Parlare di soldi: lavoro retribuito, lavoro collaborativo

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Ho iniziato a fare la bibliotecaria nel 1996. Nel 1997 ho avuto il mio primo incarico a tempo indeterminato. Ricordate com’erano allora la formazione professionale e i convegni a cui i bibliotecari dipendenti da amministrazioni ricche avevano l’opportunità di andare? Erano eventi che rispettavano delle tradizioni: argomenti e aree di interesse ben definite, docenti e relatori nella quasi totalità di provenienza dalle file dei direttori di biblioteca, dei funzionari di alto livello, e dei docenti universitari.

Sono passati 15 anni ed è cambiato un numero di cose più alto di quanto l’inerzia professionale ci consenta di vedere con chiarezza. Diciamo pure che è cambiato tutto e, dove non lo è, la nostra professione ha un problema.

Ma restiamo ai corsi e ai convegni. Mi capita di trovarmi oggi dall’altra parte della barricata. Non sono più parte del pubblico che prende appunti. Tengo corsi e, qualche volta, mi chiamano a fare interventi a convegni. Argomenti e aree di interesse sono letteralmente esplosi, solo per intenderci pensate a che cosa significasse reference 15 anni fa (un’attività ben precisa, con le sue tecniche e i suoi manuali di riferimento) e che cosa può significare oggi (in un arco che va dall’aiutare i quasi analfabeti che entrano in biblioteca al cercare di capire se la biblioteca non sia stata totalmente esautorata di questa funzione). Docenti e relatori non sono più scelti solo dalla categorie tradizionali dei livelli alti, ma (per fortuna) si cercano lì dove sono, a prescindere da definizioni formali troppo strette. Anche perché, impedita a monte la possibilità di scalare i se pur piccoli gradini delle carriere pubbliche, tutti adesso sono dipendenti di basso livello.

E veniamo ai soldi. Ho sempre apprezzato il modo in cui gli americani parlano esplicitamente di denaro, di quello che guadagnano, di quello che spendono, di quello che investono per iniziative pubbliche. Da noi non si fa. Non sta bene, immagino per qualche cattolica derivazione culturale. Omertà.

Invece di soldi bisogna parlare, specie quando le cose cambiano. E dunque, per chi non fosse coinvolto nel minuscolo mercato delle prestazioni professionali per le biblioteche, questi sono i dati: l’Associazione Italiana Biblioteche paga i docenti, come compenso lordo orario per i suoi corsi, 80 euro. Dal lordo va tolto circa un terzo del valore, che se ne va in tasse. 80 euro all’ora era esattamente quanto si veniva pagati nel 2005, quando io ho cominciato a tenere corsi. Chi è capace faccia i conti di quanto possano essersi svalutati, da allora, questi 80 euro. Si tratta però di uno standard definito in modo chiaro e trasparente, che si può trovare accettabile in un’ottica di collaborazione con l’associazione. Sono iscritta all’AIB, credo nel suo potenziale, quindi mi va bene lavorare per questo compenso.

Le amministrazioni pubbliche tendono a pagare in modo simile. Si può oscillare da casi di maggiore ricchezza (rari) a casi in cui, a calcoli fatti, gli 80 euro li si è sforati verso il basso. Questo, invece, non è accettabile. Se le amministrazioni credono al valore della formazione, che lo dimostrino. Se i loro budget sono bassi, che si organizzino di conseguenza.

Quanti ai convegni, si viene abitualmente invitati dietro rimborso spese, senza alcun genere di remunerazione. Al primo a cui partecipai non ebbi neanche quello, ma andai lo stesso, cosa che ora non farei più. Immagino che la ragione di ciò stia nel fatto che – in un passato non lontano – ai convegni parlavano solo i docenti universitari, che per mestiere fanno anche questo. Essere invitati a parlare ad un convegno è un onore. Lo è, ma è anche un lavoro, se il tuo mestiere quotidiano non è quello del ricercatore.

Ma c’è un altro punto da tenere in considerazione. Direttori di biblioteca, funzionari e docenti disponevano e dispongono, oltre che di un salario più alto di chi è un semplice dipendente, della libertà di organizzare come vogliono il proprio tempo. Il denaro non è un valore assoluto. 80 euro sono pochi o molti anche a seconda del fatto che io li debba guadagnare lavorando la domenica a casa per preparare un corso, che lo debba tenere durante le ferie, partendo il pomeriggio precedente per raggiungere ogni località possibile nell’intricata geografia dei treni italiani, incastrandolo fra un impegno in biblioteca e un altro e aggiornando i suoi contenuti ogni volta, visto che niente resta più simile a se stesso per più di tre mesi.

