If Book Then 2012

Giovedì scorso, nonostante una pianura padana che dall’alta velocità sembrava un tunnel bianco completamente uniforme, sono sbarcata a Milano per il mio primo If Book Then!
Congresso ricco, internazionale sull’editoria (tradizionale e digitale), non provo neanche a farne un resoconto esaustivo ma segno qui alcune cose che ho sentito. I bibliotecari presenti – ci siamo contati – erano quattro, perciò spero di essere utile anche con questo piccolo racconto.

Intanto, i dati.

Sui dati, ovvero le dimensioni del mercato dell’editoria digitale rispetto a quello tradizionale, il dibattito è aperto. Negli ultimi mesi sono stati pubblicizzati da fonti diverse dati abbastanza divergenti. A Milano ho perso i primi due interventi, quelli che mettevano a confronto la situazione dell’editoria USA con quella europea, ma sono riuscita comunque a farmi un’idea del quadro generale in cui ci si muove da quanto hanno detto Mike Shatzkin e Giovanni Bonfanti e Marco Ferrario che hanno riportato alcuni dati della ricerca condotta congiuntamente da A.T. Kearney e Bookrepublic riprendendo ed ampliando la presentazione che ne è stata fatta all’ultima Buchmesse a Francoforte. Dunque:

  • Un leggero calo nella velocità di adozione dell’ebook, ma da vedere in un quadro di resistenza che ne fa un oggetto che non uscirà più dal nostro orizzonte (resta che le previsioni sul ritmo di crescita a seconda degli anni trascorsi dall’entrata sul mercato mostrano curve impressionanti).
  • Un tasso di penetrazione che si attesta sul 20% negli Stati Uniti, a fronte di un dato che per l’Europa varia dal 7% del Regno Unito allo 0,5% dell’Italia secondo A.T. Kearney.
  • Un prezzo medio per ebook che si attesta in media sui 10 euro, tassazione esclusa.
  • Gli elementi che incidono sullo sviluppo del mercato: un lato tecnologico che comprende penetrazione di internet, del mobile, di ereader e tablet e dell’e-commerce. Un lato che riguarda la prontezza del mercato e che riguarda la disponibilità di titoli in ebook, le strategie di prezzo, l’influenza della tassazione e la presenza di grandi attori (il fantasma molto nominato ma che non ha fatto sentire direttamente la sua voce a If Book Then: Amazon). E un ulteriore aspetto che vede come acceleratori non tradizionali della crescita il selfpublishing, le variabili sui comportamenti di lettura dei lettori (tablet significa meno lettura tradizionale?) e tutto un lato marketing che comprende la profilazione dei lettori e la gestione e la condivisione dei metadati (visti qui nel senso ampio di rating e recensioni) e che mi ha fatto ripensare a quello che scrivevo nel post precedente a questo: tutti ad occuparsi dei lettori e dei loro comportamenti, tutti a farsi intermediari, tutti a convergere su un unico punto, che i bibliotecari tendono invece a rivendicare tutto per sé. Eppure, in questo convegno, non si sente la voce neppure di uno di loro.

Da questo quadro generale, riemergono durante la giornata alcuni temi.

Il selfpublishing come fenomeno che influisce direttamente sull’editoria mainstream, ad esempio nella corsa all’abbassamento dei prezzi, vista con preoccupazione comprensibile in questo contesto. Ma anche come potenziale alleato, ad esempio nell’esperienza riportata da Molly Barton di Book Country, spazio di sperimentazione di Penguin che si presenta come risorsa social per gli scrittori, i lettori e gli stessi editori, e che potrebbe peraltro costituire uno spunto interessante per quanti in biblioteca si occupano di gruppi di lettura (mappa dei generi, interazione spinta fra attori diversi… elementi che suggeriscono quanto si può fare in una comunità digitale di lettori).

Aggiungo che questa enfasi sul selfpublishing mi colpisce particolarmente perché la mattina, in treno, mi ero letta per intero l’articolo di Ewan Morrison apparso sul Guardian il 30 gennaio, The self-epublishing bubble, che traccia un’impietosa descrizione di come si tratti di un fenomeno di speculazione piuttosto pericoloso. Solo il tempo ci dirà chi aveva ragione.

A proposito di prezzi (e non solo), il tema della pirateria.

Esplicitamente “libertario” l’intervento di Timo Boezman, che sottolinea come il pirata non sia il criminale informatico ma il lettore medio (nei termini del Tech Adoption Lifecycle si tratta della Early Majority e dunque di un buon 50% dei lettori), e incentrato costruttivamente su quanto si possa imparare dalla pirateria, anziché additarla come ostacolo che impedisce uno sviluppo pieno del mercato. La pirateria esiste per motivi che sono, in fondo, molto semplici: molti titoli disponibili, la gratuità (ovviamente), la facilità d’uso. Quanto gli editori possono fare è dunque abbandonare l’idea che il tema sia trattabile con gli strumenti della legge, completare i loro cataloghi, rendere disponibili i titoli in differenti formati, eliminare le complicazioni imposte artificialmente dal DRM, studiare modelli di pricing adeguati al digitale (il che non significa gratis o molto bassi) e muoversi a livello internazionale sfruttando la possibilità di produrre fin dall’inizio ebook in traduzioni multiple.

