Bibliotecari in libreria

Sono una persona fortunata. Ultimamente ho conosciuto alcuni giovani bibliotecari (alcuni giovani nel senso italiano della parola, cioè meno vecchi di me, altri giovani e basta) che, per motivi che non mi spiego del tutto, mi hanno preso in simpatia. Parlare con loro è una boccata d’aria fresca, in senso professionale e in senso personale.

Ieri due di loro mi fanno una sorpresa: sono a Bologna e passiamo il pomeriggio insieme. Li raggiungo all’Ambasciatori, posto centralissimo molto bello in cui convivono una libreria Coop e Eataly. A Bologna di questi giorni è caldissimo, perciò restiamo praticamente tutto il tempo nell’orbita di questo posto, che ha un po’ d’aria condizionata e che dà libero sfogo a conversazioni senza fine sui libri. Sì, perché i miei amici, quando fanno conversazione, snocciolano bibliografie ragionate che stenderebbero parecchi di noi – o almeno me.

Non c’è posto come l’Ambasciatori che rappresenti il radical chic a Bologna, tranne forse la mitica Osteria del sole, un iperfalso in cui tutto è stato mantenuto come era una volta per far credere ai ragazzi degli anni ‘70 che il tempo non è mai passato. E di essere di sinistra, perché le sedie sono vecchie e traballanti. E, proprio lì di fianco, c’è l’Ambasciatori, libreria standard uguale a tutte le librerie di catena del paese, e cibo slow. Bologna e radical chic, capite che qualcosa da dire c’è.

Stiamo giocando al generatore di titoli di romanzi quando notiamo un angolo della libreria diverso dal resto dell’esposizione.
(Che cos’è il generatore di titoli di romanzi? Guardate tutte insieme le copertine sbrilluccicose dei romanzi impilati nelle zone più in vista delle librerie e capirete: Le ossa del diavolo, La voce delle ossa, Ossa fredde, L’altare delle ossa maledette, La cacciatrice di ossa, un sobrio Ossa: tutti titoli realmente in commercio).
L’angolo che vediamo, però, è diverso. E’ l’angolo del bibliofilo. C’è una bella scelta di titoli colti (certi Adelphi così grossi che potresti usarli come arma di offesa) e niente sfumature di ossa. E’ un angolo che vuole distinguersi, che si segnala anche visivamente a partire dalle scaffalature che, a differenza della colorata e semplice accoppiata di rosso, metallo e legno delle librerie Coop, è tutta in legno anticato, con un leggero decoro. L’Ikea cede il posto allo shabby chic.

Bene in evidenza di piatto, notiamo le edizioni Henry Beyle, piccoli libretti stampati su carta grossa e granulosa, in parte coi fogli ancora da tagliare, con una scelta di titoli minori o rari, prevalentemente dedicati a al mondo della scrittura e della lettura, insomma “libri sui libri”.

Quello che vedete in foto in posizione centrale è Una vera signora in libreria, di Giovanni Ansaldo. Leggo dal sito dell’editore:

“Euro 21,00 – pp. 24 – 575 copie numerate – carta Zerkall Bütten
caratteri Garamond monotype corpo 12
formato cm 13,50 per 19,50”

Ora, in realtà le pagine occupate realmente dal testo sono 16 (le ho contate io), per un prezzo di 1.30 euro a pagina. Ma se quello che vi attira è la carta Zerkall Bütten, e l’opportunità di potere finalmente utilizzare il tagliacarte in osso del bisnonno, avete diritto a fare il conto su tutte e 24, per un più onesto costo di 0.84 centesimi a pagina.

Che cosa penso di primo acchito di opere come queste? Signori amanti del profumo della carta, tenetevi pure questa roba, se avete i soldi per comprarvela. Siete una nicchia di mercato pure voi, come quella degli amanti della birra artigianale e dell’affettatrice di salumi di design. Quello che di primo acchito ne pensa uno dei miei due amici, invece, non lo posso trascrivere (è illegale).

Che cosa ne penso più seriamente? Penso che proprio questo focalizzarsi sull’elemento carta, in questa particolare chiave nostalgica, denunci che della carta non c’è più bisogno. Ce n’è così poco bisogno che – almeno in questo caso – il testo è puramente pretestuale. E’ sufficiente che si tratti di qualcosa di raro, raffinato, élitario, vecchio (insomma, fuori diritti. Pensate a quanto costerebbe, sennò!). Ma se celebriamo la carta a prescindere dal suo contenuto, o la spalmiamo per l’intera libreria in forma di copertine sgargianti e rilegature fatte per durare mezza lettura, è l’intera libreria per come la conosciamo oggi ad essere messa in dubbio, mi pare.

Postilla: stamattina mi arriva sul cellulare un sms delle Librerie Coop, a cui devo aver lasciato il mio numero per qualche ordine in passato. Il messaggio dice così:

“Dal 27-08 la Libreria Coop Minganti cessa la sua attività. Ti aspettiamo nella libreria Coop CentroLame con uno sconto di benvenuto del 15% sul primo acquisto”.

Sì, perché di librerie Coop, a Bologna, ne è stata aperta quasi una per ogni supermercato, anche se più piccole e più modeste di questa. E ora stanno chiudendo. Dobbiamo stupirci? Dobbiamo scandalizzarci e gridare alla morte della cultura? Secondo me no. Ma è evidente, io non sono una vera signora in libreria. Oggi scatto queste foto, e me ne vado subito da Coin a guardare la bigiotteria di plastica. In saldi.

22 thoughts on “Bibliotecari in libreria”

  1. Concordo pienamente, l’importante è il contenuto non il supporto. Giusto stamattina leggevo questo articolo “Books Are Not Sacred Objects” segnalato da G.Granieri su twitter.

    Cito: “When you fetishize the physical properties of an object, you devalue its contents. When you freak out over the ‘destruction’ of books, you are not elevating books. You are reducing the intangible magic of stories to the ink, pulp, and glue that deliver them to you.”

