Mondi grandi e scaffali piccoli: l’ultimo libro di Weinberger

Weinberger2“Pensavamo che la conoscenza fosse un bene scarso, ma erano solo i nostri scaffali ad essere piccoli.” (Cap. 9)

David Weinberger, filosofo, studioso della rete nonché attualmente anche co-direttore dell’Harvard Library Innovation Lab, è un personaggio molto noto. Si può certamente annoverare frai i tecnoentusiasti ma di certo non fra i tecnodeterministi, il che rende sempre articolate e interessanti le sue tesi. Inoltre, è fornito di un inusuale talento per la divulgazione, il che rende i suoi libri, da qualche anno tradotti anche in italiano, di grande valore anche quando non sostengano tesi del tutto inedite. E’ questo il caso di Too big to know, ovvero La stanza intelligente: la conoscenza come proprietà della rete, Codice edizioni, 2012.

Di che cosa parla questo libro? Parla della forma che la conoscenza assume dopo l’avvento della rete, e di molte altre cose di cui non riuscirò neppure lontanamente a dare conto integralmente qui. Parla di dimensioni, di un mondo “troppo grande per essere conosciuto” secondo criteri di certezza assoluta. Parla di che cosa sia un “fatto” e di come in diversi momenti storici sia stato diversamente considerato un fondamento della conoscenza. Parla di che cosa significhi essere un esperto oggi, e di che cosa significasse un tempo. Parla di intelligenza collettiva. Parla di come una comunità virtuale possa essere mantenuta in salute o indebolita da un grado eccessivo di diversità, ma anche di omogeneità interne. Parla di come si prendono decisioni verticali in un mondo in cui la conoscenza ha assunto una forma orizzontale e diffusa. Parla del processo della ricerca scientifica e di come il prossimo Darwin non sarà un esploratore solitario ma la persona capace di leggere un senso nell’anomalia rilevata da un computer intento ad elaborare enormi quantità di dati. Parla molto di un fraintendimento ben radicato in tutti noi, quello che confonde la conoscenza espressa in documenti finiti con la forma che il conoscere ha in sé, nel suo formarsi. E parla di libri, di scaffali, di reti e di connessioni.

“La conoscenza tradizionale è ciò che si ottiene quando la carta è il suo supporto. Non c’è niente di mistico riguardo a questo. Per esempio, se il tuo supporto non permette di correggere gli errori con facilità, la conoscenza tenderà ad essere esaminata con cura. Se pubblicare è dispendioso, allora si creeranno dei meccanismi per vagliare i contendenti. Se si pubblica su carta, si creeranno luoghi centralizzati in cui ammassare libri. La proprietà della conoscenza come un corpo di opere ben curate deriva direttamente dalle proprietà della carta. La conoscenza tradizionale è un accidente della carta.” (Cap. 3)

Ci si accorge dei limiti di un mondo che si è abitato per lunghissimo tempo solo quando un mondo diverso appare all’orizzonte, e con non poche resistenze. Per questo è utile fare un confronto tra la conoscenza ben definita e contenuta nella forma chiusa di un’opera libraria tradizionale con la forma che assumono certe elaborazioni pubbliche e collettive di idee, ad esempio in un post con molti commenti. Due diverse forme di pubblicazione, insomma. Weinberger ne parla nel capitolo 6, Forma lunga, forma a rete:

“Il ragionamento in forma lunga assume il suo caratteristico aspetto poiché i libri erano formati in quel modo. E dato che i libri sono stati il mezzo della conoscenza, abbiamo creduto che quello fosse il modo in cui la conoscenza doveva essere formata.”