Se un impegno di questo genere diventa una corsa ad ostacoli pagata in modo simbolico, allora qualcosa decisamente non torna.

Ho detto che il denaro non è un valore assoluto. Aggiungo che può anche non essere affatto un valore determinante. Dipende dalle condizioni.

Questo blog vive dal 2007. Essendo un blog piccolo e iper-specialistico, sono la prima a pensare che abbia un pubblico ristretto ed una utilità diciamo puramente contestuale. Ma ecco che cosa dicono le statistiche di accesso, stando ai soli post recenti:

E-BOOK*. Teoria e pratica: esperienze di biblioteche a confronto, visto 1063 volte ad oggi
Quanto vale il lavoro? Una riflessione sul digital lending, visto 1013 volte
Il futuro delle biblioteche, secondo Seth Godin, 938
57. congresso AIB a Roma. Parte prima: osmosi, 707
Facebook: timeline, pagine e applicazioni, 622
Da FBML ad iframe: applicazioni Facebook per le biblioteche, 611
If Book Then 2012, 590
“Librarianship is a radical profession, and literacy is a radical topic”, 435
57. congresso AIB a Roma. Parte terza: politica, 419
57. congresso AIB a Roma. Parte seconda: servizi, 412

Le statistiche web sono difficile da interpretare. Facciamo allora l’ipotesi – muovendoci con abbondante prudenza – che la metà di questi accessi siano stati errori, che il navigatore non abbia in realtà letto il post eccetera. Resta che il resoconto di un seminario AIB è stato letto utilmente circa 500 volte. Ammettiamo – ancora forzatamente – che queste “viste” corrispondano a persone singole e mettiamole a confronto col numero medio dei partecipanti ad un corso di formazione, 40 persone. Ne esce che un post di successo riesce a raggiungere il numero di persone che sarebbero interessate da 12 corsi  in presenza. Inoltre, dando un’occhiata a quali siano i post più visti e quali i commenti, ne esce che un blog piccolo e iper-specialistico come questo ha in realtà un pubblico di lettori molto più vasto di quanto io stessa immaginassi. Nella buona tradizione della rete, risulta molto utile ogni genere di tutorial tecnico, da che cosa sia un QR code a come gestire un’applicazione su una pagina Facebook, a prescindere dal fatto che si parli di biblioteche o meno.

Nel 2010, avendo cominciato a rendermi conto del potenziale di utilità di uno strumento come questo, e della quantità incalcolabile (in senso letterale, non nel senso di “infinito”) di ore che occorre dedicargli, ho attivato la possibilità di fare donazioni volontarie sul mio conto PayPal. I risultati sono stati scarsissimi, credo per semplice mancanza di consapevolezza delle regole del lavoro collaborativo in rete. Non importa, la consapevolezza crescerà e mi fa piacere poter contribuire anche a questa crescita. Importa invece il fatto che si sia disposti a lavorare gratis, o per un compenso molto basso, solo a condizione che le modalità di lavoro siano efficaci e che la collaborazione sia reciproca (Wikipedia docet).

Ha senso prevedere un giorno in cui la formazione sarà sganciata dalla tradizione dei corsi in presenza e dei convegni per spostarsi su un ecosistema di scambio in rete anche per la nostra professione? Io spero di sì, e per certo quel giorno lavorerò volentieri anche per meno di 80 euro all’ora ;-) Ma fino ad allora, vorrei essere pagata in modo corretto senza che questo risulti – per qualche cattolica derivazione culturale – una richiesta pretenziosa.