    Qui l’articolo completo:
    http://bookriot.com/2012/08/20/books-are-not-sacred-objects/

  2. Il post “fotografa” uno dei tanti spicchi di quella realtà a parecchie dimensioni che compone la filiera dell’editoria e dell’offerta di mercato nelle librerie. Ma non sono d’accordo con le conclusioni. Vorrei dimostrare che dagli stessi fenomeni osservati qui si potrebbero anche tirare conclusioni molto diverse. Vediamo:
    1. il culto del libro come supporto fisico è insito nella sua natura ma il punto non è questo: il punto è che viviamo sempre di più in un’era fatta di tribù. Non “nicchie” di happy few, idea superata. Ma tribù: ampie, accoglienti, anche fanatiche, si capisce, ma in ogni caso senza il gusto elitario degli happy few, al contrario: ben contente di far proseliti. Che si tratti di vegetariani o di cultori del libro come supporto. È il risultato della rivoluzione digitale che funziona come la globalizzazione: più la globalizzazione si diffonde e più aumenta il trend opposto: quello del recupero della dimensione locale. E così, più la rivoluzione digitale ha successo e più alimenta il suo opposto: i cultori del libro. Altrimenti non si spiegherebbe perché una manifestazione come Festivaletteratura di Mantova nasce proprio nel 1997, quando comincia a diffondersi Internet, e dopo Mantova sono nati un seguito di emuli. Se non è effetto del digitale, sarebbe una bella coincidenza, questa, no? E Mantova, a Pordenone, ecc. non sono mai state intese per gli happy few ma per le tribù: tante, numerose, come quelle che varcano la soglia del Salone del Libro di Torino che ha numeri di visitatori in crescita ogni anno. Tra questi fenomeni apparentemente opposti deve esserci un qualche legame. Quindi non sono d’accordo con l’idea di libri=oggetti di mercato solo più per una nicchia di happy few dai gusti ricercati (=un gruppo sempre più minoritario). D’accordo: mi si potrebbe rispondere che il post non vuole dire che la lettura è passatista, ma vuole dimostrare che il libro cartaceo lo è e che manifestazioni di successo come Festivaletteratura hanno a che fare con il leggere, non con il supporto. In teoria è vero, ma in pratica non ne sono affatto convinto. Ma sarebbe ora di fare un’inchiesta andando sul posto per chiedere ai lettori forti che seguono queste manifestazioni: che cosa ne pensano? Libro digitale o libro di carta? Quale supporto è meglio per leggere “realmente”, pagine e pagine , per es. Guerra e pace, e non solo per sfogliare e leggiucchiare a spizzichi? Chiediamolo a loro.
    2. L’esempio delle edizioni Henry Beyle messo accanto all’evocazione dello shabby chic delle librerie di legno e infine il titolo del libretto anche quello retrò: Una vera signora in libreria: c’è davvero qualcosa di troppo… e allora sì che c’entra anche il feticismo evocato nel commento di marcellaV. A leggerla sembra la descrizione di un angolo arredato con lo spirito di un neodannuanzianesimo da Vittoriale 80 anni dopo, appena un po’ aggiornato. L’insieme suona davvero un po’ kitsch: è come se girando per la Coin, dopo aver svoltato l’angolo di Lacoste trovassimo anche un corner dedicato agli abiti vintage, e neppure veri, ma copie fatte oggi, magari copie delle toilettes di Amalia Guglielminetti. Che cosa faremmo? Forse ci terremmo lontani dalla Coin e se poi venissimo a sapere che è in crisi penseremmo: bé, con quelle idee lì è chiaro che ormai erano alla frutta… Non saprei dire se il tutto è una buona idea, se commercialmente funziona, sinceramente a me fa solo lo stesso effetto di un ipotetico corner vintage alla Coin: un espediente commerciale come un altro per attirare acquirenti di nicchia che amano il vintage ma non sanno dove trovare quello vero o non hanno la pazienza di cercarlo, o non possono permettersi le librerie antiquarie. Comunque se la Coop riesce a vendere anche così, buon per loro. Però non facciamoci attirare anche noi nel tranello. Il tutto comunica l’impressione di falso retrò e quindi comunica l’idea che anche il libro di carta ne faccia parte… E così siamo a un passo dal dichiararlo passatista, e lasciato alle spalle D’Annunzio possiamo abbracciare il Futurismo. Ma il problema è l’effetto di quell’atmosfera o il libro di carta? Il problema è il tentativo di attirare i neodannunziani del 2012 che cercano materie ricercate, e pazienza se il testo è solo un “pre-testo”, oppure è un problema del libro a stampa in generale? Io farei un po’ di distinzioni e alle “vere signore” più che una libreria forse bisogna consigliare il Vittoriale, come un luogo più indicato se cercano quelle atmosfere.
    3. Crisi delle librerie: se ne parla da tempo. Ma a me pare che una delle spiegazioni che vanno per la maggiore all’estero attribuisce la crisi al successo di Amazon, alla distribuzione delle librerie online, non alla fortuna degli e-books. Altri, come James Daunt, librario di gran successo a Londra, sostengono che semmai è in crisi il modello anonimo della grande libreria di catena impersonale. E infatti la catena Waterstone l’ha chiamato a dirigere un piano di rilancio. Proprio lui, il librario anti-catena che ha lanciato l’idea della libreria di qualità che non fa sconti, anche perché ha i commessi più competenti e più pagati. Perché crede nel capitale umano. Se ne è parlato a gennaio su Repubblica: l’articolo si può ancora leggere qui http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_news.asp?id_contenuto=3727641. E si capisce che il problema vero è la qualità del servizio basata sulla competenza dei librai: un problema che possiamo vedere tutti per es. quando nelle Feltrinelli ci capita di vedere che nello scaffale di psicologia i testi universitari sono mescolati in ordine alfabetico per autore con testi come: “Come diventare ricca, bella e stronza”. Chi può essere convinto che uno scaffale del genere abbia senso? Allora siamo arrivati alla rivincita finale della libraia Meg Ryan che nel film “C’è posta per te?” doveva lottare contro il librario di catena Tom Hanks e alla fine era costretta a chiudere la piccola libreria di quartiere? Forse. Ma pare proprio che il modello di libreria di catena sia avviato al tramonto.
    Daunt criticava a gennaio anche le librerie italiane. La sua ricetta è fatta di “Negozi particolarmente accoglienti dove passare del tempo a curiosare e seguire eventi culturali, incontri con gli autori, presentazioni di libri… Ma anche – essenziale – una scelta di titoli modellata sui gusti di quartiere: ogni mia libreria si rivolge a un pubblico differente, a seconda delle zone, mentre le grandi catene come Waterstone’s finora hanno proposto gli stessi titoli nella Londra più esclusiva e alla periferia di Glasgow. Restituendo così montagne di libri invenduti. Perché a sceglierli è il management centrale, anziché il libraio locale. E la disposizione dei libri nel negozio è dettata, come in Italia, da accordi con le case editrici, che pagano per essere messe in vista. Risultato: librerie senza personalità. In crisi. … Con l’aiuto del libraio… “Indispensabile. Nel creare cortocircuiti intellettuali. Nel conoscere il proprio pubblico e consigliarlo. Nell’intendersi di libri. Io non sarò mai “incinto”, ma posso suggerire i migliori testi sulla gravidanza usciti negli ultimi vent’anni. E così chiunque lavori alla Daunt Books: gente laureata, colta, ben pagata. Perché uno staff competente è l’asso nella manica di qualsiasi libreria. Vietato chiedere lo spelling di PG Woodhouse, ma anche consigliare Don De Lillo a chi ama Wilbur Smith. Mentre da Watertone’s, come in tante librerie italiane, il commesso non sa fare altro che controllare sul computer se il libro richiesto è nel negozio”.
    Ma questa libreria di quartiere con librai competenti che fanno un servizio per la loro comunità non ricorda lo spirito di comunità della biblioteca di quartiere?
    Allora il problema vero della crisi è il supporto che si vorrebbe descrivere come obsoleto, o è il servizio e tutto l’approccio che lo ispira, che è interamente da rivedere, ma senza affidarsi agli scaffali di legno, alla carta extrafine e alle “vere signore da libreria”?