Svolgimento lineare, strutturazione in argomenti e sotto-argomenti, risposta preventiva a possibili obiezioni e punti fermi basati tanto sulla coerenza dell’argomentazione quanto sull’idea precedente di autorità di chi scrive, vengono confrontati con il “pensare in pubblico” che la rete consente e con i suoi specifici vantaggi:

“Primo, l’argomentazione assume la sua naturale lunghezza…
Secondo, l’argomentazione corrisponde maggiormente al campo che copre…
Terzo, il lavoro è incorporato in una discussione dai confini ampi che più naturalmente riflette la confusa e aggrovigliata topologia degli argomenti…
Quarto, ai lettori vengono lasciate meno ragioni per abbandonare la discussione a metà…
Quinto, le idee vengono esposte al loro pubblico molto più velocemente che nel vecchio modello ‘scrivi in privato, pubblica quando hai finito’…
Sesto, le idee si sottraggono al controllo dell’autore con più successo, in modo da poter avere un impatto sul mondo circostante…
Settimo, i lettori sono sono più coinvolti intellettualmente ed emozionalmente perché possono ora essere parte della discussione…
Ottavo, l’autorità dell’autore viene valutata correttamente…
Nono, non è solo l’autore a non trovarsi più nella sua landa deserta, ma sono i lettori stessi ora ad essere connessi…”

Quello che io noto in questo elenco è che richiede un pubblico fortemente partecipativo. Ma andiamo oltre. Ci sono naturalmente anche degli svantaggi: un’argomentazione a più voci può risultare confusa, presentare i propri argomenti tutti insieme può avere una maggiore efficacia retorica, alcune idee non sono economicamente sviluppabili se lo si fa in pubblico gratuitamente. Ma ciò che conta notare è come la rete e il suo abituarci a ragionamenti in fieri, collettivi e sempre contraddittori, ci abbia svelato la forma non definita del ragionare che la forma libro, unita ai meccanismi della pubblicazione, tendeva a nascondere nella sua finitezza e rigidità. Intendiamoci, Weinberger non profetizza né la fine del libro né la fine del ragionamento “in forma di libro”, ma mostra come l’essere sempre maggiormente esposti a tipologie multiple di ragionamento pubblico finirà per incidere anche su quei modelli tradizionali.

Insomma, che cosa accadrebbe se quel rumoroso andirivieni di chiacchiere che conosciamo personalmente dal web e dai social network si rivelasse qualcosa di più vicino a come gli umani si fanno un’idea delle cose di tutti i manuali che abbiamo ordinatamente studiato all’università?

Sfidando il ridicolo per l’enormità della domanda, potemmo anche chiederci che ne sarà delle biblioteche quando la forma finita “libro” (fisico o digitale poco importa) sarà solo uno dei modi in cui la conoscenza si crea e si comunica, quando quello che si dovrà gestire saranno non collezioni finite di oggetti finiti ma reti di argomenti e di persone. Indirettamente Weinberger ci viene in soccorso nell’ultimo capitolo del libro, Costruire la nuova infrastruttura della conoscenza, quando si chiede:

“Che cosa possiamo fare? Ho sostenuto per tutto questo libro che la conoscenza sta diventando una proprietà della rete, piuttosto che degli individui che sanno le cose, degli oggetti che contengono la conoscenza e delle istituzioni tradizionali che facilitano la conoscenza. Perciò, vediamo che cosa potremmo fare per aiutare questa rete di sovrabbondanza ipertestuale ad essere un ambiente migliore per la conoscenza.”

Che cosa si potrebbe fare è sintetizzato in cinque punti:

  1. Aprire l’accesso, ovvero favorire un’ecologia aperta basata sull’idea del pubblicare tutto e del fornire filtri che i lettori presenti e futuri possano utilizzare a posteriori a loro piacimento per trovare ciò di cui hanno bisogno: motori di ricerca, sistemi di navigazione personalizzati che diventeranno sempre più sofisticati, sistemi sociali di filtro.
  2. Fornire appigli per l’intelligenza, ovvero lavorare sui metadati (“La soluzione al sovraccarico informativo è creare più informazione: metadati”) passando dall’idea del Semantic Web a quella dei Linked Data. In sostanza e fuori da ogni tecnicismo: fornire tutto di metadati, aprire gli archivi e accontentarsi pragmaticamente di farli parlare fra loro in modo approssimativo, ma immediatamente realizzabile.
  3. Linkare tutto. Il link rappresenta il trionfo della fonte primaria (e conseguentemente l’abbandono di un’idea meccanica di autorità), l’apertura ad altri contesti e quindi all’approfondimento e al contradditorio e, in ultima istanza, la prova tangibile del fatto che nessuna argomentazione è mai finita e che sta a noi la responsabilità di decidere dove fermarci e a che cosa credere.
  4. Non lasciare indietro la conoscenza istituzionale, ma anzi farsi forti di tutto il lavoro già fatto.
  5. Insegnare a tutti. Ovviamente Weinberger delinea spesso un mondo ideale di persone colte capaci di interagire online in modo critico e costruttivo (quello che io chiamo un pubblico partecipativo). Ma è consapevole che usare la rete con successo dipende dai sempre presenti divari in termini di classe, ricchezza e formazione:

“Se vogliamo che la rete sviluppi la conoscenza, allora avremo bisogno di educare i nostri bambini fin dalla loro prima età su come usare la rete, su come valutare le diverse posizioni e su come amare la differenza”.

Open up access, provide hooks for intelligence, link everything, leave no institutional knowledge behind, teach everyone. Ad ogni bibliotecario il compito di trovare il suo spazio :-)

Nota: ho letto il libro in inglese, perciò alcune delle citazioni qui riportate sono state tradotte da me, mentre altre derivano dall’edizione italiana pubblicata da Codice edizioni. Ogni errore è ovviamente mio e non del traduttore di quella edizione. Inoltre, ho letto il libro in ebook: per questo le citazioni sono riferite ai capitoli e non alle pagine.

11 thoughts on “Mondi grandi e scaffali piccoli: l’ultimo libro di Weinberger”

  1. Virginia, tu correttamente traduci: “Se vogliamo che la rete sviluppi la conoscenza, allora avremo bisogno di educare i nostri bambini fin dalla loro prima età su come usare la rete, su come valutare le diverse posizioni e su come amare la differenza”. Se c’è un ambito in cui la biblioteca di pubblic
    a lettura in collaborazione magari con
    quelle scolastiche, dovrebbe essere attiva è l’information Literacy con progetti formativi rivolti ai diversi utenti e alle loro diverse esigenze. Peccato che poche lo siano. Ho letto recentemente anche io il libro, rivedo i mie appunti presi con l”aiuto della funzionalità “i miei ritagli” di kindle e poi aggiungo qualche altra osservazione. A presto! ;-)

    1. Premetto che ho potuto salvare il testo della sola metà delle sottolineature che ho fatto del libro, poiché ho superato il limite che l’editore ha previsto per questa operazione e così….beh trovate solo la metà di quelle che potevano essere le mie osservazioni. A parte le battute, mi trovo d’accordissimo con Virginia e così qui aggiungo solo l’indice del libro e qualche frase che ritengo significativa. Perdonatemi se non traduco e non sviluppo un discorso organico e argomentato.

      L’indice del libro:

      Chapter 1 – Knowledge Overload Triangular Knowledge Info Overload as a Way of Life Filtering to the Front The New Institution of Knowledge

      Chapter 2 – Bottomless Knowledge A History of Facts Darwin’s Facts The Great Unnailing

      Chapter 3 – The Body of Knowledge

      Chapter 4 – The Expertise of Clouds A Brief History of Experts From Crowds to Networks Expertise That Looks Like a Network

      Chapter 5 – A Marketplace of Echoes? Scoping Diversity Into the Echo Chamber Unsettled Discourses

      Chapter 6 – Long Form, Web Form Book-Shaped Thought The Embarrassment of Books Public Thinking From Stopping Point to Temptation

