Quanto vale il lavoro? Una riflessione sul digital lending

Infrango per una volta una regola che mi sono data, quella di non parlare della biblioteca in cui lavoro, Salaborsa, per raccontarvi di due colleghi che lavorano per la cooperativa che gestisce per il Comune di Bologna i cosiddetti servizi “ausiliari”. Di due in particolare che, insieme a molti altri, da anni svolgono per noi il servizio di prestito e di riordinamento dei libri sugli scaffali. Servizio di prestito significa, per dirla come va detta, stare seduti ad un check in/out e leggere centinaia di codici a barre al giorno. Riordinamento significa stare in piedi, leggere etichette con codici numerici Dewey e tentare di dare loro un ordine.
Naturalmente, quasi tutti i colleghi della cooperativa nel tempo hanno trovato lavori e attività paralleli che li aiutano ad arrivare alla fine del mese e, spero, a trovare qualche soddisfazione che vada oltre quella della grafica esoterica del codice a barre e della celeste armonia della Dewey.
Queste due persone in particolare si occupano di siti web l’uno, e di fotografia l’altra. Da quanto mi dicono sono bravi in quello che fanno.

Ieri ho ascoltato il podcast della puntata del 10 marzo di 2024, una trasmissione di Radio24 dedicata, in parte, agli ebook in biblioteca. E’ scaricabile da qui. Ospiti di questa sezione Antonio Tombolini (Simplicissimus Book Farm) e Luca Ferrieri (dirigente dei servizi culturali e bibliotecari del Comune di Cologno Monzese). Si parla di digital lending, il prestito di risorse digitali da parte delle biblioteche, nei modelli neonati di cui stiamo cominciando a sentire i primi vagiti.

Tombolini sostiene che uno dei modelli attualmente offerti alle biblioteche italiane, consistente nell’acquisto di una copia digitale per un prezzo di copertina effettivamente non basso, a cui si aggiunge un costo per singolo download da parte dell’utente finale, è un modello che spreca denaro pubblico. Non siamo stupiti, è la posizione di Tombolini, che ha iniziato a sostenere qualche settimana fa. Ha anche sostenuto che qualunque modello al di fuori di quello definibile come Patron Driven (in cui sarebbe l’utente a determinare con la sua scelta da un catalogo idealmente infinito l’acquisto da parte della biblioteca) porterebbe  similmente ad un cattivo uso di denaro pubblico.
Per quanto io sia la prima a detestare gli sprechi di tanta pubblica amministrazione (quegli sprechi tagliano il mio salario prima di trasformarsi in tasse che io sono comunque chiamata a pagare), osservo che Tombolini non sembra molto bene informato sulla situazione delle biblioteche italiane. Pare davvero difficile sostenere che, di fronte ai tagli che hanno colpito il settore della cultura a tutti i livelli, siano proprio le biblioteche a produrre sprechi. Dove le biblioteche funzionano, i libri si comprano calcolando al millimetro il loro potenziale interesse per i lettori e contrattando gare all’ultimo centesimo. Tiziana Nanni, la persona che attualmente ha la responsabilità di Salaborsa (e alla quale il Comune di Bologna non riconosce neppure la dignità e la libertà di azione di un Direttore), passa le giornate a inventarsi modi per racimolare soldi e usare al meglio quelli disponibili. Sulla mia scrivania in ufficio i post-it non hanno più cittadinanza da anni perché è più economico usare al loro posto un A4 di riciclo tagliato a strisce.
Questo Tombolini non lo immagina, e ci sta, visto che Tombolini non lavora con le biblioteche.
Stupisce invece che un simile giudizio sul modello di digital lending attualmente offerto dalla maggioranza delle biblioteche italiane venga sostenuto da Ferrieri, che un servizio bibliotecario reale lo gestisce e ha sicuramente presente quali siano le componenti economiche che ne determinano il costo.

Sostenere che il digital lending sia costoso se raffrontato al prestito dei libri, senza mettere nel conto del prestito tradizionale il costo del lavoro di chi sta seduto tutto il giorno a leggere codici a barre, ad infilare cd in scatole di plastica, a mettere copertine e a svolgere una lunga serie di compiti che non hanno nulla di romanticamente culturale, è sbagliato concettualmente. Inoltre, per quel che mi riguarda, è moralmente scorretto. Perché non solo si evita di parlare del costo, ma si ignora il valore del lavoro. Il curatore di siti web potrebbe dare a me, che mi improvviso esperta di web e di social media, molti utili consigli. La fotografa potrebbe curare le collezioni di fotografia. Non possono farlo perché sono impegnati a tenere in mano un lettore di codice a barre. Forse lo spreco sta proprio qui. E’ spreco di persone e di talenti. E’ uno spreco di lavoro.

Non stupisce che, negli anni, sia stato così difficile strappare al mio webmaster e alla mia fotografa anche un semplice sorriso.

