Biblioteche a Librinnovando, Milano 2012

Il 16 novembre sono stata ospite dell’edizione milanese 2012 di Librinnovando, appuntamento ormai fisso con l’editoria digitale e non, quest’anno rientrato nel contesto di Bookcity Milano. Per chi avesse perso lo streaming in diretta, i video degli interventi saranno presto disponibili sul sito di Rai Letteratura.

E’ stata una giornata piuttosto ricca e che ha fatto incontrare diversi ambiti e settori: piccoli e grandi esperimenti di editoria digitale, servizi dedicati al social reading e al self-publishing, le biblioteche (finalmente in una bella sessione centrale di mattina!), l’editoria digitale per la didattica, l’editoria scientifico-accademica, il ruolo delle librerie.

La sessione dedicata alle biblioteche, coordinata da Gianni Stefanini del CSBNO, si è aperta ricordando come l’Italia si trovi per quanto riguarda il digital lending per le biblioteche pubbliche in una situazione che non è affatto fra le peggiori in Europa, dato però che va letto nel contesto di un mercato del digitale europeo attuale esiguo rispetto a quello americano. L’intervento di Giulio Blasi di MLOL si è focalizzato su un tema di cui non si è ancora parlato estesamente in Italia, il rapporto fra biblioteche digitali e digital lending nel mercato consumer, ovvero della necessità di cercare strategie competitive utili a differenziare ciò che le biblioteche possono offire come servizio proprio da ciò che può e verrà offerto direttamente agli utenti finali da attori commerciali. Sullo sfondo, il tema della povertà intrinseca del nostro sistema bibliotecario nazionale se considerato in termini di penetrazione fra gli utenti, un misero 11.7% della popolazione, contro il 69% degli statunitensi.

Il dibattito si è poi spostato dalle macro-condizioni economiche e strategiche ad una riflessione più generale sull’identità della biblioteca pubblica di oggi e del prossimo futuro. Antonella Agnoli ha sostenuto attraverso l’ormai nota metafora della biblioteca come piazza del sapere l’importanza della biblioteca come luogo fisico che rende possibile fornire servizi alle specifiche comunità, e di come tali servizi siano resi ancora più necessari dal momento di grave crisi economica che attraversiamo.

Io ho tentato invece, riallacciandomi anche a questa idea, di ampliare la nostra riflessione (ma vorrei dire la nostra immaginazione) a quelle che saranno le comunità dei nostri utenti in un contesto di servizi digitali avanzati. Per farlo sono partita dall’opposizione fra l’idea di scarsità e quella di abbondanza. Da un lato, la scarsità dello scaffale fisico che ci ha costretto per secoli a selezioni forzate, la scarsità insita nel libro cartaceo che si può travare nelle mani di una sola persona per volta, la scarsità e l’ingiustizia del fatto che biblioteche di periferia non hanno mai potuto offrire alle loro comunità raccolte sufficientemente ricche. Dall’altro, l’abbondanza (almeno potenziale) propria dei contenuti in formato digitale, la possibilità di raggiungere gli utenti ovunque si trovino, abbattendo vincoli territoriali divenuti privi di significato, e l’estensione delle aspettative che in un contesto di connessione perpetua tendono ad alzarsi moltissimo, anche rispetto ai servizi erogati dal settore pubblico.

Naturalmente, l’opposizione fra scarso e abbondante non si declina piattamente sull’opposizione fra analogico e digitale, ma suggerire che la biblioteca tradizionale fosse anche un luogo di scarsità potrebbe aiutarci ad uscire da un certo circolo vizioso che mescola celebrazione del passato e auto-celebrazione dei bibliotecari, miscela a cui rischiamo di credere solo noi davanti a quel dato dell’11.7% che racconta una storia molto diversa.

Lo scopo del mio intervento voleva comunque essere positivo: mostrare come l’espansione dei pubblici digitali apra possibilità nuove con le quali possiamo già oggi cominciare a fare i conti. Per dirla con una formula, sarebbe ora di passare dall’idea del web 2.0, un’etichetta che ha lasciato sempre tutti insoddisfatti e che rischia di focalizzarsi troppo su singoli strumenti (ad esempio i social network), a quella delle culture partecipative che nel 2.0 di oggi vediamo già delineate ma non certamente pienamente sviluppate. Intendiamoci: non posso indicare iniziative o progetti concreti già avviati in questo senso (tranne uno, che vi lascio però per le prossime settimane…), ma credo sia importante per le biblioteche e per i bibliotecari iniziare a misurarsi con l’idea che la cultura in rete mette sottosopra molte delle nostre concezioni tradizionali su che cosa sia una collezione, su chi sia deputato professionalmente a curarsene, su che cosa significhi essere utenti e che cosa produttori di conoscenza.