      Chapter 7 – Too Much Science
      1. Too big for theories
      2. Flatter
      3. Continuously public
      4. Open filters
      5. Science with a difference
      6. Hyperlinked science

      Chapter 8 – Where the Rubber Hits the Node

      Chapter 9 – Building the New Infrastructure of Knowledge The Strategy of Too Much The Next Darwin Acknowledgments NOTES INDEX

      “Rather than knowing-by-reducing to what fits in a library or a scientific journal, we are now knowing-by-including every draft of every idea in vast, loosely connected webs” – “we can see—or at least are led to suspect—that every idea is contradicted somewhere on the Web” – “On the Net, the new filters are themselves part of the content. At their most basic, the new filters are links. Links are not just visible on the Net, they are crucial pieces of information” – “Our system of knowledge is a clever adaptation to the fact that our environment is too big to be known by any one person” – “Books are designed to contain all the information required to stop inquiries within the book’s topic” – “But now that our medium can handle far more ideas and information, and now that it is a connective medium (ideas to ideas, people to ideas, people to people), our strategy is changing. And that is changing the very shape of knowledge” – “The new strategy of publishing everything we find out thus results in an immense cloud of data, free of theory, published before verified, and available to anyone with an Internet connection. And this is changing the role that facts have played as the foundation of knowledge” –
      “Data.gov and the equivalents it has spurred in governments around the world, the massive databases of economic information released by the World Bank, the entire human genome, the maps of billions of stars, the full text of over 10 million books made accessible by Google Books, the attempts to catalog all Earth species, all of these are part of the great unnailing: the making accessible of vast quantities of facts as a research resource for anyone, without regard to point of view or purpose. These open aggregations are often now referred to as “data commons,” and they are becoming the default for data that has no particular reason to be kept secret” – “We have so many facts at such ready disposal that they lose their ability to nail conclusions down, because there are always other facts supporting other interpretations” – “networked facts open out into a network of disagreement” –
      “imagine for a moment that we give up on the idea that we could ever figure out which carefully selected statements are so beyond dispute and so important that they ought to be admitted into the Big Book of Human Knowledge” – “Traditional knowledge is what you get when paper is its medium. There is nothing mystical about this. For example, if your medium doesn’t easily allow you to correct mistakes, knowledge will tend to be carefully vetted. If it’s expensive to publish, then you will create mechanisms that winnow out contenders. If you’re publishing on paper, you will create centralized locations where you amass books. The property of knowledge as a body of vetted works comes directly from the properties of paper. Traditional knowledge has been an accident of paper” – “This transition from expertise modeled on books to expertise modeled on networks is uncomfortable, especially now as we live through the messy transition. We know the value of traditional expertise. We can see a new type emerging that offers different values. From credentialed to uncredentialed. From certitude to ambivalence. From consistency to plenitude. From the opacity conferred by authority to a constant demand for transparency. From contained and knowable to linked and unmasterable” –
      “Now that we can see just how diverse and divergent the ideas around us are—because Internet filters generally do not actually remove material, but only bring preferred material closer—we find ourselves tremendously confused about the value of this new diversity” – “it’s better to have a diverse group than a group that consists only of the very best minds” – “The Difference presents research showing that the sort of diversity that makes a group smarter than its smartest individuals is a diversity of perspectives and heuristics” – “diversity works best when there are shared goals” – “Everywhere on the Net, people are forking themselves into groups of like-minded people because it is fun to engage with people who share our enthusiasms, but also because we can’t get our shared work done if we constantly have to argue about first principles” – “We’ve had to build a long sequence of thoughts, one leading to another, because books put one page after another. Long-form thinking looks the way it does because books shaped it that way” – “And because books have been knowledge’s medium, we have thought that that’s how knowledge should be shaped”- “Physical books will no longer be the dominant cultural form of knowledge, if only because the physical book is such a bad fit for the structure of knowledge it’s intended to represent and enable” – “Books have beginnings because bound pages have a first page. The pages continue, so you continue. That the pages are bound, and thus are in sequence, demands that your ideas have a sequence. So, you continue not simply by writing words but by finding the continuity among ideas. You finish. The length is up to you, although there are physical limits on how many pages the shop can bind, as well as upper and lower limits on the page count that your publisher will accept” – “The book develops an idea from start to finish, across many—but not too many—pages. It has to contain within its covers everything relevant to that idea because there is no easy way for the reader to access the rest of what she might need. You the author determine the sequence of the ideas” – “ “The book’s physical finality encourages a finality of thought: You don’t finish writing it until you believe you have it done and right” – “We came up with a medium that suited how we were already structuring thought on rectangular surfaces. That medium has remarkable advantages, but it also has characteristics that unintentionally limited and shaped knowledge. Books do not express the nature of knowledge. They express the nature of knowledge committed to paper cut into pages without regard for the edges of ideas, bound together, printed in mass quantities, and distributed, all within boundaries set by an economic system” – “Worthy ideas that diverge from the narrative’s narrow path appear as distractions. Books often just aren’t long enough to enable long-form ideas to uncurl into their natural shape” – “Further, we’ve elevated private thought because of the limitations of writing. The unwritten law of writing physical books has been “One page, one hand.” The physics of books generally makes writing them a solo project”.

