Mettiamo i puntini sulle i. Anzi, sulle h

Visto che di questo caso si parlerà ampiamente come di un caso da manuale di errore di gestione da parte di un’azienda della comunicazione in rete coi propri clienti, posso solo giocare di tempismo e raccontare subito quello che abbiamo visto apparire in questi giorni intorno ai siti di Ikea (non ho bisogno di spiegarvi che azienda è visto che probabilmente leggete questo post seduti su una sedia Ikea, alla luce di una lampada Ikea, eccetera. Come me, del resto).

Di pochi giorni fa il brutto episodio di una manifestazione di lavoratori presso la sede di Ikea a Piacenza, con intervento della polizia, poco gentile.

Dibattito tradizionale a parte, già qualcuno aveva trovato il modo di esprimere creativamente il suo dissenso su questa vicenda, ad esempio il sito di subvertising (sottotitolo: “against consumption as a way of life”, siete avvertiti) con la presentazione del nuovo prodotto Ikea style Batong.

Ma oggi abbiamo assistito a qualcosa di ancora più notevole: il sito http://www.spazioalcambiamento.it/, che ospitava una campagna dell’azienda basata sull’idea di stimolare la partecipazione dei clienti con la proposta di idee sull’arredamento, o l’ambiente (forse, adesso è un po’ difficile immaginarselo, comunque l’intestazione della campagna era “Il manifesto del cambiamento”, ironia della sorte) ha cominciato di colpo ad ospitare idee sul cambiamento non esattamente dedicate a sedie, lampade e risparmio energetico.

Questo uno screenshot della pagina, con un commento aperto (il mio preferito, perché anche negli insulti lo stile è importante, e anche perché non mi piace la retorica vetero comunista, che però qui ammetto cada a fagiolo):

Questo un secondo screenshot della pagina (grazie, F. V.), che testimonia lo stile generale dei commenti:

E questo, finalmente (nel senso di finally), l’aspetto del sito dopo l’intervento dell’azienda:

Sì, è piccolo, ma c’è scritto proprio così:

“Questo sito ha subito un attacco informatico da parte di hacker.
Siamo perciò costretti a oscurare queste pagine per tutelare la privacy di tutte le persone che avevano lasciato la loro idea sul cambiamento.
Grazie a tutti i contributi.
IKEA Italia”
(Nel momento in cui scrivo lo potete ancora leggere online, ma non durerà).

E’ da anni che giro intorno all’idea del coinvolgimento degli utenti (i clienti sono lo stesso) tramite il web. Continuerò a dire che bisogna cercare il modo per seguire questa strada. Ma, intendiamoci, non così. In questo modo ci si gioca una reputazione tutta in un colpo. Perché? Diciamolo per gradi:

  1. se un sito è aperto alla partecipazione, che partecipazione sia, e che nulla venga cancellato
  2. gli hacker non sono i responsabili di tutto ciò che accade in rete e che non ci piace
  3. i commenti negativi stanno agli hacker come le pere agli elefanti

Sono stati scritti chilometri di inchiostro (beh, spesso digitale) per spiegare che cosa significhi la parola hacker. Il signor Ikea potrebbe ad esempio leggere L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione di Pekka Himanen, se predilige i grandi classici, oppure Hacker: il richiamo della libertà di Giovanni Ziccardi, se vuole orientarsi su qualcosa di più recente (c’è anche in ebook, anche se sospetto che da qualche parte si trovi anche Himanen in formato digitale). Ma se non volesse accollarsi nessuna di queste due pur piacevoli fatiche, gli basti sapere che posso definire hacker anche mio nipote di dieci anni quando smonta una macchinina per vedere com’è fatta dentro.

Ma immagino anche la fatica dei poveretti che hanno il compito di gestire questa situazione online con un’azienda alle spalle che chiama la polizia alle manifestazioni dei suoi lavoratori (sarà interessante vedere cosa succede sulla pagina Facebook di Ikea Italia), e quindi a loro, che sono lavoratori come i facchini, esprimo anche un po’ di solidarietà.

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