16 thoughts on “Quanto vale il lavoro? Una riflessione sul digital lending”

  1. Mi riservo di ritornare sulla questione del digital lending e dei relativi costi, ora un po’ di corsa riporto qui la mail che ho inviato lunedì sera a Enrico Pagliarini conduttore della trasmissione di Radio24 2024 e che ho condiviso con tutti i colleghi della mailing list di Medialibrary ottenendo un ampio consenso.
    Ecco la mail:
    ****************************************************************
    Gentile Enrico Pagliarini,
    ho ascoltato il podcast della trasmissione di sabato scorso su e-book ed editoria digitale: pur apprezzando complessivamente l’impostazione del programma non posso nasconderle lo sconcerto nel rilevare come la questione dell’ingresso delle biblioteche pubbliche nel mondo digitale sia stato trattato da un parzialissimo punto di vista che, come sottolineato dallo stesso collega ed amico Luca Ferrieri di Cologno Monzese, coinvolge, in tutta Italia, una decina di biblioteche. La trasmissione ha ignorato, nel senso che non è stata data voce, l’esperienza del network di biblioteche che da oltre due anni sta sperimentando l’utilizzo e la diffusione di oggetti digitali attraverso la piattaforma Medialibraryonline. O meglio l’esperienza è stata citata dando voce solo ad un punto di vista, quello di Tombolini che in quanto operatore economico del mercato partecipa alla competizione con il suo personale punto di vista (che, peraltro, noi bibliotecari ascoltiamo sempre con attenzione).
    Non è stata data voce ad un network pubblico che rende con continuità servizi a diverse decine di migliaia di utenti delle oltre 2.000 biblioteche partecipanti: un network che a differenza delle valutazioni un po’ superficiali (e forse interessate) espresse nel corso della trasmissione sugli sprechi nella pubblica amministrazione ha saputo dimostrare come la cooperazione in Italia, soprattutto come nel nostro caso quando viene dal basso, sia ancora in grado di creare e distribuire servizi ad alto valore aggiunto a costi del tutto contenuti e che ha saputo far davvero risparmiare la pubblica amministrazione.
    Non voglio entrare nel merito della questione sollevata durante la trasmissione sul presunto costo del prestito digitale soprattutto in un settore come quello pubblico dove non esiste un vero e reale controllo di gestione capace di dire cosa costa davvero il prestito tradizionale in biblioteca. Si tratta di una questione che richiede una maggior attenzione di quanto non sia stata dedicata, probabilmente anche per questioni di tempo, nel corso della trasmissione, ma che in ogni caso si pone nella maniera esattamente contraria a quella riferita dagli ospiti del suo programma.

    E’ vero, come diceva in trasmissione l’amico Ferrieri, che le biblioteche si devono trasformare per rispondere alle esigenze, che stanno tumultuosamente cambiando, dei cittadini e degli utenti: almeno 2.000 biblioteche (sulle 7/8.000 di pubblica lettura presenti in Italia) lo stanno facendo coinvolgendo oltre 8 milioni di abitanti, è stato un peccato che 2024 non se ne sia accorta.
    Ci saranno senz’altro altre occasioni, noi siamo sempre disponibili a raccontare quello che facciamo e anche a riconsiderare criticamente le nostre scelte.

    Cordiali saluti.
    Gianni Stefanini
    Capofila del Network di biblioteche pubbliche
    aderenti a Medialibraryonline

  2. In queste settimane abbiamo dovuto leggere e ascoltare di tutto sul digital lending in biblioteca. Lasciatemi accompagnare la lettura di questo post di Virginia Gentilini con qualche numero (riferito alle biblioteche della Lombardia nel 2009): 1) numero di prestiti annuali: ca. 15 milioni; 2) spesa complessiva per le biblioteche: ca. 130 milioni; 3) spesa per acquisti documenti ca. 12 milioni. Ultimo numero: costo medio di 15 milioni di prestiti su MLOL (esperimento solo mentale): 15 milioni di euro. Buon divertimento a cominciare a denunciare il nonsense interessato ;)

    Giulio Blasi

  3. Concordo pienamente con Virginia! Lavoro anche io in biblioteca e parlare di biblioteche e sprechi è veramente indecente. Dio solo sa quanto ogni giorno ci ingegniamo per trovare nuovi modi di risparmiare. Per fare un esempio, anche se un po’ banale, quando recentemente siamo riusciti ad avere in regalo il cestino per la raccolta differenziata eravamo tutti al settimo cielo. Non ci si rende conto delle condizioni in cui si trovano le biblioteche e nonostante ciò si continua a parlare a sproposito di realtà che nemmeno si conoscono.

    Anche io noto con rammarico come venga ignorato “il valore del lavoro” di chi passa ogni giorno a svolgere attività che ruotano tutte attorno al libro cartaceo. E mi piacerebbe che si desse più peso anche a MLOL!

    Inoltre trovo veramente limitante considerare la biblioteca esclusivamente come il luogo in cui si trovano scaffali di libri che vengono dati in prestito. La biblioteca è molto di più di tutto questo, ma non entro nemmeno nel merito, questo è un altro discorso che richiederebbe l’apertura di infinite parentesi!

    Marcella Vergani (@marcellavergani)