    pierfranco

    (il commento è venuto un po’ lungo, ma impossibile non approfittare di tutti gli spunti che vengono fuori dal post).

    1. Molto convinta come dice PierFranco nella penultima frase: Ma questa libreria di quartiere con librai competenti che fanno un servizio per la loro comunità non ricorda lo spirito di comunità della biblioteca di quartiere?
      Si tratta di lavorare di più sul tema somiglianza/differenza tra librerie e biblioteche di quartiere per riceverne ciascuna un reciproco vantaggio.

  3. Io ho comprato, di quella casa editrice, “Brevi note sull’arte e il modo di riordinare i propri libri” di George Perec e l’ho regalato ad una persona (mia moglie) che proprio non concepisce che i libri possano essere in ordine… ed infatti le ottave sono ancora intonse, però lo tiene sul tavolino, perchè è un bell’oggetto (infatti la collana si chiama appunto “Piccola biblioteca degli oggetti letterari”). Eviterei di entrare in spinose discussione sul significato di “feticismo”: stiamo sempre parlando di un oggetto, dire che un quadro, un’opera di design, un libro o un pezzo musicale siano “feticizzati” solamente perchè qualcuno li apprezza mi sembra un azzardo. La libreria dove ho acquistato il libretto è gestita da due ragazzi che cercano appunto di differenziarsi da librerie tipo “coop”…. e sia pure con difficoltà e stringendo i denti, ce la stanno facendo.

  4. Potevi dirlo tranquillamente che tutte le volte che li vedo li vorrei rubare (non l’ho ancora fatto).
    La cosa che dà fastidio a me è che molta gente apprezza i begli oggetti (come apprezza le buone birre), e secondo me spendere 8 euro con degli amici per bersi un bicchiere insieme ha più senso di spenderne 25 per un oggettino, carino e curato finchè si vuole, ma che esaurisce la sua lettura in minuti 5. Poi diventa un (bel) soprammobile. Che io farei pure la collezione di questi cosi, ma non a questo prezzo. 25 euro è il prezzo medio di un Biblioteca di Babele di FMR, che alcuni trovano pacchiana ma che rimane un bel libretto di bella carta di bell’azzurrino con dei bellissimi racconti scelti da un grandissimo scrittore. Non so, mi pare sproporzionato, perchè chi si può permettere di spendere quei soldi per 14 pagine di lettura non sono certo tutti. E lasci scientemente fuori magari lettori interessati (studenti di ogni età, per esempio), e magari intercetti quella clientela di proffessionisti che compra libri per fare arredamento (o che non vorrebbero ma non hanno mai tempo di leggere quindi comprano e basta e tengono lì e ricomprano gli stessi libri 3 volte perchè si dimenticano…. ho conosciuto 2 giudici che facevano la stessa cosa).

  5. Lo “scandalo” degli Henry Beyle non sta tanto nel fatto di essere dei feticci di carta per porno-bibliofili (cosa che sono, ed è anche giusto che lo siano) quanto il fatto di essere veramente una robetta, una cosa piccola, inutilmente costosa e malfatta. Di opere cartacee per bibliofili e cartofili ce ne sono a bizzeffe. L’editore Tallone di Alpignano (TO) è un esempio. Cose costose e belle. Ma tanti editori producono opere raffinatissime dal punto di vista tipografico-editoriale, dalla Nino Aragno alla stessa Adelphi. I libretti Henry Beyle sono veramente una roba da hipster, sono l’Instagram dell’editoria: un insieme di bei fogli di carta mal tagliati legati con uno spago, al prezzo di un Adelphi di 400 pagine. Roba che “sembra bella” perché contiene gli elementi “esteriori” del bello. In ogni caso, è evidente che non si parla più di libri (e tantomeno di editoria!) ma di qualcos’altro.

    Poi avevo in mente un’altra cosa più profonda sul rapporto con la carta, ma penso che dovrò scriverci un pezzo apposta :D

  6. Grazie a tutti (non so da che parte cominciare).

    Ha ragione Pierfranco quando dice che una nicchia di amanti del libro è un fenomeno che non è in contrasto col mondo digitale, anzi che ci va a braccetto. Vero, si potrebbe dire che fa parte della coda lunga e nella coda lunga ce n’è per tutti. E d’altra parte niente di male nell’amare il libro in carta, il bel libro, il libro che vale più come oggetto che come testo e che si vuole magari regalare, e niente di male neppure nel feticisimo. I problemi piuttosto stanno (ma non lo devo dire a nessuno di voi) in chi confonde amore del libro come bell’oggetto tipografico e amore per la cultura tout court. Perché se sono belli quegli oggetti, sono belle anche le affettatrici di design o il mio braccialetto di plastica rosa (sicché, c’era minor intenzione di sarcasmo nella mia osservazione di quanta forse ne emerga), ma alla pari con la carta di pregio nulla c’entrano col leggere o l’imparare o come vogliamo chiamarlo. E i problemi stanno, come dice Aubrey, stanno radicalmente nel prezzo, che si affronta volentieri per fare un regalo ma che qualcosa di sbagliato lo denuncia.