Per chi si fosse incuriosito, aspettiamo dunque di vedere su Rai Letteratura i video degli interventi.

Nel frattempo posso fornire i riferimenti ai testi che ho utilizzato: il sociologo Giovanni Boccia Artieri con Stati di connessione. Pubblici, cittadini e consumatori nella (Social) Network Society, che mi ha aiutato a concentrarmi sul concetto di pubblici connessi. Henry Jenkins col suo classico Cultura convergente, sociologo a cui si devono molte delle migliori riflessioni sulle culture partecipative. Il bibliotecario americano David R. Lankes con The Atlas Of New Librarianship (in corso di traduzione in italiano). E infine, il fiolosofo David Weinberger con un articolo di settembre 2012, Library as Platform, che mi ha fornito la metafora della biblioteca come piattaforma software aperta e col suo ultimo libro, Too big to know (appena pubblicato in italiano da Codice col titolo di La stanza intelligente: la conoscenza come proprietà della rete), a cui devo l’immagine dello scaffale fisico come simbolo della scarsità della biblioteca tradizionale e (ovviamente) molto molto di più.

Aggiungo, per chi giustamente fosse desideroso di farsi un’idea anche delle altre sessioni di Librinnovando, il post di Chiara Prezzavento Librinnovando – Il Giorno Dopo, che fornisce una bella sintesi. Grazie Chiara!

5 thoughts on “Biblioteche a Librinnovando, Milano 2012”

  1. Tu parli di scarsità delle nostre collezioni storiche, Virginia. Io penso che se i nostri amministratori (parlo in particolare della provincia di Bologna ora) avessero creduto davvero nei servizi bibliotecari, avrebbero realizzato delle convenzioni che in tempo reale e senza costi aggiuntivi, potessero procurare agli utenti delle biblioteche i libri richiesti in tempo reale, poichè le biblioteche convenzionate avrebbero proceduto a formare le loro raccolte in un’ ottica di condivisione delle risorse. Non mi pare che lo abbiano mai fatto. Non credo che le opportunità delle tecnologia digitale faranno la differenza se non c’è la volontà politica, la professionalità, la passione dei bibliotecari per farla la differenza. E i bibliotecari come fanno ad appassionarsi se la loro professionalità spesso non è riconosciuta dagli enti locali che inquadrano chi si occupa della biblioteca comunale nel profilo di istruttore amministrativo e contabile? Che sensibilità hanno per i servizi bibliotecari questi comuni? Figurati che spesso anche quando c’è il bibliotecario in pianta organica, il servizio si risolve nell’acquisto di un pò di libri e nel loro prestito a chi ha voglia di leggerli e passa per caso dalle parti della biblioteca! Sempre per parlare di abbondanza e di scrasità delle risorse, l’abbonamento a MLOL a me sembra molto costoso soprattutto se consideri cosa ti offre. Per esempio un e-book la biblioteca lo può dare ad una sola persona per volta – e solo per 15 giorni – come fosse un libro tradizionale. Inoltre non si capisce perchè si debba pagare per accedere alla banca dati e non per il singolo libro che l’utente prende in prestito e solo per quello. Tu vedi all’orizzonte un servizio per le biblioteche italiane che possa competere con MLOL e fare un’offerta migliore? C’è la volonta politica di mettere in piedi delle sinergie che realizzino un servizio bibliotecario migliore?