  4. cari Virginia, Giulio e Gianni,
    anch’io sono un po’ stupito delle polemiche destituite di fondamento. Comunque, la mia posizione l’ho espressa sul blog gruppo/i di lettura, in modo un po’ meno affrettato che nelle conversazioni radiofoniche, e non riguarda affatto la questione dei costi (e men che meno del controllo di gestione) del prestito digitale confrontato a quello del prestito dei libri di carta, ma una questione molto più semplice anche se altrettanto importante. Il modello economico di digital lending oggi prevalente e adottato anche nell’accordo BR-MLOL, che fa pagare alle biblioteche un canone, il prezzo di copertina e poi circa 60 centesimi a download, è l’unico modello possibile di digital lending? è quello eticamente migliore (visto che Virginia tocca questo discorso)? è quello che meglio tutela tutti gli attori della filiera e in particolare quelli pubblici? E’ quello più interessante per i lettori? Io ho dei dubbi, che per ora nessuno ha fugato, e che riguardano in particolare il rischio che i costi dell’introduzione del digital lending vengano addossati in modo prevalente alle biblioteche pubbliche, che già hanno bilanci taglieggiati, e che quindi non saranno in grado di offrire un adeguato servizio per fare da volano allo sviluppo della lettura digitale. Il secondo rischio che ho indicato è quello di facilitare la disintermediazione e la ulteriore riduzione del peso e del ruolo delle biblioteche nel configurare un’offerta documentaria legata ai bisogni dell’utenza. La proposta di Tombolini ha il merito, a mio avviso, di una maggior convenienza e trasparenza; anche se condivide con l’altra una proporzionalità tra costi e prestiti, che mi sembra negativa perché penalizza proprio le biblioteche che funzionano meglio, e accentua la tendenza alla disintermediazione. Detto tra parentesi, non mi sembra che Tombolini abbia mai detto che sono le biblioteche a produrre sprechi.
    “Dove le biblioteche funzionano, i libri si comprano calcolando al millimetro il loro potenziale interesse per i lettori e contrattando gare all’ultimo centesimo”, dice Virginia e mi sembra che lo stesso principio debba valere anche per il confronto tra i diversi modelli economici di digital lending.
    La analisi dei costi e il controllo di gestione sono un’altra cosa e andrebbero condotte in modo approfondito, tenendo presente tutti gli elementi in gioco in una situazione ibrida, in cui prestito cartaceo e digitale continueranno a convivere a lungo. Aspettiamo con ansia lo studio preannunciato da Giulio, che sicuramente ci fornirà nuovi elementi di valutazione, e ci confronteremo su questo, ma temo non cambierà lo scenario che oggi si presenta alle biblioteche che vogliono intraprendere il digital lending se non ci saranno decise misure per favorire e finanziare lo sviluppo di questi servizi.
    E a questo proposito, quello che ho capito ancor meno è il rapporto con le sempre più avvilenti condizioni di lavoro indotte dai processi di esternalizzazione e precarizzazione del lavoro bibliotecario (anche qui bisogna distinguere: certe biblioteche hanno saputo resistere a queste logiche, anche se è sempre più difficile). Si pensa che il digital lending potrà introdurre sostanziali novità in questo campo? Io credo piuttosto che sarà possibile invertire la direzione solo se saremo capaci di di rovesciare un modello economico in cui i valori del lavoro, delle persone, della conoscenza e delle biblioteche stanno sempre all’ultimo o al penultimo posto.

    1. Caro Luca, sappiamo che la tua posizione è più articolata di quanto sia emerso da quella non riuscitissima puntata di 2024. E’ un peccato però che, quando si è chiamati a rappresentare il mondo delle biblioteche, anche se per un breve momento, capiti di risultare allineati ad un intervistatore che la butta facile facile sullo stereotipo della pubblica amministrazione sprecona.
      Mi fa piacere anche vedere che concordiamo sul fatto che il modello Bookrepublic-MLOL sia possibile oggetto di discussione: esattamente come ogni altro modello, tanto è vero che – dentro MLOL – di modelli ne coesistono di diversi, con un unico punto in comune: rendere concretamente possibile un servizio che gli utenti chiedono, e in misura già maggiore di quanto possiamo fornire loro. D’altra parte, mi pare che veniamo pagati per fornire dei servizi e non per aspettare il giorno di un radioso futuro in cui tutto sarà perfetto. Su questo siamo certamente in disaccordo: a me non interessa “rovesciare un modello economico”, interessa lavorare nel modo migliore possibile oggi, e oggi restituire qualcosa di utile di questo lavoro ai miei utenti.
      Quanto al lavoro esternalizzato, il punto etico della questione non è la tipologia di contratto, ma il lavoro reso inutile dalle nuove tecnologie. E sì, ovviamente il digital lending evita a tutti noi (esternalizzati e non) di svolgere montagne di lavoro senza valore.

  5. Cara Virginia, se io (o Luca F.) avessimo detto le cose che qualcuno evidentemente “vuole” farci dire, sarei il primo a “dissociarmi da me stesso”. Ma davvero qualcuno pensa che il sottoscritto, o ancor più Luca, abbiano mai sostenuto che il digital lending costa più del prestito cartaceo? Ma andiamo… Ovviamente non è così, e impostare una polemica su questa base significa fare la più classicamente sterile delle polemiche, perché fondata sul nulla, e me ne sottraggo volentieri.

