Geert Lovink: una teoria piccola piccola

Ho letto Zero comments  di Geert Lovink alcuni anni fa, in verità all’inizio del mio interesse per la rete e a questo ho immaginato, allora, si dovesse attribuire la sensazione di scarsa chiarezza che ne avevo tratto: forse troppi riferimenti accademici a me sconosciuti, forse un linguaggio nuovo per me mi avevano lasciato la sensazione di non riuscire neppure a criticare tesi che mi parevano confuse. Eppure, già La ricchezza della rete di Yochai Benkler aveva dimostrato, su posizioni molto differenti, che si potesse parlare del web con la limpida chiarezza che è con tutta evidenza un dono esclusivo della saggistica statunitense.

Poche settimane fa, ecco arrivare Lovink a Bologna, in un giro di presentazioni del suo ultimo libro, Ossessioni collettive: critica dei social media. Vado a sentirlo e mi paiono interessanti sia lui, sia il suo libro, tanto da sperare di aver trovato un testo che sintetizzi senza semplificazioni le critiche che sono state avanzate negli ultimi anni agli entusiasmi troppo facili per le magnifiche e progressive sorti del digitale. Dato che mi ritrovo un po’ per caso anche a tenere corsi sui social media in chiave istituzionale, spero persino di poter inserire questo libro in bibliografia, per trasmettere un’idea per quanto possibile complessa e non piattamente celebrativa di questi strumenti.

Leggo il libro.

Ossessioni collettive: come non mi stancherò mai di fare, ringrazio l’editore (Università Bocconi in questo caso) per aver modificato il titolo inglese, che originariamente suona come Reti senza una causa. E’ sempre bello sentirsi trattati come ragazzini da attirare su un libro con un piccolo ammiccamento morboso. Il testo è comunque una raccolta piuttosto eterogenea di saggi critici di stampo accademico, casi studio e riflessioni in libertà. Mi armo di questa consapevolezza e trovo subito un bell’aggancio a qualcosa che ho sentito dire negli stessi giorni da Henry Jenkins, il web 2.0 come modello di business e non come espressione della cultura partecipativa. Eccolo spiegato da Lovink:

“Il Web 2.0 rivela tre caratteristiche principali: è semplice da usare, facilita la socialità, offre piattaforme gratuite per la produzione e la pubblicazione di contenuti, consentendo di caricare immagini, video o testo. Trova e condividi: le raccomandazioni giuste arrivano più dagli utenti che dai professionisti. La conseguente idea di trarre profitto dal contenuto generato dagli utenti va quindi considerata come la diretta risposta al tonfo del dot.com. Le ‘killer application’ non erano basate sulle transazioni economiche dirette (commercio elettronico) bensì su inserzioni personalizzate che vendevano informazioni indirette e altri dati relativi ai profili degli utenti, inclusi dettagli demografici poi rivenduti a terze parti. Le aziende non guadagnano più al livello della produzione, quanto piuttosto tramite il controllo dei canali distributivi, e gli utenti non si rendono immediatamente conto del fatto che il loro lavoro gratuito e la socializzazione online vengono monetizzati da Apple, Amazon, eBay e Google, i giocatori vincenti in quest’ambito. Mentre il settore dell’information technology conquista terreno sull’industria dei media, il culto del libero e gratuito non è nient’altro che l’ironica rivincita sulla follia dell’e-commerce che aveva quasi rovinato internet.” (p. 7)

In questo stesso primo capitolo (un’introduzione) si trovano delineati alcuni temi che verranno trattati nel corso del libro (il web del tempo reale, il linkare come opposto al “mi piace”, la polarizzazione delle posizioni sul web, l’ascesa dei web nazionali), ognuno accompagnato da una raccolta di “slogan e citazioni” che sembrano voler dare un tono quasi poetico alla trattazione, tutti si direbbe volutamente oscuri e dalla connessione alquanto incerta col tema di cui si parla, come ad esempio “Il multitasking è per i poveri”, “Analisi del marxismo iper-caffeinato”, “Non credere al database”. Mi preoccupo un po’ perché penso che nella saggistica forme di arricchimento del testo di questo tipo siano leggermente narcisistiche, ma non voglio fermarmi di fronte ad un mero problema stilistico e procedo nella lettura.