11 thoughts on “Parlare di soldi: lavoro retribuito, lavoro collaborativo”

  1. Posso parlare solo di soldi tralasciando l’argomento della formazione e autoformazione in rete?
    Anche io come Virginia sono stata chiamata qualche volta a fare dei corsi e il tabù dei soldi è sempre stata una cosa che mi ha messo in imbarazzo. Non c’è la buona abitudine di scrivere una mail dicendo:
    “ciao, sono tizio caio, sto organizzando questa cosa qui, vorremmo che tu partecipassi in questa maniera possiamo offrirti questo compenso”
    Piuttosto vieni chiamato e ti dicono: facciamo questa cosa vieni? E tu come gli chiedi se ti pagano o no? Io ho imparato a chiederlo. E sotto una certa soglia non vado non per snobismo ma perché penso che sia giusto retribuire una persona. Io fino a qualche mese fa per mestiere NON studiavo (adesso sono una studentessa di dottorato, ma è una condizione transeunte) e non facevo ricerca ma la pendolare e la bibliotecaria con un bambino piccolo. A me piace parlare alle persone, parlare della mia professione e delle cose che amo. Per questo bloggo con piacere (ma con poca costanza ultimamente) in almeno 3 posti diversi, per questo faccio anche cose gratis ma le faccio se le scelgo io, se sono quello in cui credo, quello che magari contribuisco a costruire dall’inizio.
    Jennifer McGonigal e tanti altri come lei hanno un ufficio che si occupa di gestire le loro conferenze e che le leva dall’imbarazzo di chiedere soldi per il lavoro che svolgono, io a lungo ho pensato di mettere nel mio blog personale un disclaimer del tipo “se vuoi contattarmi per un invito a una conferenza o per un corso contattami in privato specificandomi quando e dove sarà l’evento e quale compenso è previsto. Il mio compenso desiderato è di 90-100€ lordi/h più rimborso spese. Tendo a non accettare inviti gratuiti o solo con il rimborso spese a meno che non siano cause nelle quali credo particolarmente. Grazie” ma mi sono sempre trattenuta dal farlo. Perché mancava il contesto in questa affermazione ovvero che credo tantissimo nella rete e cerco di contribuire all’intelligenza collettiva con tutti i mezzi, che se mi chiami per approfittare solo delle competenze che ho sviluppato senza darmi in cambio qualcosa allora tradisci questa filosofia, che i miei materiali sono online, usali, studiali e facci un corso con le tue forze e competenze, che se mi chiami per un momento di brainstorming collettivo su un tema a me e caro è un conto (e tu contribuisci con le tue idee e punti di vista) ma se devo venire io da te a trasmetterti delle informazioni allora il fatto di avere passato le sere a studiare e il fatto di essere in un albergo a dormire invece di mettere a letto mio figlio allora questo è giusto e sacrosanto retribuirlo.
    Virginia, facciamo la lega bibliotecari che non fanno i prof e che vorrebbero ricevere un compenso? :-)

  2. Fermo restando che mi sono occupata di formazione anche in altri posti e il compenso più o meno era sempre quello, quindi l’AIB non fa eccezione (e lo dico subito, visto che scrivo qui da Giovanna ma si sa chi sono ;)), fermo restando anche che è sacrosanto che si venga retribuiti per il lavoro svolto, mi pare che in questa riflessione manchi un elemento. Non credo che chi tiene corsi di formazione sia un tuttologo e che quindi una volta venga chiamato a parlare di catalogazione di libro antico, una volta di acquisizione di risorse elettroniche, e un’altra volta di reference (nel qual caso, credo, sarebbe un filino preoccupante ;)). Quindi credo che si faccia il grosso del lavoro una volta (la prima) e poi si viva “di rendita” per un po’. Se poi si è un buon e bravo docente, si manterranno aggiornati i materiali e si faranno gli aggiustamenti del tiro di volta in volta. Allora per esempio io non ci vedrei nulla di male a dire che il Committente, se ti chiama 5 volte a fare lo stesso corso, la prima volta ti paga 10 e le successive 5. Ma temo che parecchi docenti non sarebbero d’accordo con questa idea… ma forse rientra nel concetto che esprimevi che “il denaro non è un valore assoluto”.