    La crisi delle librerie: certo che è causata da Amazon più che dagli ebook. Ma sappiamo già credo con un sufficiente grado di certezza che cosa Amazon venderà in futuro nel comparto libri, e non saranno certo gli hardcover. Quanto ai tentativi commerciali di grandi e piccole librerie, sono rispettabili ovviamente visto che qualcuno cerca di camparci sopra ma, sono d’accordo con Pierfranco, possono sfiorare il kitsch e anche questo qualcosa lo denuncia, almeno nel gusto di alcuni lettori che invece si pensano come raffinati. E lo dico comunque con rispetto perché questo può anche essere l’effetto dell’istruzione di massa e le cose non sono facili da tagliare a fette in modo netto.

    Quanto all’idea delle librerie di quartiere, e alle biblioteche di quartiere, con personale esperto e che si occupa nello specifico delle esigenze locali, non mi convincete a dire la verità. Mi sembra un po’ un sogno. E non solo perché al momento non esiste alcun modello realistico che ci faccia intravedere un’evoluzione in questo senso (bibliotecari di questo tipo eistono solo in via eccezionale, e non è il proclamare il contrario che li fa diventare reali), ma proprio per una questione di merito. Se dovessi ipotizzare una libreria simile nel mio quartiere ce ne vorrebbero almeno quattro, una per ogni continente, capace di dedicarsi ad alcune decine di lingue diverse, seguendo i gusti di persone che vengono da mondi paralleli. Il livello di cura e di personalizzazione a cui accennate non si realizza nella realtà fisica, troppo poche le persone con gli stessi interessi e background e necessità che vivono nello stesso luogo fisico. Si realizza in rete (ed è la forza dei social network, ma lo era della rete già prima). Il che è uno dei motivi che mi lasciano sempre perplessa davanti a definizioni come “piazze del sapere” e simili, che infatti non a caso sono etichette vuote che nessuno sa bene come riempire. Io per me vedo un futuro in cui librai e bibliotecari e editori – forse, ammesso che ci sia posto per tutti – curano comunità virtuali e non sagre di paese, e in cui le persone potranno comunque spendere i loro 5 euro per una birra con gli amici a tu per tu, ma dopo averli trovati e scelti nel grande bacino della rete e non necessariamente al bar sotto casa :-)

  7. Adesso il discorso è un poco più chiaro sulla questione libro, ma apre molti problemi nuovi nella critica implicita ai posti fisici e quindi al concetto di “piazze del sapere”. Gli argomenti basati sulla coda lunga, sulla frammentazione dei gusti e delle tribù che coabitano in un quartiere è importante e spiega il successo della rete. Però non basta a mettere da parte la serie di argomenti elencati da Antonella Agnoli in “Caro sindaco parliamo di biblioteche” a favore dei luoghi fisici e contro il tecnoentusiasmo. A questo punto sento che ti toccherebbe scrivere molto di più di un post per argomentare tutto. E poi che dire del successo degli Ideastore londinesi? Sono luoghi fisici, no? E Le Feltrinelli e le Coop? Il sabato non sono più affollate di una biblioteca rionale (se non si contano gli studenti che in biblioteca vanno non per i libri che ha ma per portarci i propri)? Temo proprio di sì. Il fatto è che come dimostra il libro di Solimine L’Italia che legge, i numeri dicono che i libri letti dagli italiani per la maggior parte sono stati acquistati. In Italia è la libreria che rifornisce i lettori forti, non la biblioteca. Dati che fanno riflettere e che porterebbero alla conclusione per cui, paradossalmente, la biblioteca non riesce a conquistare davvero i lettori forti, che preferiscono la libreria. Anche quella fisica, non solo quella online. Quindi, a parte fenomeni come la coda lunga e la frammentazione del mercato degli acquirenti, sembra che esistono dei gusti abbastanza condivisi che un luogo fisico può soddisfare e anzi: lo si cerca proprio per quello. Ma è altrettanto vero che le librerie che abbiamo oggi in Italia possono essere alla fine molto deludenti: le Feltrinelli oggi costituiscono un fattore di omologazione del gusto, non hanno più nulla del carattere di rottura con i modelli tradizionali che avevano quando sono nate. Coop è sulla stessa linea. Apparentemente solo all’estero possono nascere modelli alternativi di successo come le librerie Daunt o la Central di Barcellona http://www.lacentral.com/ ormai un catena, citata anche da Calasso in coda a Vendere l’anima di Renato Montroni.
    E in Italia? Sono i biscotti biologici della Feltrinelli alla Stazione Centrale la novità? No: perché in realtà non è che manchino veramente le idee e la consapevolezza della necessità di innovare. Giusto per fare un esempio di consapevolezza: la Libreria Il Terzo luogo di Sarzana ispirata all’idea di terzo luogo Ray Oldenburg: lo spiegano qui http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/
    il problema piuttosto è la visibilità delle esperienze e la piccola scala a cui rimangono legate. E se le nuove idee non sfondano è anche perché in Italia in questo campo abbiamo un’altra delle nostre anomalie pericolose: abbiamo un editore che è anche distributore che è anche libraio e quindi ottiene vantaggi che altri non possono ottenere. La concorrenza fatica. Questo è il problema: la concentrazione dei ruoli, il potere che ne deriva, tutto rivolto a fini commerciali, e l’assenza di innovazione e di assunzione di rischi. Ma all’estero non è così.
    Allora non sarà che in Italia siamo influenzati magari senza esserne del tutto consapevoli, dalla generale mancanza di originalità dell’imprenditoria italiana anche nel settore delle librerie e dai meccanismi economici che la ostacolano? Non sarà che così finiamo per correre il rischio di vedere la rete come l’unico fattore originale e innovativo solo perché tutto il resto appare incapace di rinnovarsi e non riflettiamo sui meccanismi nascosti che impediscono il rinnovamento?
    pierfranco

  8. Io comunque tengo a specificare che l’unico motivo per cui siamo entrati in libreria è stato per andare a mangiare da Eataly (e l’unico motivo per cui siamo andati da Eataly è che gli altri posti erano chiusi, visto che Bologna con i turisti a quanto pare ci sa fare un casino). Vuol dire qualcosa anche questo? :D

  9. I commenti di Pierfranco sono sempre talmente lunghi e articolati che non mi pare abbiano neppure bisogno di risposte. Sono delle integrazioni. La mia risposta alla sua ultima domanda è: probabilmente, sì, anche.