Sorge però un problema molto più grande. O il testo è stato tradotto veramente male e manca di ogni cura redazionale (sarei di questa opinione quando leggo “In un’intervista sul sito dei digerati di New York edge.org…”, a p. 50), oppure è scritto veramente male. Male argomentato. Facendo uno sforzo per descrivere questo stile di scrittura, direi che è composto di frasi brevi, spesso oscure in sé, slegate sintatticamente e talvolta semanticamente dalle frasi che vengono prima e dopo. Uno stile che tende ad affastellare aforismi piuttosto che a svolgere un ragionamento. Se di scelta stilistica si tratta, va detto che un lettore medio (non accademico, ma neppure ingenuo o digiuno di questi temi), si trova continuamente di fronte all’impressione di non aver capito che cosa si intenda dire. Se vi sembra un difetto da poco, ecco un esempio, che viene subito dopo aver accennato al tema dei filtri imposti alla navigazione da regimi politici non democratici, o comunque della limitazione territoriale dell’accesso ai contenuti:

“Parimenti oscurati sono i siti web delle biblioteche pubbliche che ospitano materiale parte del patrimonio culturale coperto da diritto d’autore, per analoghi motivi.” (p. 28)

A che cosa si riferisca esattamente Lovink qui, io non lo capisco. Forse gli analoghi motivi si poteva tentare di spiegarli.

Andando avanti, prende corpo riga per riga una precisa tecnica retorica, consistente nel rafforzare l’oscurità degli aforismi con un sentore di sinistrese critico sparso a piene mani:

“L’obiettivo complessivo è stimolare il futurismo speculativo e celebrare le modalità espressive individuali anziché giochi di potere istituzionale” (p. 32)

“Dopo lo slow food, tocca alla slow communication?” (p. 44)

“Il pensiero pragmatico rischia di delegare in sottofondo ogni sviluppo concettuale. E’ cruciale proporre ‘idee folli’, sotto forma di saggi, slogan, casi di studio o discussioni. Se l’umanità vuole reclamare il territorio perduto, è essenziale che i concetti vengano creati e poi tradotti in azione nel mondo reale, includendovi l’attività politica, la mobilità, le culture del lavoro e le relazioni sociali, oltre che integrarli in codici e protocolli.” (p. 107)

“Iniziamo e finiamo con un grande No. L’atto stesso di mettere in dubbio è sufficiente per portare a esiti interessanti. La gioia di andare controcorrente è reale. Ecco perché la definiamo teoria critica.” (p. 114)

Di fronte a questo “grande No”, qualunque cosa voglia dire, mi sono finalmente sentita libera di passare ad una lettura veloce del resto del libro. Ho letto in modo superficiale i casi di studio riguardanti la blogosfera tedesca, francese e irakena, le radio pirata su internet e YouTube (“Benvenuti alla cultura della merendina, con il prosumer perennemente preso dal multitasking: guardati quel videoclip e vai oltre”, p. 201). Ho letto il capitolo su Google, che con non grande originalità ci pone in guardia contro i limiti non immediatamente visibili delle ricerche online. Quello sull’attivismo online, che con non grande originalità ci pone in guardia contro l’illusione di una partecipazione politica fatta di click e di petizioni. Quello finale su WikiLeaks, che dice cose per una volta equilibrate, forse col difetto di essere un contributo troppo breve per trattare in modo approfondito il tema.

Capisco di avere una radicata, vorrei dire radicale obiezione a questo tipo di teoria critica: pare sempre scritta da qualcuno che, esortandoti a riconoscere l’oppressione di un mai definito potere, vuole svelarti che sei un cretino. La mia risposta consiste nel continuare ad osservare che vedo persone fare gli usi più svariati e della rete e dei famigerati e predatori strumenti del web 2.0. Usi a volte creativi e costruttivi proprio sulla base di quel pragmatismo per il quale questo tipo di teoria mostra un certo grado di disprezzo.

Credo che cancellare il proprio profilo Facebook pensando di compiere un atto politico abbia lo stesso senso del creare un profilo Facebook pensando che si tratti di un atto politico.

Credo di non sopportare più questo genere di linguaggio che maschera anziché svelare il pensiero. E credo di essere anche in imbarazzo per il fatto che spesso è fatto proprio da chi si dichiara un intellettuale di sinistra.

Insomma, questo è un libro inutile, e piccolo. Piccolo perché il roboante linguaggio di cui si nutre nega gli intenti liberatori di cui si dichiara invece portatore. Ed è un peccato perché, nascoste qui e là, alcune delle frasi di Lovink suggeriscono una direzione interessante:

“Ciò di cui c’è bisogno è una crescente consapevolezza dell’esistenza e dell’architettura dei filtri che ci circondano” (p. 51).

Esatto, c’è bisogno di questo, non di “futurismo speculativo”, e tanto meno della “gioia di andare controcorrente” restando rinchiusi nel bozzolo sicuro di un dipartimento di sociologia.

Ma se pensate che esageri, ecco una recensione più puntata ai contenuti, trovata a casaccio su 2000battute grazie a Google e ospitata su un antico strumento del web 2.0, il blog ;-)

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