    1. ciao MRB, niente contro l’anonimato in rete, ma magari qui potremmo anche chiamarci per nome, no? :-)
      Non so se hai sentito l’intervento o letto solo il post, ma provo a risponderti.
      L’idea della scarsità è legata ad una riflessione più generale sull’opposizione analogico/digitale, e su questo non trovo molti argomenti a favore del passato. Se mi parli invece di mancanza di coordinazione nella collezione delle biblioteche pubbliche di Bologna e provincia sono perfettamente d’accordo con te. Neppure a Bologna città esiste, neanche ora, la minima traccia di una politica coordinata degli acquisti. Da questo punto di vista i sistemi bibliotecari lombardi che conoscono forme di prestito interbibliotecario molto forte sono infinitamente migliori.
      Se mi parli della sensibilità delle amministrazioni, posso dirti che sono abbastanza convinta che le biblioteche saranno uccise molto prima che dai cambiamenti nel panorama dell’informazione dall’imperizia dei propri amministratori (aspetto sempre che qualcuno mi convinca del contrario).
      Se mi parli di MLOL, penso che tu ti sbagli – e di parecchio – a pensare che costi molto. MLOL non è solo il pacchetto di ebook che ci trovi oggi alle attuali condizioni, ma un’offerta che già adesso è infinitamente più ricca di quanto la maggioranza delle biblioteche di un territorio potrebbe mai permettersi di possedere, almeno in alcuni campi come la musica o i periodici. Inoltre parte quasi sempre come progetto di sistema, ovvero come prima e a volte unica sperimentazione di cooperazione che distribuisce le risorse disponibili su un intero territorio anziché sui fortunati che abitano in una città (o vicino al centro). I limiti che vedi in MLOL (durata del prestito ecc.) sono i limiti che attualmente la scarsa forza contrattuale dei sistemi bibliotecari si vede imporre da un mercato peraltro nascente e molto in difficoltà anche nel settore consumer. Mercato che potrebbe evolversi in senso positivo o anche, viceversa, distruggerci, sta però a noi giocare la partita.
      Oltre all’offerta di Data Management, che riguarda però solo ebook e con un catalogo quantitativamente inferiore a quello presente oggi in MLOL, non mi risulta esistano in Italia altri fornitori di servizi di questo tipo per le biblioteche. Ma suggerirei che il problema non sta nell’intermediario, ma nel fatto che molti bibliotecari storcono il naso di fronte a questi limiti aspettando un futuro migliore che non sappiamo se arriverà, e così facendo nel frattempo non contribuiscono a creare forza contrattuale che giochi a favore delle biblioteche.
      Un’ultima cosa, che vorrebbe essere costruttiva ma è anche quella su cui ho appena iniziato a riflettere e quindi so già che non riuscirò a spiegare bene. Come fanno i bibliotecari ad appassionarsi al loro lavoro se non vengono riconosciuti dalle loro amministrazioni? Non lo fanno. Potrebbero però appassionarsi a qualcos’altro, ad esempio pensare a se stessi come persone in grado di lavorare in direzione della libertà della conoscenza, anche a prescindere da un ruolo istituzionale. E’ vago, lo so, ma vorrei solo suggerire che smettere di pensare prioritariamente a sé come bibliotecari ci aiuterebbe a vederci in una dimensione più ricca, o almeno più sana. O, per essere onesta, sta aiutando almeno me. L’idea di usare le biblioteche per lo sviluppo delle culture partecipative (che era poi l’obiettivo di questo intervento) va un po’ in questa direzione. Ci sono tante comunità che lavorano per questo, e noi restiamo soli soletti a lamentarci del mancato riconoscimento professionale? Insomma, so di essere carente sul lato delle proposte ma al momento vorrei anche dire qualcosa di questo genere: le biblioteche muoiono? Ma chissenefrega. Quello che non deve morire è la diffusione della conoscenza, anche se i mezzi cambiano. In questo senso, le opportunità della tecnologia faranno in ogni caso la differenza, perché se gli ebook non li daremo noi come settore pubblico o un attore commerciale a prezzi stracciati, gli ebook gireranno lo stesso, perfettamente sprotetti e gratuiti. L’abbondanza è assicurata, quello che è tutto da decidere è che ruolo vogliamo avere noi (noi come bibliotecari, noi come persone) in tutto questo.

  2. In effetti la nostra professione non ha riconoscimento da parte degli amministratori, ma non possiamo continuare a piangerci addosso; concentrati sul nostro ombellico rischiamo di guardare immobili la riduzione di risorse e la chiusura dei servizi senza reagire scoprendo nuovi ambiti per la nostra attività di intermediazione. Le strade che Virginia sta cercando di percorrere mi paiono molto interessanti. Gli spazi offerti dal web ci sfidano a raffinare le nostre competenze tecnologiche, a spostare l’attenzione sui processi della conoscenza e sulle nostre potenzialità di facilitatori. Il lavoro da fare è molto ma la soddisfazione può essere tantissima.

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