    E sono d’accordo quando scrive che “sembra che esistono dei gusti abbastanza condivisi che un luogo fisico può soddisfare e anzi: lo si cerca proprio per quello”. E’ così vero che credo valga indistintamente, ad esempio, per Feltrinelli, Librerie Coop, Coin, Salaborsa, Ikea e Unieuro. Il che però dovrebbe farci riflettere, ancora, su che cosa accidenti significhi “piazza del sapere” (nella mia lista comunque le biblioteche un punto di vantaggio ce l’hanno: non si paga mai).
    Credo che Enrico abbia in un certo senso puntato il dito nella direzione giusta: quel pomeriggio siamo entrati lì e per mangiare, e per l’aria condizionata. Se l’Ikea fosse in centro a Bologna, sono certa che ruberebbe a Salaborsa un po’ di pubblico. Intendo dire (ma non ho un’opinione decisa da difendere) che di luoghi fisici c’è certo bisogno, ma forse i confini fra l’uno e l’altro sono più sfumati di quanto immaginiamo. C’è bisogno di posti dove bere una birra (appunto) e dove avere qualche stimolo per chiacchierare. Diciamo che sulla “piazza” sono d’accordo, è sul “del sapere” che credo ci sia da interrogarsi ancora. E che, sul fronte sapere, il digitale non abbia comunque confronti.

  10. Veramente mi sembra che Solimine dica qualcosa di un po’ diverso, ossia che chi frequenta le biblioteche sono i cosidetti “forti lettori” e comunque vede dei collegamenti fra le varie tipologie di consumo di prodotti culturali. Il problema è che stiamo parlando di una categoria, quella delle persone interessate alla cultura, che resta ultraminoritaria, poco più di una nicchia. Ed infatti la proposta di Antonella Agnoli è quella di proporre un modello di biblioteca che riesca a incontrare l’interesse proprio di chi in biblioteca non ci ha mai o non ci mette più piede. La libreria resta un negozio e come tutti i negozi può essere di tipi diversi: un supermercato o negozio di quartiere, oppure una bottega biologica, o ancora una boutique, e via dicendo …. conosco persone che hanno mollato un lavoro sicuro da Feltrinelli per mettere su una piccola biblioteca che proponesse qualcosa di diverso, il loro pubblico non è certo la massa, ma è sicuramente più interessante che sistemare quintali di libri sugli scaffali come fossero barattoli di pelati!

    1. Ho scritto che “come dimostra il libro di Solimine L’Italia che legge, i numeri dicono che i libri letti dagli italiani per la maggior parte sono stati acquistati. In Italia è la libreria che rifornisce i lettori forti, non la biblioteca” e citavo un po’ a memoria. Ora con il libro in mano posso fare dei riferimenti più precisi ai dati che mi avevano colpito alla prima lettura: mi riferisco ai dati contenuti nel primo capitolo del libro e più precisamente alle pagine 38-46. Lì Solimine cita in particolare i risultati di una indagine Istat: “Nel 2006 l’Istat ha chiesto a coloro i quali avevano dichiarato di aver letto almeno un libro nel corso dell’ultimo anno come se lo erano procurato”. Dai dati raccolti emerge questo quadro: il 50% di quei lettori possedeva il libro che aveva letto: o perché era già in casa (18,4%) o perché lo aveva acquistato (in libreria, presso un centro commerciale o in edicola. Quindi più del 30% in toltale aveva acquistato il libro. Solo il 5,4% aveva dichiarato di averlo preso in prestito in biblioteca (ho citato dalle pagine 38-39). Quindi Solimine concludeva che con la percentuale del 5,4% la biblioteca nel 2006 figurava al settimo posto nei canali di acquisizione del libro (pag. 46). Poi a pag. 54 afferma che la biblioteca è intensamente utilizzata dai lettori forti “(il 13% di chi legge più di 30 libri all’anno”). Ma nel terzo capitolo a pagina 135 torna a sottolineare che “l’acquisto in libreria risulta essere la principale forma di approvvigionamento”.
      Solimine vuole comunque giustificare l’esistenza della biblioteca come garanzia per la bibliodiversità grazie a un’offerta più ampia rispetto alle librerie che comprende anche ciò che è fuori mercato.
      Oggi come oggi questo argomento sta gradualmente perdendo la sua importanza: grazie alle librerie online e alle librerie online dell’usato, l’acquisto di libri fuori catalogo è molto facilitato. E anzi: forse ancora più garantito sotto certi punti di vista perché sappiamo che biblioteca = conservazione è vero solo per certe biblioteche. Le biblioteche di pubblica lettura dei quartieri cittadini scartano in continuazione e la loro offerta sta diventando quanto mai simile a quella di una libreria. Allora: per portare acqua al mulino di Virginia: bisogna riconoscere che l’offerta quasi inesauribile che si trova in rete ha anche questo di positivo: che a conti fatti riesce a garantire meglio la bibliodiversità.
      Nel libro di Solimine si citano anche dati che dimostrano il calo di frequentatori della biblioteca pubblica. Se si confrontano questi dati con la nascita di quello che lui chiama il “popolo dei festival” (capitolo 4) con riferimento a chi frequenta le manifestazioni come Festivaletteratura di Mantova ecc. qualcosa non torna. E altri segnali lo dimostrano: per es. il successo di un luogo credo abbastanza unico come Il Circolo dei lettori di Torino situato nell’ex Circolo degli artisti al piano nobile di un palazzo barocco: un circolo che ha solo la forma dell’esclusività perché in realtà è abilissimo nel richiamare pubblico adottando anche le formule di comunicazione odierna, incluso un canale YouTube: http://www.youtube.com/user/circololettori?feature=results_main
      Pensando a questi fenomeni viene da chiedersi questo: se i dati numerici sembrano indicare che cresce il popolo dei festival, del Salone del libro ecc. ma diminuisce quello delle biblioteche, allora in percentuale deve essere anche vero che questo popolo non va in biblioteca. Allora siamo sicuri che agganciare una immagine rinnovata della biblioteca pubblica a un ruolo all’interno del welfare (nucleo centrale della proposta di Antonella Agnoli insieme alla rinuncia da parte delle biblioteche a voler rivestire un ruolo attivo nella promozione culturale) sia la strada giusta? Posto che ovviamente una cosa non esclude l’altra, i dati non ci dicono forse che i nuovi motivati lettori preferiscono gli eventi, le manifestazioni e quell’apparenza, anche se è solo apparenza, di “esclusività” propria di un circolo in un palazzo nobiliare all’insieme di cose che siamo soliti collegare al welfare?