La storia del mercato della musica digitale, descritto da Sasha Lazimbat, costituisce ormai l’esempio da manuale di che cosa significhi non ascoltare le esigenze che stanno dietro la pirateria. Simili sono infatti – rispetto al campo dell’editoria – la catena distributiva, il contesto del copyright, le sfide, l’apparire di nuovi retailer. Sullo sfondo di un mercato della musica che si è contratto rispetto al passato e in cui il calo non è compensato dalle vendite in digitale, si è assistito però ad una diminuzione della pirateria con l’introduzione del download legale a prezzi contenuti, alla sopravvivenza del cd come forma di supporto fisico e all’aumento degli introiti derivanti dal live. Ciò che gli editori possono imparare da questa esperienza, dunque, è l’esigenza di supportare da subito un’alternativa legale alla pirateria, di abbandonare il DRM, di preparsi al calo dei proventi cercando nuove fonti di guadagno e di non sottovalutare il supporto fisico, forse per gli amanti del famigerato odore della carta ;-)

Devo dire, in tema di DRM e pirateria, che sono ormai due anni che vedo queste posizioni sposate da chiunque parli di editoria digitale. Mi sarebbe piaciuto vedere, per fare un esempio, Mondadori alzarsi in piedi e spiegarci perché ci si debba ostinare in direzione contraria, ma sono due anni che continuo a non vederlo. Il che fa pensare all’ipotesi peggiore, che non esista alcuna motivazione argomentabile pubblicamente. Ma forse mi sbaglio.

Se si tratta di trovare nuove forme di guadagno, molto interessanti per me sono stati alcuni esempi di piccole giovani imprese che cercano di inventare servizi e modelli di business inediti.

BookRiff, produttore di ebook per editori tradizionali, che commercializza sulle principali piattaforme di vendita libri ma anche capitoli di libri, facilitandone la “ricomposizione” in nuove opere e lasciando il controllo dell’intero processo, dalla determinazione del prezzo alle licenze di riutilizzo, agli editori.

Small Demons, un impressionante progetto di indicizzazione della narrativa che tiene conto di personaggi, luoghi, musica, oggetti citati nei romanzi e crea una sorta di web semantico della narrativa in cui poter ricercare il prossimo titolo da leggere in base alla propria passione, ad esempio, per le Dr. Martens (per vederlo, fatevi un account)! Consiglio di leggere su questo progetto anche Denise Picci che ne ha scritto qui.

Readmill, piattaforma di social reading che consente di condividere note e sottolineature con altri lettori o tramite social media.

24Symbols, servizio di lettura in streaming a cui i lettori possono abbonarsi secondo un modello freemium (offerta crescente al crescere del prezzo).

E se si tratta invece di non dimenticare il supporto, il designer Peter Meyers ha fatto un ricco intervento sulla qualità dell’ebook. Mutato il supporto, mutate le regole di usabilità dei contenuti, dell’organizzazione del testo e della composizione tipografica, sempre di qualità occorre continuare a parlare. Un esempio per tutti: le orribili pagine bianche fra frontespizio e inizio del testo, che su un supporto digitale perdono tutto lo zen che hanno su carta per sembrare puri errori di progettazione, o la pagina sul copyright che accoglie il lettore con le sue minacce prima ancora che si possa addentrare nella lettura. Bella la definizione su cui è impostata la visione di Meyers: ciò che il lettore compra non è il libro (di carta o digitale che sia), ma l’esperienza immersiva della lettura. Tutto ciò che si frappone tra il lettore e quella esperienza è un ostacolo da cancellare. Piccola lezione di “non feticismo” rispetto al supporto, dove il massimo risultato si ottiene proprio attraverso un lavoro sul supporto così raffinato da renderlo invisibile per l’utente finale!

Queste solo alcune delle molte cose sentite.

Le slide utilizzate dai relatori stanno già apparendo sulla pagina dedicata ai relatori, quindi buon divertimento!

9 thoughts on “If Book Then 2012”

  1. Pingback: futurodelibro
  2. Grazie Virginia, i tuoi racconti sono sempre molto puntuali ed utili per tutti noi che pur non potendo partecipare siamo interessati e riusciamo a sentirci informati.
    Cristiana, Biblioteca civica R. Spezioli di Fermo

  3. Sono una bibliotecaria (ci provo a farlo questo mestiere senza “fare troppo schifo!”) che ti legge sempre con grande interesse! Grazie, bella!! MRB

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...