    Non mi sottraggo invece alle polemiche quando sono interessanti e potenzialmente costruttive, e mi piace farlo anche da qui (grazie per l’ospitaità!). Dunque, la mia posizione sul tema specifico, perché sia chiaro, è la seguente: l’acquisto di ebook da parte delle biblioteche secondo il modello Overdrive (per capirci) è uno spreco innammissibile e insostenibile, e spinge le biblioteche ad annullare se stesse. Costa meno del cartaceo? Non basta: costa comunque molto di più di quel che dovrebbe e potrebbe costare mettendo a frutto le peculiarità del digitale. E da questo punto di vista il modello Patron Driven risolve questo problema, MA (udite udite!) non è neanche questo la mia soluzione. Prima di dirvi la mia posizione però, mi permetto un inciso su un tema che mi vede in disaccordo sia con te che con Luca F.: so bene che ci sono professionalità di selezione “millimetrica” in alcune biblioteche. So bene che Luca ci tiene ad una funzione di “indirizzo culturale” e quindi di scelta. Ma il fatto è che in un contesto in cui è possibile col digitale, per definizione e per sua natura, avere TUTTO e averlo GRATIS (come già fanno, mi ripeto, le librerie commerciali, cribbio!), da un lato, (a) quelle competenze non servono più (succede) ma ritengo che potrebbero essere utilmente reinvestite in termini di “orientamento millimetrico” e “animazione” a beneficio degli utenti della biblteca e, (b), la selezione, per chi vuole farla (per specializzazione o altri motivi) può comunque farla a valle, filtrando un catalogo onnicomprensivo, e sempre “gratis”. E francamente non si capisce perché per poter preservare queste funzioni si debba esservi “forzati” da un modello di business innecessariamente oneroso.

    Dirò ora finalmente cosa penso davvero di biblioteche e ebook (anche se pensavo di averlo detto già parecchio tempo fa, ma non in maniera così comprensibile, evidentemente). Proverò in maniera più icastica:
    – sono TOTALMENTE CONTRARIO al prestito bibliotecario a distanza (quando si parla di civiche biblioteche, escludo accessi di carattere professionale di ricerca ecc…): per il semplice motivo che si tratterebbe da un lato di. “concorrenza sleale” nei confronti delle librerie (perché comprare nel sito X quel che posso scaricare gratis dal sito Y, per il solo fatto che trattandosi di “biblioteca” può permettersi di farlo spendendo denaro pubblico?); ma anche perché spostare la biblioteca dal suo territorio al suo “sito” significa distruggere quella biblioteca: che bisogno ci sarebbe di 1000 siti per 1000 biboteche? Essendo tutto online basterebbe un solo sito di una sola biblioteca digitale, e a questo si andrebbe inevitabilmente a finire. O, peggio ancora, alla finzione di 1000 siti di 1000 biblioteche digitali che offrono tutte, dietro le quinte, la mercanzia dell’unico sito che le rifornisce “alla overdrive”
    – non voglio più sentir parlare della funzione di “conservazione” delle biblioteche, quando si parla di ebook: a questo scopo basta davvero una sola grande e ben organizzata Biblioteca Digitale Nazionale a cui tutti gli editori e autori debbano conferire (anche nelle forme aggiornate di un deposito legale obbligatorio) le loro opere, con tanto di versioning, strumenti di accesso e fruizione ecc… Sarebbe questa stessa biboteca digitale nazionale a fornire l’accesso agli ebook a tutte le biblioteche civiche territoriali, senza che queste debbano comprare alcunché da chicchessia.
    – le biblioteche civiche devono trasformarsi da “luogo dei libri” (che non serve più) a “luogo delle persone che leggono libri”, radicando ancora di più le proprie attività al territorio in cui insistono: su questo rinvio volentieri agli stimoli preziosi del prof. Lankes all’ultimo congresso AIB
    – le biblioteche consentono la lettura gratuita degli ebook esclusivamente all’interno delle proprie strutture, micro-compensando se del caso (ma in realtà sono convinto che con questa formula molti editori rinuncerebbo a qualsiasi compenso) editori ed autori letti, e “servendo” gli ebook ricorrendo al deposito della biblioteca digitale di cui sopra, senza necessità di alcun intermediario.

    Utopia? Non credo: credo invece si tratti della visione a cui uniformare, per non creare mostri, anche le soluzioni intermedie di cui avremo inevitabilmente bisogno per arrivarci. Lavorare in questa direzione significa credere in un diverso futuro possibile per le biblioteche. Trasformarle in “siti internet” significa ridurle a “concorrenti” (peraltro impropri) delle librerie online, e questo sì segnerebbe la fine delle biblioteche, e soprattutto dei bibliotecai.

    E perdonate la lunghezza :)

    1. Grazie Antonio per le tue osservazioni.
      Su alcune cose di largo respiro hai probabilmente ragione anche se pecchi forse di ottimismo: la storia delle biblioteche nazionali italiane che dovrebbero conservare la carta è in questo momento ad un punto talmente triste che non me le vedo proprio ad intraprendere un bel progetto di biblioteca digitale nazionale. Ma vedremo, e comunque ce lo possiamo augurare. Il futuro delle biblioteche come luoghi di relazioni fra persone, inteso alla Lankes, è anch’esso un concetto su cui occorrerebbe fare un lavoro imponente di riflessione e progettazione. Che dire? Me lo auguro, ma anche su questo onestamente non credo ci siano le forze necessarie, almeno nell’immediato.
      Lasciami invece dire che se sei “TOTALMENTE CONTRARIO al prestito bibliotecario a distanza” sei anche totalmente a sfavore dei lettori (succede). Negli anni dal 2000 al 2010 abbiamo tentato tutti, in biblioteche di ogni natura, di mettere in piedi offerte di risorse digitali usufruibili in sede, con investimenti anche rilevanti. In Salaborsa abbiamo avuto la Britannica, gli archivi dei quotidiani, spogli di periodici, banche dati di tipo professionali come Kompass e diverse altre. Vuoi sapere quale è stato il risultato? Un tasso di utilizzo estremamente basso, che col tempo sta raggiungendo lo zero. Nessuno si sobbarca il costo della fatica di andare il un luogo fisico specifico per usufruire di una risorsa digitale che percepisce (giustamente) come dematerializzata. Tornare su un modello di questo tipo sarebbe per le biblioteche, oggi, semplicemente un suicidio.
      Te lo dico chiaramente: di qui a qualche anno, i lettori che non si troveranno ad avere a disposizione un servizio gratuito di lettura digitale come quello offerto dalle biblioteche non si riverseranno sulle librerie online con le carte di credito in mano. Se superano un certo livello di cultura e di alfabetizzazione informatica, scaricheranno delle versioni pirata. Se non lo superano, non leggeranno. Le biblioteche, essendo istituzioni del welfare, hanno esattamente il compito di trovare una mediazione su questo. Che poi si voglia e si debba lavorare per farlo a condizioni eque sia per il pubblico denaro sia per i produttori di contenuti e di servizi, è una cosa su cui presumo ci sia un accordo condiviso.

