolta di scritti di taglio accademico non sempre abbordabilissima, e di cercare di immaginare come applicare quei concetti alle biblioteche, quando il termine bene comune (o la sua variante plurale, beni comuni) hanno cominciato ad essere di moda. Merito certamente di questo libro importante, merito del Nobel per l’economia vinto dalla Ostrom, e merito probabilmente di un discorso pubblico che cerca parole nuove per definirsi anti liberista, o anti neoliberista che dir si voglia.

Da allora è diventato abbastanza comune sentire questo termine nelle rivendicazioni referendarie, nei dibattiti sui tagli alla cultura, nella difesa delle biblioteche, tanto che si potrebbe facilmente sostenere che stia diventando uno slogan più che un’espressione che designa un concetto preciso. Io per prima non ho resistito alla tentazione di usarlo per farne una facile equivalenza (le biblioteche sono beni comuni) nei miei tentativi di parlare di quel libro (in particolare qui). Non posso perciò biasimare più di tanto il fatto che in Italia mi sembra stia prevalendo l’equazione bene pubblico biblioteca = bene finanziato dallo Stato, equivalenza che è però letteralmente errata secondo la definizione tecnica di bene comune.

Accolgo quindi con un doppio applauso l’articolo di Anna Galluzzi Biblioteche pubbliche tra crisi del welfare e beni comuni della conoscenza. Rischi e opportunità, pubblicato sul numero 3 (2011) di Bibliotime.

Lo accolgo perché è una sintetica ma articolata esposizione di che cosa esattamente si intenda nel pensiero economico per bene pubblico, bene privato e bene comune, di come sullo sfondo di queste categorie si sia caratterizzata la storia della biblioteca pubblica in contesti nazionali diversi, e di come infine il digitale e i suoi modi di produzione e distribuzione della conoscenza si intersechino coi modelli di gestione della biblioteca conosciuti fino ad oggi.

Tutti elementi utili a fondare una difesa delle biblioteche (ma preferirei dire delle loro funzioni, perché forse la difesa delle biblioteche in sé è un falso problema) su un terreno un po’ più solido di quello della rivendicazione morale, della difesa dei tempi andati o di riferimenti troppo generici al valore intrinsecamente democratico della biblioteca. Perché esistono, come dice Galluzzi, tanti “perché le biblioteche pubbliche potrebbero sopravvivere” quanti “perché le biblioteche pubbliche potrebbero morire” e non è probabilmente il caso di essere imprecisi in un momento come questo.

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