Il Salone del libro del 2022

Non ricordo in che anno fossi andata al Salone del libro di Torino per l’ultima volta, ma sicuramente è passato molto tempo. E’ quindi facile misurare le differenze.

Innanzitutto, le differenze in me. Nei miei primi Saloni, andavo per conto della biblioteca e l’impegno maggiore era vedere quanti più espositori possibile, scoprire titoli, portarsi a casa chili di cataloghi editoriali. C’era un nesso fisico fra la mia presenza e gli ordini che poi sarebbero stati fatti per la biblioteca. Nel 2012, vado per conto mio e ignoro sistematicamente gli espositori, fatta eccezione per pochissimi marchi che sono o “il mio editore preferito”, o amici, o quelli con cui sono in contatto come gestore di un account Twitter istituzionale. Sono lì per seguire gli incontri professionali e per incontrare le persone. Cataloghi e titoli sono tutti online. Dal mio punto di vista, un bel passo in avanti.

Ma ovviamente questo è niente in confronto al mutamento interno al Salone: detta semplicemente, l’editoria digitale è arrivata e si prende i suoi spazi. Nonostante timidi slogan si affaccino qua e là dagli stand cercando di guardare indietro a tutti costi (“Il profumo della carta libera il pensiero”), la differenza è percepibile. Dai corridoi della metropolitana che in cinque minuti va da Porta Nuova al Lingotto facendovi scorrere a fianco un muro di pubblicità del Kindle (“fatto per leggere”). Ad una corposa area in cui si trovano concentrati i venditori di ebook reader e di tablet (che almeno un oggetto fisico da esporre ce l’hanno), al fronte Amazon-Bookrepublic che si fronteggiano alla pari in dimensioni dello stand. Bookrepublic regala buoni promozionali per l’acquisto di ebook chiusi dentro sacchetti gonfiati (qualcosa di fisico bisogna pur darlo in mano ai propri clienti…). Amazon vende direttamente i device, tanto coi device vende anche il proprio catalogo a clienti inconsapevoli della differenza fra la parola aperto e la parola chiuso. Fino alla presenza pervasiva del tema dell’editoria digitale che riempe di sé ogni incontro professionale, dai più specialistici (come è stata sviluppata una app), ai più paludati, quelli in cui troneggiano sul palco i potenti, tutti maschi e quasi tutti anziani, che con un grado variabile di riluttanza sono pur costretti a dire “sì, ecco l’editoria digitale”.

Quello che invece non è cambiato è il pubblico del Salone. Passando dal giovedì al sabato, la quantità di persone che alla mattina stanno in fila ai cancelli di entrata cresce. Ci sono persone di ogni età, con moltissime classi scolastiche in gita. Non molti stranieri, ma forse non si vedono perché si trovano nelle aree riservate ai professionali, dove si stringono accordi e si vendono diritti. Di fronte agli stand “nuovi”, masse di ragazzini di entrambi i sessi giocano coi tablet, adulti (più donne che uomini mi è sembrato) prendono in mano per la prima volta un ereader, e anche in questo non sembra che il pubblico del Salone sia molto cambiato. Si confermano, insomma, previsioni di comportamento già note. Passo un po’ di tempo allo stand di un editore digitale puro e vedo diverse signore avvicinarsi, chiedere, e ritrarsi dicendo “ma io sono molto cartacea”, reazione che ho osservato numerose volte in biblioteca quando ho proposto l’iscrizione ad un servizio digitale alla persona sbagliata.

Provo ad immaginarmi il Salone di qui a dieci anni. Io sarò una donna di mezza età avanzata, come oggi le tante lettrici che ho visto aggirarsi per gli stand. Mi chiedo che cosa si esporrà, una volta perso il senso di riproporre pedissequamente il layout della libreria tradizionale (buffo andare al Salone e trovare allo stand Mondadori gli stessi identici titoli che si trovano nelle librerie Mondadori, no?). Mi chiedo anche se quei ragazzini in gita scolastica, trascinati al Salone sulla base di un presupposto che almeno in parte mi sfugge (ameranno i libri perché ne vedono tanti tutti insieme? Per osmosi?), insomma mi chiedo se torneranno e che cosa si aspetteranno. Mi chiedo anche che cosa ne sarà delle tante persone che oggi si definiscono “cartacee”. Sarebbe fin troppo facile farci sopra dell’ironia, mi chiedo piuttosto in quale modo si possa aiutarle a passare il guado e ad abbandonare un mondo di scarsità di cui non percepiscono i confini.

Posso solo immaginare che, perso il vincolo dell’oggetto fisico, quello che riempirà il Salone del futuro saranno le persone: penso non solo agli incontri con gli autori che già oggi richiamano masse di lettori, ma a qualcosa di più, ad un contatto diretto con tutte le figure della filiera editoriale. Personalmente, niente mi ha divertito quanto scoprire col mio editore digitale preferito (sì, c’è anche un editore digitale preferito!) le complessità del suo lavoro, tutte le pieghe che rendono articolata e interessante la produzione di un contenuto al di là dell’idea romantica dell’Autore e della sua pura ispirazione. Questa può anche essere una deformazione professionale, ma mi piace comunque immaginare un Salone del futuro in cui più persone avranno un ruolo attivo, il coraggio di porre una domanda durante un dibattito, l’occasione di incontrare la persona responsabile di un progetto per loro interessante e così via, al posto dei tanti che si trascinano oggi per il Salone coi sacchetti della spesa. Anche se di spesa cartacea si tratta, ovviamente! ;-)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...