  11. Solo un paio di osservazioni: che sia la libreria e non la biblioteca la fonte principale di approvvigionamento dei lettori italiani va da sé, per il semplice e triste motivo che in molte regioni d’Italia le biblioteche (pubbliche) non esistono o, se esistono, sono orrende. Aggiungerei: e non perché sia scarso l’interesse per la cultura, ma perché una bella biblioteca pubblica costa molto e ci vuole un amministratore decente a volerla e a sostenerla nel tempo.

    Quanto a chi siano veramente i frequentatori delle biblioteche, e al welfare. Un dato che forse sfugge a Solimine e che sarebbe comunque difficilmente rilevabile è forse quello di chi frequenta la biblioteca, ma non rientra nelle statistiche di prestito. Ovviamente posso darvi solo una mia impressione (soggettiva ma sostenuta da anni di servizio ai banchi informazioni): esiste anche una tipologia di persone che viene in biblioteca per stare in un bel posto, sfogliare i giornali, vedere un film (certamente ci sono extracomunitari che passano interi pomeriggi a vedere film ad esempio, sfruttando risorse per loro inaccessibili nel luogo in cui abitano). A questo penso quando scrivo dell’aver bisogno di un luogo in cui stare senza spendere, in cui avere degli stimoli. Non è detto che equivalga in pieno con la lettura. E in questo senso penso che un’ottica di welfare non sia sbagliata. Ma l’ottica del welfare mi pare tornerà ad essere il quadro corretto anche in senso tradizionale: davvero i forti lettori avranno nei prossimi due anni tutti i soldi che gli servono per comprare tutti i libri che vogliono? Molte persone arrivano a banco dicendo che hanno deciso di venire in biblioteca perché a casa non hanno più posto per i libri ma poi, se accenni al fatto che costano anche tanto, annuiscono con decisione.

    E’ comunque interessante anche questa idea di ricerca della sensazione di esclusività di cui parla Pierfranco, ma forse è abbastanza vicina a quanto io chiamo “cercare degli stimoli”. Anche dentro Salaborsa credo che le persone si sentano in un luogo “esclusivo” (effettivamente lo è rispetto alla bruttezza di tante biblioteche). Ma d’altra parte questo è comune persino nelle pubblicità: “questa offerta è per chi è speciale, proprio come te”, detto al pubblico della tv generalista in prima serata… E’ un po’ una piccolezza tipica dei tempi forse. Invece di chiamarli diritti (e rivendicare che siano sostenuti dal welfare, o da un’economia sana), amiamo pensarli come regali fatti proprio a noi.

    1. Anche se ormai completamente off topic, sono convinto che l’insieme di immagine, assetto, ruolo, modo di funzionare ecc. di quella che chiamiamo “biblioteca pubblica” debba essere rivisto da capo a piedi. Esperienze concrete come Ideastore dimostrano concretamente che altre strade hanno successo. Antonella Agnoli ha il merito di aver rilanciato il dibattito su questo grosso tema. Ma a me sembra purtroppo che nonostante l’interesse che lei riscuote quando presenta i suoi libri e nonostante la circolazione che hanno le sue idee (testimoniate anche dalle ristampe), non ci sia un vero e proprio dibattito: perlomeno la discussione non sembra essere veramente decollata, aver trovato altri protagonisti, idee, capacità di rilancio, continuità e profondità e il tema più ricorrente sembra essere quello dei tagli. Ma naturalmente difendersi dai tagli dando però per scontato l’attuale assetto, cioè senza rivedere tutto, sarà sempre più difficile. L’aggancio al welfare è probabilmente un modo efficace per parlare agli amministratori, per far passare un’idea nuova. Certo in Italia è molto difficile disfarsi degli stereotipi. Per es. per tutta l’estate il quotidiano La Stampa ha dedicato un articolo alla settimana alle biblioteche. Ma quali? Tutte quelle di carattere storico: a cominciare da quella di casa Leopardi, per continuare con quella Angelica di Roma, quella di Perugia ecc. ecc. Così si continua a comunicare l’associazione: biblioteca = contenitore di rarità per bibliofili. Mai un articolo che parlasse di biblioteche pubbliche intese nel senso anglosassone della parola. Ma per rilanciare un dibattito non bastano neppure le idee. Ci vogliono anche dei dati: che cosa vorrebbe la gente? E quali trends in atto bisogna saper agganciare? E per rispondere a queste domande ci vorrebbero magari delle indagini a livello nazionale, o comunque delle indagini che la singola biblioteca probabilmente non può permettersi di fare per poter identificare i comportamenti e capire che cosa fare. Insomma: ci vuole una politica nazionale e non solo per poter concentrare le risorse ma anche per avere uno sguardo più allargato all’insieme della filiera che ha a che fare con il libro e la lettura.
      Ma per capire quanto siamo lontani da questo basta confrontare il Centre National du Livre francese http://www.centrenationaldulivre.fr/ con il suo “omologo” (solo di nome) italiano: Centro per il Libro e la lettura. Consideriamo l’insieme di attività che può vantare il Centre francese: nel 2011 ha sostenuto 188 biblioteche, 92 manifestazioni letterarie, 556 librerie, ecc. Confrontiamo le informazioni sui finanziamenti che eroga: per es. quelli per le biblioteche su progetti specifici: http://www.centrenationaldulivre.fr/?-Aides-a-la-diffusion- e quelli per le librerie indipendenti, per es. con finanziamenti a tasso zero: http://www.centrenationaldulivre.fr/?-Aide-aux-librairies- Qui si vede una politica a 360 gradi che riguarda le azioni di sostegno al libro e alla lettura in cui sono coinvolti, giustamente, anche i privati, anche le librerie. E adesso passiamo in Italia e prendiamo la pagina Bandi e gare del Centro per il Libro e la lettura a: http://www.cepell.it/sezione.xhtm
      Le differenze sono abissali. In Italia le librerie indipendenti possono solo sognare dei finanziamenti pubblici. E la differenza non è solo una questione di entità dei fondi a disposizione. È anche una questione di parcellizzazione di competenze e di relativi fondi, che in Italia rimane molto elevata. Sull’insieme di questi problemi vorrebbe intervenire l’associazione Forum del libro http://www.forumdellibro.org/index.php che sta lavorando a una proposta di Legge di iniziativa popolare sulla promozione del libro e della lettura che ha anche un Wiki: http://www.legge-rete.net/ e che prevede la creazione di strumenti di iniziativa nazionale molto più incisivi di quelli attuali.

