La metafora Netflix

La storia è questa. Giovedì prossimo vado a Milano in occasione di If Book Then, convegno internazionale sull’editoria che l’anno scorso ho mancato ma da cui quest’anno niente mi potrà tenere lontana. Il mio inglese ha bisogno di risvegliarsi, e ho scoperto che un buon metodo perché questo accada è mettersi ad ascoltare in lingua finché il cervello non si ricorda che è in grado di capirla. Non so che cosa ne direbbe un insegnante di lingue, ma a me pare che funzioni. Adattabile ai tempi morti della giornata e riascoltabile, il podcast è la soluzione perfetta, e il Guardian ne ha una serie meravigliosa, in un inglese sfavillante che ha in più il pregio di essere arricchito da tanti accenti diversi quanti sono gli ospiti presenti. Scelgo il Tech Weekly di Aleks Krotoski e trovo, come sempre, diversi podcast interessanti. Ieri sera ho ascoltato questo, una breve intervista a Neil Hunt di Netflix, un servizio di video streaming statunitense appena sbarcato in Gran Bretagna, da cui si spera che avanzi in Europa dimostrando per lo meno quanto sono vari i modelli di servizi digitali che possono coesistere con successo.

Ma non sono i particolari del servizio ad avermi colpito (l’offerta commerciale, il modo in cui sono state studiate e migliorate le tecnologie di streaming, la focalizzaizone sul settore video e intrattenimento piuttosto che l’allargamento ad altre aree come sport, musica o giochi, cose comunque interessanti), bensì una piccola ma rivelatrice parte dell’intervista in cui Neil Hunt si concentra su questi punti:

  • Partire da un’offerta di contenuti complementare a quella di altri attori già presenti sul mercato del video streaming in Gran Bretagna
  • L’importanza del packaging dell’offerta di contenuti, che in contesto digitale rimanda all’idea di usabilità della piattaforma di erogazione del servizio
  • Il fatto che i contenuti siano fruibili su un alto numero di device differenti
  • la presenza di un “social discovery system”, un sistema di ricerca basato su un modello di raccomandazione capace di far emergere dal catalogo contenuti di reale interesse anche al di là di quanto il singolo spettatore conosca in anticipo, vero elemento di valore aggiunto che permetterebbe a Netflix in quanto strumento di scoperta di avere successo anche di fronte alla concorrenza
  • La relativa irrilevanza del fatto che un servizio di questo genere sia effettivamente in grado di offrire un catalogo molto ampio, tendenzialmente esaustivo, a cui lo spettatore potrebbe rivolgersi per ottenere ogni singolo titolo possa desiderare. Tutto ciò risulterebbe troppo dispendioso a causa dei costi delle licenze che andrebbero contrattate con le major ma porrebbe anche la questione, secondo Hunt, in un modo leggermente sbagliato: la domanda giusta da porsi non sarebbe ‘posso trovare uno specifico contenuto?’, bensì ‘c’è qualcosa di interessante da vedere stasera?’ utilizzando gli strumenti di navigazione e scoperta della piattaforma.

Di recente, prima al congresso AIB di Roma, poi a Librinnovando 2011 a Milano, ho notato che diversi attori della filiera editoriale (i produttori di ebook, i distributori, i librai digitali e non, persino gli autori in alcuni casi) mostrano nei loro interventi pubblici la tendenza a concentrarsi tutti su un unico settore, quello del rapporto col lettore. Di fronte all’abbattimento dei vincoli sulla distribuzione fisica (e qui escludiamo le librerie di mattoni), che cosa distingue veramente Amazon con la sua forza commerciale dai distributori online nostrani? Se la gestione del magazzino si fa con una persona che gestisce da casa un database, in che cosa consiste in definitiva la funzione del libraio? Tutti danno la stessa risposta: la cura del cliente, il seguire i suoi interessi individuali, la relazione, la creazione di significato.

David Lankes a Roma, rispondendo ad una sollecitazione di Antonio Tombolini di Simplicissmus, ha sottolineato come su questa funzione, chiamiamola la creazione di significato individuale per il lettore, le biblioteche giochino in casa rispetto alle librerie e alla distribuzione in generale. La funzione nativamente sociale della biblioteca (sorvoliamo qui su tipologie e competenze specifiche) la porrebbe dunque in una posizione di vantaggio. Eppure qualche perplessità si può avere.

Sorvoliamo sul fatto che, banalmente, siamo in parecchie professioni a dirci interessate alla funzione sociale di intermediazione col lettore, forse troppe, per quanto personalmente io pensi che ci troviamo spesso in buona compagnia ;-) e torniamo a Netflix.

Non voglio porre un paragone in senso stretto fra un servizio di questo tipo e le biblioteche. Possiamo però prendere Netflix come se, a nostro uso e consumo, fosse per un momento la metafora di una biblioteca e chiederci alcune cose, riprendendo punto per punto gli elementi dell’intervista:

  • Come pensiamo di essere complementari ad una pluralità di offerte di contenuti che costituisce ormai la norma, e non più una novità? Come si definisce questa complementarietà per le biblioteche?
  • Qual è il packaging delle nostre offerte? Quanto sono usabili e gradevoli i nostri siti e i portali dei nostri servizi digitali? Quanto è usabile e gradevole la nostra biblioteca di mattoni? Quanto, coll’avanzare del full text globale dell’informazione, assomiglierà sempre più ad uno spazio semplicemente pieno solo di scaffali?
  • Se le recommandation technologies sono il presente e il futuro dei sistemi di ricerca, che cosa vogliamo fare di quei sistemi inventariali appena ricercabili che chiamiamo opac? Come pensiamo di compensare l’impossibilità di offrire un catalogo esaustivo? I dati sul prestito che tutti noi custodiamo, ad esempio, costuirebbero una miniera di dati di preferenze individuali da far fruttare. Che cosa ne pensano le ditte produttrici di software per le biblioteche?
  • Come includere meccanismi che valorizzino le connessioni sociali andando oltre il deludente esempio offerto da opac che di “2.0” hanno solo le 5 stelline per esprimere le preferenze e sistemi di tagging inutilizzati e probabilmente inutilizzabili? L’idea di packaging, allora, si potrebbe declinare attraverso i social network? Quanto del nostro lavoro potrebbe utilmente essere spostato su un lavoro di cura di comunità di interesse grandi e piccole?

Tante domande e un’unica certezza: il mio inglese è un po’ più sveglio oggi di quanto lo fosse qualche giorno fa!

1 thought on “La metafora Netflix”

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...