      1. La lettura dentro la biblioteca non è né sarà mai la motivazione principale per andarci, né la via per mantenere un ruolo vitale alle biblioteche. Perché mai andare in biblioteca? Questa è la domanda giusta da porsi se si vuol parlare di futuro delle biblioteche, altro che storie. Se si parte rassegnati, come fai tu, presupponendo che non c’è più ruolo possibile per una biblioteca nei confronti della comunità su cui insiste, allora vuol dire rinunciare a un futuro per la biblioteca, molto semplicemente.
        E quanto ai lettori, stai tranquilla che a offrire ebook in lettura, anche gratuita se sarà necessario, saranno prima i vari Amazon e Google e Apple, magari per non farsi fregare dal sito di una (a quel punto “sedicente”) biblioteca un utente che magari vorrà un ebook gratis, ma ch grazie a questo potrà comprare da loro mille altre cose.

  6. Il dibattito su questi temi è sicuramente molto interessante. Premetto che non sono affatto sicuro di avere risposte o soluzioni (o anche solo una posizione ragionevolmente definita) su molte delle questioni proposte. Mi chiedo però se – posta nei termini di una alternativa secca fra modelli apparentemente incompatibili di gestione di contenuti granulari chiusi (gli e-book come li conosciamo oggi) – la discussione non rischi di invecchiare rapidamente. Provo a proporre qualche considerazione al riguardo.
    1) a cosa serve il prestito? La funzione principale è (e dovrebbe restare nel mondo digitale) quella di garantire l’*accesso* a chi non può permettersi o non ha modo di ottenere (per ostacoli di vario genere) il *possesso*. Questa funzione sociale è importante, e credo vada difesa e mantenuta. Va però considerato che con il digitale scompare uno degli ostacoli più frequenti che portavano l’utente a cercare o chiedere un libro in prestito alla biblioteca: la difficile reperibilità. Va anche considerato che i veri problemi di garanzia dell’accesso a chi non può permetterselo riguardano soprattutto un ambito specifico – la letteratura accademica e di ricerca, spesso carissima – che non a caso ha sviluppato specifici modelli di gestione dell’accesso bibliotecario (e anche una sana reazione alla crescita incontrollata dei prezzi determinata da un regime di oligopolio: l’open access). Resta ovviamente giusto estendere il principio del libero accesso bibliotecario anche a tutte le altre tipologie di contenuti, e in particolare agli e-book commerciali normali; ma teniamo presente che in questo caso prezzi ragionevolmente bassi, un mercato sano e la disponibilità di standard interoperabili permettono comunque a larghi strati della popolazione un buon livello di accesso ai contenuti. Questo NON rende inutile il prestito digitale gratuito inteso come servizio di ‘welfare della conoscenza’, ma può suggerire una sua diversa modulazione a seconda delle tipologie di utenza. Un problema assai maggiore mi sembra semmai quello di garantire a *tutti* le competenze necessarie a garantire la possibilità effettiva di fruizione di questi contenuti (information literacy).
    2) *accesso* vs. *possesso*. Tradizionalmente, l’accesso consentito dalla biblioteca era caratterizzato da uno spazio di possibilità nell’uso dei contenuti più ristretto di quello garantito dal possesso. Tipicamente, l’accesso era o in loco (in biblioteca) o per un tempo limitato (il prestito); inoltre, non erano consentiti certi tipi di usi del mix contenuto-supporto: sottolineature, appunti a margine, fotocopie integrali, ecc.; infine, il prestito era limitato dal numero delle copie fisicamente presenti, e comportava dunque spesso liste d’attesa e ritardi. L’accesso offerto era dunque un accesso di base, non un accesso ottimale. Il ‘gap’ esistente fra accesso e possesso rendeva il meccanismo non eccessivamente penalizzante per gli editori (il possesso restava desiderabile).
    Nel caso del digitale, la situazione cambia radicalmente. Il prestito digitale, come sappiamo, può avvenire attraverso diversi modelli, e la scelta dei modelli si intreccia con le tipologie di protezione dei contenuti, generando una casistica assai complessa. Il ‘prestito’ di un e-book non protetto o con protezione sociale annulla sostanzialmente – lato utente – il gap fra accesso e possesso. Per l’utente diviene un modo più economico o addirittura gratuito per assicurarsi il possesso. Se la biblioteca ha a disposizione solo un certo numero di prestiti di questo tipo, è facile immaginare che verranno esauriti molto presto o – se vincolati a scadenze temporali lato biblioteca (ad es. uno ogni quindici giorni) determineranno lunghe liste di attesa, vanificando di fatto l’accesso di tutti e favorendo un possesso di fatto, limitato a pochi (favorendo inoltre gli ‘informati’, che sanno come funziona il meccanismo e lo sanno sfruttare a loro vantaggio). Il prestito di un e-book protetto con protezione forte ‘a tempo’ (sia esso gestito lato biblioteca da un meccanismo patron driven senza limitazioni di prestiti concorrenti, o con meccanismi modellati sul prestito tradizionale e quindi con limitazione di prestiti concorrenti) è del resto anch’esso per vari motivi problematico. Se c’è acquisto a monte e limitazione di prestiti concorrenti, non sfruttiamo realmente le potenzialità del digitale, limitando inutilmente l’offerta sia nel numero di titoli disponibili sia nel numero di persone per le quali questi titoli sono disponibili. Ma in entrambi i casi, e dunque anche scegliendo un modello patron driven, certo più razionale, si consegna di fatto all’utente un contenuto estremamente facile da sproteggere. A meno di non immaginare meccanismi molto complessi e molto inquietanti (dispositivi di lettura chiusi, chip di controllo ecc.) la riproducibilità digitale costituisce *comunque* un fattore che tende ad annullare il gap fra accesso e possesso. Senza considerare che il digitale tende in molti casi ad accentuare la tendenza – già progressivamente cresciuta nel cartaceo – ad un aumento dei contenuti informativi a rapida obsolescenza, rispetto ai quali il possesso non è necessariamente molto più desiderabile dell’accesso.