    1. ciao Giovanna, no, non sono d’accordo su nessun punto :-)
      Se i contenuti del corso restano gli stessi, c’è qualcosa che non va nel corso. Almeno per i temi che mi sono trovata a trattare io, ad esempio ebook e social media, le cose sono letteralmente da aggiornare continuamente. Mentre la fatica e il tempo per viaggiare mettersi in ferie ecc. restano sempre gli stessi.
      In ogni caso, il mio intento era attirare l’attenzione su una condizione forse nuova, in cui sono gli operai delle biblioteche (quelli che stanno ai banchi informazioni dal lunedì al sabato) ad essere chiamati anche a fare docenze. Ottimo segno, ma grande fatica. L’operaio ha molto bisogno di soldi e molto bisogno di riposo ;-)

      1. ciao Giovanna!
        mi sa che sono sul trend di Virginia anche io. Non ho mai proposto due volte lo stesso corso e anche se il titolo sembrava uguale il corso era sempre stravolto completamente o nella didattica o nelle esercitazioni o in altri aspetti non meno secondari (come sai anche io mi occupo di cose poco statiche come Virginia). C’è poi un aspetto non secondario secondo me: la fatica fisica di tenere l’aula. Per cui se la prima volta mi chiami per 10 e poi mi dai 5 beh io sinceramente non vengo. Ma al di là dei soldi forse quello che vorrei fare passare è che sì a me piace parlare in giro ma non si può pensare che questo assorba i miei giorni di ferie e il mio tempo libero senza propormi una retribuzione adeguata. In qualunque progressione di carriera nel personale tecnico amministrativo della PA queste docenze oltretutto non valgono quasi nulla a fini di punteggio

    2. Bene ragazze sono contenta di essere smentita :) quindi se ogni volta rifate il lavoro da zero, o quasi, è giusto che il compenso sia quello e sia chiaramente pattuito.

  3. Ottime considerazioni del tutto condivisibili. Purtroppo però non basta dichiarare dei principi o delle posizioni personali nella questione del compenso per la formazione perché c’è un problema grosso: le amministrazioni pubbliche destinano sempre meno soldi alla formazione. Anzi: ormai si può anche dire che la maggioranza destina 0 euro. Ne consegue che i corsi vengono (quasi solo) organizzati da un’associazione come l’AIB. Ma allora è il partecipante che deve pagare. Nell’ottica del discorso di Virginia questo è giusto. Purtroppo il livello di consapevolezza generale su questo spesso è basso, e non a livello di principio ma a un livello molto più concreto: chi vuole investire davvero nella propria autoformazione? Non molti. Anche perché diciamocelo onestamente: per come funziona il settore pubblico in Italia raramente l’investimento in autoformazione dà dei frutti al livello di riconoscimento personale, crescita di responsabilità, avanzamento di carriera. Insomma: manca quello che si chiama Ritorno dell’Investimento (ROI: per gli economisti). Allora se vogliamo discutere delle questioni che Virginia sottolinea, dobbiamo vedere anche questo lato della cosa: penso che qualsiasi collega all’estero penserebbe che senza meccanismi di incentivazione non si può presupporre che ci sia interesse a investire in formazione e quindi è logico che in Italia ce ne sia così poca. Anche loro, i colleghi esteri, se fossero calati in un simile sistema disincentivante finirebbero probabilmente per gettare la spugna. La soluzione: 1) eliminare altri tabù e chiedere che si mettano in discussione le logiche sindacali che hanno fin qui prevalso: quelle dei premi a pioggia e degli avanzamenti di massa (ormai sono in tanti a pensarlo: e sono quelli più formati ma entrati da meno tempo e quindi con le posizioni più basse. Sopra di loro sta sempre una persona assai meno capace che vedranno andare via solo quando anche loro saranno quasi decrepiti. E allora diciamolo una buona volta. Sennò non siamo professionisti perché la logica sindacale così come ha funzionato finora è totalmente estranea a qualsiasi logica professionale). Soluzione 2: lavorare perché l’Associazione si muova come soggetto politico per ottenere il riconoscimento professionale, e non solo in senso generale ma anche come riconoscimento specifico dei nuovi ruoli. Io non sono un “bibliotecario” generico. Io voglio che il mio specifico ruolo venga riconosciuto. Riconoscere i ruoli è anche questo estraneo al pubblico impiego che vuole semmai degli “impiegati”, non dei professionisti: in questo caso impiegati di biblioteca. Costa meno considerarli così. Il pubblico impiego dovrebbe smetterla di attribuire compensi più elevati solo alle posizioni verticali, idea molto vecchia, perché dovrebbe semmai distinguere tra manager e professionals. I primi gestiscono risorse, gli altri sono i tecnici specializzati. Senza entrambi non si va da nessuna parte ed è in base a questa distinzione che si gestiscono le organizzazioni avanzate. Il problema dell’assenza di Ritorno dell’Investimento c’è anche quando io devo continuamente aggiornami per poter fare il mio lavoro e accanto a me ho dei colleghi che prendono più di me senza dover fare nessun lavoro di aggiornamento solo perché si dedicano alla parta più conservatrice del lavoro e sono lì dentro da più tempo (anzianità professionale che da cui è discesa una posizione più elevata o semplicemente una pos. orizzontale più avanzata).
    Ecco perché il discorso di Virginia è difficile: perché riesce solo se rimettiamo tutto in discussione. Altrimenti non riesce. Per cui per parlare di retribuzione equa della formazione bisogna anche parlare di concrete possibilità di Ritorno dell’investimento. Ed è a questo livello che le difficoltà appaiono insormontabili. E questo anche perché purtroppo c’è un elemento di “idealismo” nell’etica bibliotecaria che gioca contro: avremo sentito tutti dire: l’autoformazione la faccio per me, per lavorare meglio. Ma questo discorso idealista che vorrebbe far coincidere il ritorno dell’investimento con pure soddisfazioni quasi narcisistiche gioca contro. Sarebbe ora di mettere in discussione anche questo.