  12. In effetti poi abbiamo chiuso, noi della Minganti.
    Ora, guarda caso, sono proprio a quel piano di Ambasciatori, con gli scaffali che erano della Palmaverde, storica libreria di Roberto Roversi di cui si è voluto conservare un pezzetto. Snobbina e scicchettosa, come iniziativa? Forse sì. I libri della HB costano troppo? Lo penso anche io e per quanto mi attirino moltissimo, non ne ho ancora preso uno, dato che poi, alla fine, ho uno stipendio da libraia. Che noi librai di catena si sia incompetenti e omologati come sembra sempre trasparire da post come il tuo, però, vorrei avere la possibilità di smentirlo. Non posso farlo scrivendo un commento, spero di averne la possibilità in libreria, sul campo, tutti i giorni o la prima volta che ripasserai da queste parti. Non è facile bilanciare la competenza e la passione del libraio “di una volta” con il flusso di persone, gli spazi, gli orari, la quantità di non libro in vendita di una libreria di catena. Ci proviamo, qualcuno di noi, sono sicura, ci riesce anche.

    1. ciao Libraia,
      intanto che tu abbia mantenuto uno stipendio è una cosa che mi fa piacere (sono passata davanti alle vetrine della ormai ex libreria Coop alle Minganti proprio ieri, e fa un po’ di tristezza vedere quegli spazi vuoti).
      Questo post ha avuto molti e corposi commenti, da cui forse emerge l’idea dei librai di catena “omologati”, ma questo elemento non mi pare presente nel mio post, o almeno non è una cosa che avevo intenzione di dire. Di sicuro, se c’è qualcosa di sbagliato è nell’idea della libreria di catena fatta in quel modo (diciamo tutte troppo simili fra loro), e non in chi ci lavora la cui competenza, onestamente, io non conosco e quindi non metto neppure in dubbio. La biblioteca, d’altra parte, è una situazione simile: la competenza dei singoli può facilmente annegare nei difetti di un’organizzazione imposta da altri e da meccanismi che poco c’entrano con quello che si sa o si sa fare.
      Ma la verità è – te ne sarai accorta se hai girato un po’ per questo blog – che quello che non convince me non è tanto un modello di libreria o un altro, ma la libreria come spazio fisico di distribuzione di libri cartacei, e il caso di cui parlo in questo post si prestava bene a fare questo discorso.
      Comunque, se lavori lì, passo a trovarti :-)