    3) Se la situazione stesse solo in questi termini, la tesi un po’ paradossale – e a mio avviso non condivisibile – proposta qui da Tombolini (nessun prestito di contenuti digitali fuori dai locali fisici della biblioteca) avrebbe una giustificazione razionale. Ma come giustamente sottolinea Virginia la tesi *è* paradossale: visto che di fatto non sappiamo limitare efficacemente la riproducibilità digitale, e che nel caso dei contenuti digitali l’accesso delocalizzato tende a minare i vantaggi del possesso, ‘localizziamo’ artificialmente l’accesso a contenuti che hanno nella delocalizzazione e nella portabilità il loro punto di forza. In questo modo certo ricreiamo il gap fra accesso e possesso, ma lo trasformiamo in un fossato: l’accesso viene di fatto svuotato di senso, e il risultato è offrire alla pirateria un enorme vantaggio competitivo.
    4) Apparentemente, ci troviamo in una situazione senza vie d’uscita. E’ davvero così? Credo che per ipotizzare possibili soluzioni restino aperte fondamentalmente due strade. a) prevedere nel caso del prestito un accesso ai contenuti che avvenga *solo* attraverso meccanismi di streaming non ottimale e controllato di contenuti on the cloud, accessibile per tempi limitati (i famosi 15 giorni). Si tratterebbe evidentemente di un servizio centralizzato offerto a pagamento dai grandi fornitori di contenuti – Amazon, Google ecc. – e che le biblioteche potrebbero ‘acquistare’ per i loro utenti (ai quali sarebbe però richiesta una connessione alla rete in tutte le situazioni d’uso di contenuti; qualunque cache locale, anche se gestita con meccanismi sofisticati come quelli del lettore cloud di Kindle, è di fatto una debolezza). Anche in questo caso con meccanismi di OCR sulla memoria di schermo si potrebbero sproteggere i contenuti, ma sarebbe operazione complicata e con risultati che richiederebbero ulteriore lavorazione. b) c’è però – credo – una seconda strada molto più interessante. Per comprenderla, occorre interrogarci su un punto chiave: davvero quel che prestiamo nel caso del digitale resterà in futuro – al di là della questione del supporto – un oggetto informativo chiuso e strutturalmente simile ai libri su carta? Se pensiamo al libro elettronico come un mix di contenuti e di servizi sui contenuti – servizi di annotazione, di reference, di aggiornamento, di accesso a contenuti integrativi ecc. – e se pensiamo, come è ragionevole fare, che i servizi siano molto più facilmente ‘controllabili’ di quanto non lo sia la riproducibilità dei contenuti, diviene possibile immaginare ad es. forme di accesso di base ai contenuti che non comprendano tutti o parte dei servizi che vi si aggiungono, o li comprendano solo per un tempo determinato. In questo caso, l’accesso offerto dalla biblioteca si scinderebbe in un accesso *permanente* (non più un prestito) ai contenuti di base, accompagnato da un accesso parziale o temporaneo (che gli editori potrebbero considerare come una sorta di trial) ai servizi sui contenuti. Inoltre, le biblioteche potrebbero offrire *propri* servizi sui contenuti (ad es. servizi di reference) che aumenterebbero il valore dei contenuti stessi e sarebbero disponibili anche per chi quei contenuti li ha comprati commercialmente.
    5) si obietta spesso che i famosi ‘servizi a valore aggiunto’ ipotizzati come strumento per limitare i problemi della riproducibilità digitale sono una sorta di araba fenice, e che la loro realizzazione sarebbe comunque assai costosa, dato che tali servizi dovrebbero riferirsi di volta in volta a oggetti informativi molto diversi l’uno dall’altro per struttura e contenuti. Credo però che questo sia vero solo per alcuni tipi di servizi (ad es. gli aggiornamenti del contenuto), ma non lo sia in altri casi: esistono parecchi servizi che potrebbero essere gestiti in maniera ragionevolmente uniforme anche per contenuti diversi. Ad esempio un meccanismo di richiamo delle recensioni e dei commenti dall’interno di un libro, o buoni strumenti di annotazione sociale, potrebbero essere creati in maniera trasversale e standardizzata. Si tratta di creare gli standard necessari a considerare il libro elettronico non più come un pacchetto chiuso, ma come un contenuto al quale possono essere sovrapposti strati di servizio e che può essere arricchito dinamicamente nel corso del tempo.
    6) Antonio ha credo ragione nel notare che l’accesso a distanza a contenuti digitali (e i relativi servizi) non andrebbe considerato come un servizio ‘locale’ delle biblioteche, ma sarebbe necessariamente offerto da piattaforme centralizzate. La funzione delle singole biblioteche non sarebbe dunque nella maggior parte dei casi (e in particolare nel caso delle public library) quella di gestire in prima persona le risorse digitali alle quali si intende dare accesso, ma quella di promuovere e far conoscere a livello di comunità locale le risorse esistenti, di assistere la propria utenza nell’accesso a tali risorse, di collegare insomma risorse e comunità locale, offrendo servizi di socialità culturale legata sia agli spazi fisici sia agli interessi della propria comunità di riferimento. Inoltre, le singole biblioteche dovrebbero ‘fare rete’ nella creazione di servizi compessi – ad es. servizi di reference – legati ai contenuti.
    7) Indubbiamente, il tema è comunque assai complesso e dipende da fattori e sviluppi solo in parte prevedibili. Per questo secondo me è comunque opportuna una grande apertura alla sperimentazione di modelli diversi. Sia perché qualcuno di questi modelli potrebbe suggerire soluzioni alle quali magari non si è ancora pensato (si impara anche da quel che non funziona, non solo da quello che funziona!), sia perché potrebbe suggerire tipologie di servizi innovativi che potrebbe essere utile creare e offrire agli utenti. Inoltre, il coinvolgimento degli utenti in queste scelte è senz’altro opportuno, e la sperimentazione è uno strumento di coinvolgimento degli utenti, dei quali è opportuno capire reazioni e necessità concrete davanti a quelli che altrimenti rischiano di essere solo modelli astratti. Nessuna delle sperimentazioni in corso in ambito bibliotecario relativamente al prestito di contenuti e dispositivi può dunque a mio avviso essere considerata uno spreco di risorse: sia perché le risorse impegnate sono relativamente basse e – come ha sottolineato Giulio – sono comunque molto minori di quelle necessarie per la gestione delle risorse informative cartacee, sia perché davanti a realtà nuove la sperimentazione e la ricerca di soluzioni efficienti comportano comunque necessariamente dei costi, o meglio, degli investimenti (il problema, semmai, è che le risorse disponibili sono molte meno di quelle che sarebbero necessarie o auspicabili).