    1. Grazie Pierfranco per la riflessione, che condivido direi in tutto.
      Vorrei solo precisare che non penso che sia giusto e ideale che a pagarsi il corso AIB sia il bibliotecario di tasca sua. Tutt’altro. Penso che almeno i costi molto limitati dei corsi AIB andrebbero sostenuti dalle relative amministrazioni, anche se apprezzo e condivido un atteggiamento positivo rispetto all’idea dell’autoformazione. Più in particolare penso che le amministrazioni dovrebbero dedicare più soldi su entrambi i fronti, i docenti e chi ai corsi partecipa, e voglio sottolineare che non è vero che non ci sono mai soldi per fare alcunché, perchè chiunque lavori nel pubblico anche in questi tempi grami saprebbe facilmente portare decine di esempi di spreco.
      Quanto alla gestione del lavoro nella pubblica amministrazione, riconoscimento delle competenze eccetera (diciamo in una parola per intenderci meritocrazia), concordo pienamente con te sia sull’analisi sia sull’individuare nei sindacati uno dei responsabili principali della situazione. Sono stata iscritta alla CGIL per 10 anni, poi mi sono accorta che, invece di sentirmi rappresentata, mi sentivo loro complice e sono scappata via, con la conseguenza che oggi che avrei bisogno come non mai di un sindacato non posso che dire che i sindacati – intesi nel senso originario – semplicemente non esistono più.
      Personalmente – lo dico per sfogo – la mia personale autoformazione è motivata da questi precisi motivi: a) lavorare al meglio che posso coi cittadini in spregio all’amministrazione che dovrebbe incentivare me e fornire servizi a loro e lo fa poco e male, b) acquisire qualche competenza che possa riutilizzare come docente e guadagnarci su, c) mantenere vivo il sogno di potere un giorno scappare dalla pubblica amministrazione. Dico sogno, e non speranza, perché purtroppo concordo con te con l’idea che non ci sia alcun ROI ad aspettarci dietro l’angolo ;-)

      1. Grazie. Sono contento di vedere che non sono il solo a sognare di “scappare dalla pubblica amministrazione”. È proprio così. Anch’io lo sogno. Chissà: forse si potrebbe creare un forum dedicato a quelli che sognano di scappare dalla pubblica amministrazione. Eppure non si osa dirlo perché ti dicono che sei fortunato, non sei in una fabbrica che chiude. E non puoi fare altro che ammettere che è vero e che le tue frustrazioni non valgono niente di fronte ai problemi degli altri. Però vorrei almeno che non si pensasse che siamo dei privilegiati. Forse la fabbrica non chiuderà (?), ma non è comunque già fallita? Quindi sono d’accordo: formarsi continuamente almeno anche per questo: per sognare di poter scappare.

  4. Ho ripensato spesso a questo post recentemente, perché solleva molti problemi che mi sto ponendo anch’io. Come “giovane” e “precario” in particolare si tratta di temi su devo riflettere come parte integrante della mia carriera e della mia vita; ci sono pertanto sempre dei motivi soggettivi che portano a certi comportamenti (accettare un lavoro gratis, accettare una paga bassa, puntare i piedi per pretendere il giusto, ecc.). Anni fa avevo iniziato a fare dei corsi dicendomi: “non mi importa del compenso, perché in questo momento sto cercando prima di tutto di fare esperienza”. Oggi naturalmente, dopo 6 anni, questa posizione si è modificata.

