Bibliopride 2012: prima Giornata nazionale delle biblioteche italiane

Parlare con chiunque ti si pari davanti. Trovare un titolo. Trovare una biblioteca. Trovare un sito web. Rassicurare una persona sul fatto che la sua domanda è legittima. Tentare di spiegare quale ricerca può essere fatta con una ragionevole aspettativa di successo e quale no. Aiutare ragazzini annoiatissimi a trovare i classici da leggere per le vacanze. Aiutare ragazzini meno annoiati a trovare libri “proibiti”. Leggere il catalogo al posto di anziani che hanno dimenticato a casa gli occhiali. Mostrare lo scaffale in cui trovare i corsi per imparare l’italiano (alcune centinaia, o migliaia, di volte). Cercare in una lingua franca semi-inglese di intendendersi con persone dalla fisionomia non attribuibile a nessuna etnia nota. Aiutare un ventenne afghano a compilare la richiesta per lavorare alla Coop (hai la macchina? No, però ho la bicicletta!). Vedere anzianissime signore mettersi il loro vestito della festa (cucito a mano, negli anno sessanta) per venire in biblioteca. Vedere che quelle stesse signore hanno smesso per sempre di venire. Chiamare ambulanze per tossici apparentemente morti fuori dalla porta. Avviare tesi di laurea. Finire tesi di laurea. Rassicurare sul fatto che imparare ad usare internet è possibile fino ai 90 anni. Rispondere alla domanda se internet e il computer siano la stessa cosa. Spiegare che cos’è una password. Reinviare password dimenticate. Rispondere via mail a qualunque combinazione di informazioni sul prestito digitale. Spiegare perché donare ebook alla biblioteca è un reato. Portare bicchieri d’acqua a ragazze svenute. Convincere commercialisti in cravatta che possono leggere il Sole 24 Ore dai loro studi, gratis, grazie ad un servizio della biblioteca. Trovare un posto a sedere a senza tetto. Offrire un posto a sedere a fianco di una persona di colore ad anziani bolognesi razzisti. Ascoltare schizofrenici in momenti difficili. Spiegare che non sono gli hacker a farti dimenticare quello che volevi chiedere. Cercare di identificare libri dal colore della copertina e antropologi dalla lettera iniziale del cognome. Spiegare che i dvd si rompono perché nessuno li produce immaginando che vengano visti più di un centinaio di volte, e che comprarne una copia nuova significa usare i soldi delle tasse. Spiegare che non si è responsabili di ogni cosa in città. Spiegare che si è (anche) lavoratori con dei diritti, come tutti gli altri. Inventarsi ogni giorno un modo per promuovere la biblioteca. Rispondere alle critiche. Tentare di non accettare le provocazioni. Chiedersi se quello che si sta facendo sia utile.

Il 13 ottobre, per la prima volta, si celebra in Italia la Giornata nazionale delle biblioteche (l’AIB ha un intenso programma di iniziative che leggete qui).

Per questo mi è venuto in mente di raccontare, soprattutto a chi ci vede da fuori, che cosa significhi fare i bibliotecari. O almeno, che cosa abbia significato nella mia esperienza. Come si vede, i libri non c’entrano moltissimo. C’entrano le persone. Anno dopo anno, le persone c’entrano sempre di più. E’ sempre stato così, anche in passato, ma ora di più perché la biblioteca sopravvive come l’unico luogo pubblico in cui c’è sempre un essere umano dietro ad un banco disposto a parlare con te (come al bar), ma in cui si possa entrare senza obbligo di consumazione (diversamente dal bar). Possiamo esserne orgogliosi? Possiamo.

Ma possiamo anche non essere orgogliosi di altri aspetti della nostra professione, o di come l’abbiamo svolta fino ad oggi.

Innanzitutto, avremmo dovuto imparare ad essere orgogliosi prima. A dire che lo siamo. Esistono professioni che si vendono per decenni dopo che la loro utilità è finita e invece noi non facciamo che farci piccoli piccoli sperando di non essere notati.

Ma possiamo non essere orgogliosi di molto di più. Di continuare in parte a concepire questa professione come una professione impiegatizia. Di aggrapparci al passato e alle sue regole. Dello spacciarci per intellettuali solo perché abbiamo dei libri fra le mani. Del negare servizi ai cittadini in nome di ideologie personali. Dell’avere della cultura un’idea monumentale (un monumento, non un pezzo di vita delle persone). Di anteporre i libri al loro uso. Di definire categorie di utenti indesiderabili. Del non fare la scelta giusta al momento giusto (porre fine ad una collezione, scartare un fondo) solo in rispetto di un’idea astratta di conservazione. Di conservare troppo. Di non conservare le cose giuste. Di pensarci indispensabili in un mondo che potrebbe dichiararci obsoleti come i maniscalchi. Di ritenere la tecnologia un mondo parallelo e non il nostro mondo. Di non immaginare abbastanza come continuare ad essere utili. Del non vedere che il futuro delle biblioteche è un falso problema, perché lo scopo sono i bisogni delle persone, e non la sopravvivenza coatta di quattro mura con un nome attaccato sopra.