    1. Gino, non sono in grado di commentare un commento in 7 punti, e quindi ti ringrazio e basta, come al solito, per la disponibilità, la chiarezza e l’ampiezza delle tue riflessioni!

  7. Concordo con Gino per quanto riguarda la differenziazione tra “accesso” e “possesso”, e su come questa differenziazione sia in fase di mutamento per l’avvento del digitale.
    Con l’evolversi delle tecnologie è molto probabile che in tempi più brevi di quello che possiamo pensare, il “possesso” di un file (sia esso un libro, un film, un brano musicale, un gioco, un software) perda di significato a favore dell'”accesso” al file stesso.
    Possiamo già vedere oggi come i contenuti si stiano sempre più smaterializzando e svincolando dal supporto fisico. “Possedere” un contenuto sta diventando quasi una seccatura per l’utente, che deve catalogarlo, archiviarlo, farne una copia di backup, ricordarsi dove ha messo il supporto fisico su cui lo ha immagazzinato e così via.
    Non mi stupirei che a breve possa prevalere un modello di puro accesso a tutti i contenuti digitali, il che consentirebbe a *tutti* gli utenti di accedere a *tutto*.
    Personalmente un simile modello, da utente di contenuti, mi piacerebbe molto. Poter leggere il libro che desidero, quando desidero, senza attese, acquisti, richieste, prestiti etc, sarebbe un piacere estremo. E la stessa cosa con la musica, i film e tutto il resto.
    Un simile modello porterebbe sicuramente all’obsolescenza di quanto detto finora in questa discussione, tranne forse l’aspetto della conservazione, che dovrebbe essere garantita e pertanto gestita o supervisionata da un’entità pubblica (la Biblioteca?).
    Inoltre sarebbe necessario ripensare ai metodi di remunerazione dei detentori dei diritti, che forse è un problema con una soluzione meno complessa di quello che può sembrare.
    Tornando in tema, concordo anche sul fatto che le Biblioteche debbano sperimentare. Che si tratti di prestito di erader o di digital lending con le modalità più varie, solo con la sperimentazione si potrà verificare la risposta del pubblico e quindi dell’efficacia della soluzione.
    Voglio solo tornare a sottolineare l’importanza, a mio giudizio vitale, di una conservazione dei prodotti editoriali digitali che *deve* esser fatta da un ente pubblico.
    Luca “Luke” Calcinai
    eBook Club Italia