    C’è però un punto che non viene toccato dal post, e che con una certa ingenuità mi permetto di sollevare. Quello che non viene detto è: perché farlo? Qual’è il motivo? Perché tenere dei corsi, qual’è la ragione che ci spinge a proporre un’attività di formazione? Credo che questo – anche qui, caso per caso e persona per persona – porti con sé parte delle motivazioni con cui poi affrontiamo anche la questione dei soldi.

    Chi ha voglia di rispondere? :)

  5. Perché proporsi come formatore? Io lo faccio innanzitutto per 2 motivi:
    1) perché mi piace. Mi piace di più di quando facevo il supplente nei licei. La differenza tra quelle esperienze e una iniziativa formativa per bibliotecari è che questa mi coinvolge di più. Forse perché è più concreta, è legata al fare (perlomeno nel mio caso).
    2) trovo molto utili certi suoi effetti, tra cui: conoscere altri colleghi, altri contesti, mantenere i contatti. Ho sempre trovato che un difetto delle biblioteche universitarie italiane è il fatto di non parlarsi e non mettere in comune le risorse quando questo porterebbe vantaggi comuni. Non c’è alcun motivo per non farlo perché come ha scritto il docente di Trento Claudio Giunta nel suo recente intervento sulle biblioteche universitarie pubblicato sul suo blog a http://www.claudiogiunta.it/2012/06/un-ordinario-stato-deccezione/#more-1340, versione lunga dell’articolo pubblicato sul Domenicale del Sole 24 ore, 17 giugno 2012, tra università italiane non c’è vera concorrenza, per tanti motivi.
    Quindi la mancanza di collaborazione è inutile e in momenti di crisi è molto svantaggiosa perché c’è un enorme bisogno di mettere assieme le poche risorse se si individuano obiettivi comuni, sia per collaborazioni informali che formali.
    Poi come ha scritto Virginia c’è anche l’aspetto economico: nella società capitalista sei un professionista quando ti pagano per il tuo operato e in ragione di quanto ti pagano. In questa nostra società professionalità e retribuzione sono cose concepite per andare di pari passo ed è così dall’inizio dell’età moderna in poi (se lo stipendio di un bibliotecario italiano non riflette affatto queste dinamiche è perché come ho scritto in precedenza i bibliotecari inseriti nella PA sono destinati a essere considerati non come dei professionisti ma come impiegati di un certo tipo, inseriti in una certa pianta organica governata non da criteri professionali ma puramente burocratici, cioè verticisti, che è il contrario della vera professionalità che semmai è orizzontale perché se è autentica non ce ne può essere una che conta più delle altre).
    Sulle questioni economiche legate alla formazione vale la pena intrattenersi ancora per fare degli altri confronti nel caso in cui invece sei tu l’allievo.
    A me piace anche partecipare alle iniziative formative come allievo. Però quando pensi questo e poi vedi il programma della Summer AIB School (SAS), Alassio, 24-28 settembre 2012 che è una iniziativa tutta nuova, allora i pensieri non sono positivi. Il programma è qui: http://www.aib.it/attivita/2012/24859-programma-sas-2012/
    Lo confronti con il programma di una iniziativa “estiva” di livello europeo: la Ticer International Summer School 2012 della Università di Tilburg in Olanda qui:
    http://www.tilburguniversity.edu/research/institutes-and-research-groups/ticer/2012/program.html
    E allora pensi allo “Spread”: non solo quello finanziario, ma al più ampio divario tra noi (italia) e loro (europa). Qualcuno dirà che è questione di soldi perché alla Ticer invitano esperti internazionali e la retta costa pareccchio e se fosse per quello sono capaci tutti, anche in Italia.
    Certo il confronto tra i prezzi dimostra un divario enorme: Prezzo Ticer solo per la frequenza per tutta la settimana: € 2,569. Prezzo AIB per soci: € 250,00. Dieci volte di meno.
    Però poi pensi che no, che la differenza fondamentale è un’altra: è nel programma scientifico della Ticer che dimostra la capacità di individuare gli scenari futuri e di prepararli con la formazione. La capacità di parlare di strategie per le biblioteche, come nel Module 1: Library strategy in the 21st century: From Vision to Execution. Oppure il Module 3: Redefining Research Support. La differenza tra i due programmi scientifici non potrebbe essere più abissale, evidente, per l’appunto l’effetto di uno Spread molto allargato. Incolmabile? Forse varrebbe la pena discuterne e dire se si condivide o meno. Perlomeno si può dire che il programma della Ticer International Summer School 2012 è adeguato al lavoro concreto e alle ambizioni di una biblioteca universitaria/di ricerca di oggi. Il programma della Summer AIB School (SAS), Alassio, 24-28 settembre 2012 non lo è, sembra essere stato pensato per tutt’altro target. Perché di bibliotecari impegnati su questi temi nelle università italiane ce ne sono. Non facciamo finta che non esistano. E hanno bisogno di quei temi.
    La soluzione è fare gli emigranti della formazione? Effettivamente molti lo hanno fatto finora, anche frequentando la Ticer. Ma siamo sicuri che davvero dobbiamo rinunciare a fare certe cose qui? Chi lo ha deciso?
    E allora il programma AIB per chi è pensato? Ed è adeguato anche per un altro target?
    Quindi di nuovo abbiamo a che fare con i temi intrecciati della formazione e dei soldi, ma anche con il problema di come si fa a essere un professionista oggi, delle difficoltà a esserlo in Italia, della incapacità di capire certe scelte effettuate dall’associazione professionale da cui ci si aspetta, come è logico, una proiezione in avanti. Poi è chiaro che le rette devono poter essere sostenibili e confrontate con il panorama delle retribuzioni italiane.