  13. Il tema del ruolo e sopravvivenza della libreria è stimolante. Ma a me pare che le conclusioni a cui si può arrivare sono diversissime se si oltrepassa la frontiera. Questo è quello che ho pensato dopo un giro in alcune librerie di Parigi (indipendenti, non FNAC). Quindi approfitto ancora una volta del blog di Virginia per scambiare qualche idea.
    Il punto sostanziale del confronto Francia-Italia secondo me non consiste tanto nella questione della legge sul prezzo del libro (sappiamo che in Francia hanno dagli anni ’80 una legge del libro che difende la libreria indipendente). La questione fondamentale invece è quella che chiamerei la “cultura” della libreria indipendente di quartiere che in Italia è molto, molto difficile da trovare e in Francia è invece da sempre una realtà ben radicata. La libreria di quartiere a Parigi è un’istituzione, un punto di riferimento, un luogo di incontri. La libraia è conosciuta nel suo quartiere: basta il nome. E questo perché dà alla sua libreria un’impronta peculiare molto definita. Come fanno? Provate a entrarci: innanzitutto non vedrete come nelle librerie di catena italiane le solite pile di best sellers, di libri di cucina (tipo quelli della Parodi) e di romanzi porno-soft (le sfumature…). Praticamente non ci sono (o se ci sono sono veramente ben nascosti). E aggiungo: non ci sono neppure gli angoli finto vintage con gli scaffali di noce e i libri inutili e costosi che naturalmente creerebbero un impressione di superficialità perché la qualità non è quella. Invece in autunno si vedono ben esposti i romanzi della rentrée: che naturalmente possono essere di qualità diversa e avere ricevuto recensioni più o meno positive, ma che in ogni caso, e questa è la differenza che conta, sono intesi come proposte di livello alto; insomma non hanno nulla a che fare con i vari Follet, Parodi, James (quella delle sfumature) ecc. Forse lo spirito della libreria di Parigi si può riassumere in questo: si rivolge a un lettore “militante” che ama scegliere, valutare discutere, che non cerca solo evasione ma ha un interesse specifico. E il libraio è un librario “militante” con un’idea di qualità “militante”, cioè non astratta ma calata nel farsi della produzione editoriale, quindi oggetto di discussioni e confronti, che presuppone e alimenta quella stessa animazione che ispira i vari saloni del libro, i festival, ecc. Il libraio parigino vuole fidelizzare innanzitutto creando una immagine ben definita. Una filosofia che è radicalmente opposta a quella della catena. Ovvio? Per noi non direi che è tanto ovvio perché in Italia c’è invece l’abitudine a qualificare questo talento come la “passione del libraio di una volta” lasciando intendere che non c’è più spazio per questo. Invece lì hanno capito che è proprio la “passione” che fa la differenza e non appattisce l’esperienza di acquisto.
    Tutto questo non nasce e prospera a caso ma fa parte di un ambiente recettivo: in Francia ci sono parecchie riviste dedicate a libri e lettura (“Lire”; “Le magazine littéraire”, ecc.). Del resto è anche in Francia che è uscito il romanzo: “La libreria del buon romanzo” di Laurence Cosset (trad. it. di E/O): non propriamente un buon romanzo, ma sicuramente una sorta di manifesto della libreria indipendente di qualità.
    E poi provate ad acquistare un libro in quelle librerie: anche se non avete preso il libro di cui tutti parlano, il libraio che ve lo vende ve ne parla e dimostra sempre di conoscerlo: è come quando un conoscente vi presta un libro che ha letto. È come trovare qualcuno che magari non vi ha neppure aiutato a scegliere (non glielo avete chiesto) ma avrebbe potuto farlo e ve lo dimostra anche solo nei 2-3 minuti in cui vi intrattiene alla cassa. Ma nel mondo dei librai italiani (perlomeno quelli influenzati dalla “scuola” feltrinelli) si è ormai diffusa l’abitudine a qualificare tutto questo come la “passione” del libraio di una volta: intendendo con questo un atteggiamento superato, “ingenuo”, che va sostituito con una più moderna, oggettiva “competenza”. Ma forse anche questo pregiudizio è tutto da rimettere in discussione.
    In conclusione: questo è quello che si vorrebbe trovare anche in Italia. Allora sarebbe bello fare una mappa delle librerie italiane che sono così. Ma quanto alle catene: no, per esperienza diretta, non c’entrano assolutamente nulla con questa “cultura”. Purtroppo in Italia le catene ci hanno fatto credere che solo lì si facesse innovazione nel campo delle librerie perché magari si passava allo scaffale a portata di acquirente e si mettevano delle poltrone in giro. Ma oltrefrontiera non ci sono affatto queste confusioni: quelle sono innovazioni banali dell’arredo, cose acquisite, l’anima della libreria è un’altra.
    Beati loro, quindi e pazienza per le librerie italiane? Io innanzitutto comincerei a dire che bisogna chiarirsi le idee e non cadere in fraintendimenti. Innanzitutto a mio parere giudicare le librerie partendo da una visuale italiana e soprattutto da una visuale basata sulle catene è un po’ come parlare di televisione conoscendo solo quella italiana: in questi due settori la situazione attuale di assenza di idee, inaridimento e appiattimento su logiche puramente commerciali è sostanzialmente identica. Poi magari dobbiamo capire che l’abitudine a qualificare come cosa di “una volta” la “passione” del libraio e fare distinzione tra “passione” (vista come “ingenua”) e compertenze è del tutto controproducente anche a livello commerciale.

    1. Non so se Pierfranco sia a conoscenza di dati sulla lettura in Francia. Io no (chiedo venia), ma mi chiedo se questo possa essere in rapporto con la diversa situazione che ci descrive.

  14. Mi spiace, ma non ho dati sulla lettura in Francia sottomano. Concordo che sarebbe interessante prenderli in esame, fare confronti e approfondire. Però il mio intento non era tanto quello di presentare una situazione più “felice”, quanto di sottolineare che se Virginia può nutrire dubbi sul ruolo della libreria oggi come spazio di vendita, rispetto alla distribuzione online che probabilmente le sembra più efficace, meno costosa ecc. ecc., questo dubbio non sembra ingiustificato rispetto alla crisi attuale delle grandi librerie di catena, non a caso un modello in crisi ovunque: negli Stati Uniti, come in Inghilterra (Waterstones), come in Francia (vedi FNAC a rischio chiusura in Italia). Ma quella è solo una delle possibili varianti. Ne esistono altre più solide che si vedono per es. in Francia dove l’impressione è semmai che ci sia una positiva consapevolezza del ruolo che continua ad avere la libreria nella filiera del libro e della lettura perché (ovviamente nei casi migliori) è uno spazio che regala esperienze intellettuali che altrove non si possono fare, soprattutto non si possono fare né online né in una libreria di catena. Le librerie di quel genere sono “terzi” luoghi molto vivaci. Lo stesso messaggio viene da Londra: dalle librerie di James Daunt che rivaluta la libreria di quartiere. In Italia una libreria feltrinelli o coop può avere diverse caratteristiche positive in particolare quelle dovute al layout, alla localizzazione ecc. che può essere piacevole, comoda, spaziosa, possono avere orari estesi di apertura ecc. Ma per quanto positive, tutte queste cose costituiscono un valore aggiunto solo di tipo ambientale e non hanno a che fare con un’esperienza intellettuale. Non sono il layout bello e le grandi superfici che fanno la sostanza della vera libreria. Questa idea riflette una prospettiva riduzionista che effettivamente può indurre molti dubbi sulla sua utilità e sopravvivenza nel prossimo futuro. Ma esistono modelli completamente alternativi basati invece sul valore aggiunto che dà un libraio che fa un’attività di promozione della cultura in un luogo fortemente personalizzato, che non è pieno di bestsellers ma è fatto di scaffali molto selezionati, che attirano persone: quelle che amano scegliere, discutere, incontrare autori. Così la libreria diventa una specie di circolo, ma democratico, aperto. Invece feltrinelli e coop sono tutto il contrario del circolo: il loro modello è il centro commerciale. Detto questo non intendo dire che non ci sia spazio per tutti, se possibile, ma oggi che si parla della stesura di una proposta di testo di legge sulla lettura, sarebbe bene ricordarsi anche che nei meccanismi ambientali positivi la libreria indipendente svolge un importante ruolo e quindi dovrebbe poter usufruire di meccanismi incentivanti e di sostegno come gli aiuti economici che in Francia vengono erogati dal Centre National du Livre (vedi sopra commento del 25 agosto).

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