  8. L’idea di Tombolini che la fornitura di contenuti (ebook) in prestito metta in “concorrenza sleale” le biblioteche pubbliche con le librerie (on line) non può essere facilmente condivisa. Direi che in questo caso vale lo stesso discorso che deve essere fatto in merito alla fruizione illecita di contenuti protetti: non tutto quello che si scarica gratis abusivamente sarebbe comperato, se non si potesse scaricare; non tutto quello che si prende gratis in biblioteca è una vendita mancata in libreria. E se anche per Roncaglia il servizio di prestito garantisce l’accesso alle opere rimuovendo l’ostacolo economico (il prestito gratuito inteso come servizio di ‘welfare della conoscenza’), allora siamo di fronte ad una incomprensione di questo servizio. Non dobbiamo pensare alla biblioteca solo come a una mensa dei poveri in cui si distribuisce gratis cibo per la mente. Certo c’è chi usa il solo il prestito in biblioteca e non compera nulla in libreria, ma altri, forse la maggioranza, usano il prestito per “integrare” la spesa in libreria. Per costoro un prestito non è un mancato acquisto. Perché questo aspetto è così importante? E’ importante perché se si capisce questo aspetto si capisce come il servizio di prestito, nelle sue differenti modalità, si rivolga ad un pubblico molto più vasto di coloro che semplicemente non hanno i soldi per comperarsi i libri (e si capisce anche che il “danno” economico non si può calcolare moltiplicando il costo di copertina delle opere, per i prestiti registrati). Il prestito in biblioteca e la vendita in libreria sono due canali di approvvigionamento che interagiscono in modi complessi e il passaggio al digitale tende, su questo do ragione a Roncaglia, a renderli più simili. Se il prestito dell’ebook è a pagamento, la biblioteca non diventa un ulteriore canale di vendita per l’editore? Come evitare l’assimilazione delle due pratiche? La legge italiana sul diritto d’autore, per i soli contenuti audiovisivi, ha già messo in opera la soluzione proposta qui da Tombolini (nessun prestito di contenuti digitali fuori dai locali fisici della biblioteca), ma questa restrizione decade dopo 18 mesi. Se andiamo a vedere come varia la curva dello sfruttamento economico di un opera sul mercato nel tempo, possiamo renderci conto di come forse sia proprio nella giusta valorizzazione del parametro “tempo” che si gioca la possibilità di trovare un equilibrio tra l’istanza di reddittività del mercato editoriale e l’istanza delle biblioteche di fornire il servizio a costi accettabili. Gli editori dovrebbero accettare di sottoscrivere contratti in cui il costo dell’accesso offerto dalle biblioteche ai loro contenuti decresce con il passare del tempo, e le biblioteche dovrebbero proporre modelli contrattuali questo tipo.

  9. In questo caso mi trovo d’accordo con Luca Ferrieri e trovo che sia Virginia sia Gino pongano la questione tralasciando importanti problemi.

    Virginia: sei sicura che i tuoi colleghi, se non avessero il noiosissimo e male retribuito impiego in biblioteca potrebbero dedicarsi tranquillamente alle loro occupazioni liberali? o magari potrebbe essere vero che è il primo a consentire in qualche modo le seconde (come succede per quanto riguarda la mia seconda vita giornalistica)?

    Gino: accesso vs. possesso non va visto (solo) nell’ottica del rapporto biblioteca/lettore ma anche in quello biblioteca/patrimonio culturale. Se come funzionario pubblico spendo soldi pubblici garantendo solo l’accesso (e quindi l’hic et nunc) e non il possesso (cioè la garanzia che quello che ho acquistato si possa trasformare in patrimonio culturale della comunità) allora ho speso male i miei soldi. E’ vero che mi si dirà che non tutte le biblioteche sono la BNCF o l’Archiginnasio, ma anche fondi apparentemente casuali possono trasformarsi in elementi importanti del patrimonio culturale (come il nostro non trascurabile fondo che ci ritroviamo di narrativa “amena” e “per signorine” di fine ‘800 inizio ‘900 che apparentemente era fardello inutile e invece si è rivelata una miniera per gli studiosi di storia della letteratura femminile) e quindi se la biblioteca deve garantire l’accesso per l’utente, è necessario che in qualche modo (non necessariamente a tutti i livelli e presso tutte le biblioteche, ma necessariamente attraverso una politica e leggi chiare che non lascino spazio all’arbitrarietà dei contratti commerciali) garantisca per se stessa (e quindi per il patrimonio culturale della comunità) il possesso. Senza il possesso da parte della biblioteca non è garantito l’accesso da parte del lettore. Questo ovviamente perché le finalità di un ente commerciale sono diverse da quelle di un ente pubblico, come si è visto perfettamente nel caso Amazon con la possibilità di controllare addirittura sui dispositivi degli utenti la presenza delle opere.

    Francesco Mazzetta
    Biblioteca comunale di Fiorenzuola d’Arda (PC)

  10. Mi pare estremamente interessante l’intervento di Gino Roncaglia: La questione di fondo è proprio quella di riposizionare la biblioteca pubblica individuando gli spazi in cui può valorizzare le sue competenze di reference.
    Per questo tecnicamente non vi è differenza tra una libreria online ed una biblioteca online.per entrambe il cuore del servizio è l’offerta all’utente / al cliente di un accesso organizzato a documenti; entrambi nell’ambiente digitale puntano ad “umanizzare” il più possibile il servizio cfr. http://www.ultimabooks.it/video. E’ vero che l’una presta e l’altra vende, ma ciò che le unisce è più di ciò che le differenzia ed in questo senso credo che non di concorrenza ma di alleanza tra le due si dovrebbe parlare.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...