  6. Beh, già che questo post susciti commenti dopo diverse settimane dalla pubblicazione mi pare significhi qualcosa!
    Vorrei rispondere onestamente alla domanda di Enrico: perché, allora, fare formazione?
    Vorrei rispondere prima brutalmente, poi con qualche riflessione.

    La bruta realtà dice che la mia visita di oggi da una ginecologa è costata 150 euro, quella di ieri dal veterinario per il gatto che stava poco bene 47, il mio ultimo passaggio dal dentista 200. Dopo 16 anni di esperienza come bibliotecaria, e con una laurea, guadagno 1300 euro al mese, con nessuna possibilità di avanzamento in carriera. Allora il motivo per cui si fa formazione è tentare di salvaguardarsi un po’ dallo scivolamento in una fascia troppo vicina a quella della povertà (e lo dico con considerazione di quanti ambirebbero ai 1300 euro al mese e non ci arrivano). Trovassi un’alternativa che mi fa guadagnare qualcosa in più, la formazione probabilmente io la lascerei stare, ma c’è anche da dire che, proprio in quanto dipendenti pubblici, abbiamo mille ostacoli al lavoro e addirittura al guadagno al di fuori delle nostre amministrazioni di appartenenza (“di appartenenza”: espressione interessante, eppure si dice proprio così).

    La riflessione è, invece, che continuo a vedere che di formazione c’è un enorme bisogno. Anche solo parlando dei campi di cui mi occupo (che non sono di altissima specializzazione), continuo a vedere una necessità di base di aggiornamento molto diffusa. Fare formazione è faticosissimo ma certamente restituisce quasi sempre l’immagine di un pubblico attento. Girando per l’Italia ho – come dice Pierfranco – incontrato persone e situazioni interessanti. Mi sono anche accorta che esistono tantissime persone, spesso giovani e che lavorano come precari, che avrebbero già ora molto da dare alle biblioteche – se solo fosse possibile farli lavorare bene. Insomma un’impressione di utilità è innegabile anche senza ipotizzare di essere i più profondi conoscitori di una materia. E visto che non si sceglie dove e quando nascere, questo può essere un modo per sentirsi utili, il che è sicuramente un privilegio maggiore dei 1300 euro al mese.

    La Summer School AIB: effettivamente, anch’io ho trovato il programma di profilo un po’ basso. Sono certa che esista una necessità di formaziona anche a quel livello, dubiterei piuttosto che chi ha bisogno di quel genere di intervento sia disposto ad iscriversi ad una Summer School qualsiasi! Dal mio punto di vista comunque sì, sarei forse stata interessata anch’io ad un’esperienza di quel genere, ma con contenuti totalmente diversi.

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