5 thoughts on “Bibliopride 2012: prima Giornata nazionale delle biblioteche italiane”

  1. In effetti… scontiamo un passato (ed un presente) in cui mai abbiamo saputo rivendicare con orgoglio l’importanza della nostra professione. L’importanza sociale (ed anche economica) delle biblioteche e dei bibliotecari che ne sono l’anima.
    È giusto però anche sottolineare, come viene fatto appropriatamente in questo post, che troppo spesso perdiamo di vista quei valori etici di cui ci ha parlato in un bel libro Riccardo Ridi (purtroppo necessariamente autoreferenziale, come quasi tutto quello che noi bibliotecari scriviamo) e finiamo con l’assumere un atteggiamento che oscilla tra i poli dell’indifferenza dell’impiegato-tipo e della puzza-sotto-il-naso dell’erudito-so-tutto-io che guarda con sospetto ogni innovazione alla sua splendida collezione.
    Manifestazioni come quella del 13 ottobre dovrebbero aiutarci a recuperare questo orgoglio, ma anche a riflettere sul fatto che non dovremmo mai far prevalere l’aspetto impiegatizio, senza per questo doverci per forza sentire dei missionari.
    Infine, condivido in pieno l’affermazione finale che sottoscrivo: “il futuro delle biblioteche è un falso problema… “.

  2. Bell’elenco di cose che si fannno in biblioteca. Bello perché non convenzionale. Chi frequenta la biblioteca può ritrovarcisi, ognuno a modo suo. Non ci sono previsioni pessimistiche e lamentele sui fondi. C’è il presente. Non sono però così sicuro di condividere la conclusione con l’affermazione “il futuro delle biblioteche è un falso problema” e che contano i bisogni. Certo è giusto dire che non sono i contenitori a contare. Ma i bisogni sono individuali e quindi frammentati. Come fare a ricondurli a un denominatore comune? Senza si rischia di non essere più riconoscibili, di non avere più una identità, un nome a disposizione che facca da contenitore di problemi e soluzioni e che dia visibilità. È vero però che il nome può “tradire”, può far intendere una cosa che vorremmo superare (magari una prospettiva conservatrice e superata) e quindi può impedire di traghettare verso il nuovo. Allora forse uno dei problemi è quello di rimodulare il nome? Ne va scelto un altro? Ma chiaramente non è solo una questione di nomi? Se ne discuteva recentemente per quanto riguarda le biblioteche universitarie e per es. anche l’articolo di Carlo Revelli, Biblioteche universitarie in movimento in Biblioteche oggi, n. 7 settembre 2012 esamina varie pubblicazioni su un contesto in profonda evoluzione segnato all’estero dall’emergere di nuovi ruoli e dall’esigenza di dare nomi nuovi per mettere in rilievo nuove funzioni. Per es. Learning centres. Ma anche la nuova MedaTeca di Meda in Brianza (vedi articolo di Muscogiuri nello stesso numero di Biblioteche oggi) suggerisce l’esigenza di dare un nuovo nome (al contenitore). La stessa esigenza emerge anche da altre esperienze. A Mortara la nuova biblioteca l’hanno chiamata Civico 17. Sarebbe interessante sapere quanti hanno un’idea per dare un nuovo nome a quello che finora abbiamo chiamato per abitudine biblioteca pubblica, capace di esprimere una nuova identità del contenitore e di ciò che rappresenta e offre.

  3. Penso che bisogna darsi di più, molto di più. Bisogna avere un raggio visuale ampio, molto ampio che ci permetta di individuare le coordinate (come quelle delle mappe dei luoghi conosciuti o poco frequentati) capaci di contestualizzare i problemi, le domande, le paure, le aspettative in panorami vasti e non convenzionali. Bisogna essere colti, molto colti, ma di una cultura vissuta, interiorizzata, assimilata come fosse la Nutella che abbiamo mangiato sul pane con gusto; come fossero le resistenze che abbiamo dovuto affrontare per continuare a confrontarci davvero tutti i giorni con donne velate di altre tradizioni che mettono continuamente alla prova la nostra consapevolezza e la nostra fiducia in noi stesse. Deve essere una cultura così, dolorosa, gioiosa, tenace, quella che traspare attraverso di noi, perché solo così lasciamo un segno in chi ci incontra e possiamo sperare di essere convincenti

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