      1. Scusate il pasticcio del mio precedente post! Quando me ne sono accorta era troppo tardi per cancellare! :-O

      2. Maria Rita, mi sono permessa di correggere il commento di sopra togliendo quello che era evidentemente un triplo copia e incolla! Comunque, conosci Wikiquote? Perché non mettere là le citazioni interessanti?

  2. Molto interessante. Queste tue analisi mi fanno sempre passare la voglia di leggere il libro originale: l’ho visto l’altro giorno in libreria, un libro piccino scritto con caratteri grossi, e ho pensato: “davvero qua dentro c’è più roba di quanta ne abbia illustrata Virginia?” – e l’ho lasciato sullo scaffale (ho poi comprato un libro fantasy).

    Il pensiero di Weinberger è sempre molto bello e molto stimolante, quasi rivelatore. Mi soffermo però su un unico dettaglio che non mi è chiaro. Tu scrivi: “se quel rumoroso andirivieni di chiacchiere che conosciamo personalmente dal web e dai social network si rivelasse qualcosa di più vicino a come gli umani si fanno un’idea delle cose di tutti i manuali che abbiamo ordinatamente studiato all’università”. E io mi chiedo (il mio demonio con gli occhiali si chiede): ma è davvero così? Gli umani si fanno un’idea delle cose osservando, dialogando, conversando e confrontandosi, va bene – questo è anche quello a cui si rifersice Lankes quando parla di conoscenza, che per lui è un divenire e non uno stato (recorde knowledge). Ma se invece fossero comunque fondamentali, qua e là nel discorso, dei punti fissi, dei nodi, rappresentanti appunto dai prodotti finiti che conosciamo come libri? Se le nostre conversazioni non avrebbero di che alimentarsi senza una base o un punto di riferimento più o meno grosso, più o meno “autorevole”?

    D’altra parte anche Weinberger, in una delle tue citazioni, sembra contraddirsi quando parla del “vecchio modello ‘scrivi in privato, pubblica quando hai finito’”: sappiamo che non è così, che molti scienziati hanno una corrispondenza fra colleghi molto più fitta della propria produzione scientifica ufficiale; le loro lettere sono private ma non sono solitarie. Questi epistolari costituiscono poi un nodo all’interno di una catena circolare di documenti più complessa, che io vedrei così: conversazione (spunto e idea) -> articolo (specialistico) -> libro (generalista, punto di arrivo momentaneo) -> divulgazione/insegnamento -> conversazione e così via.

    Noi forse paghiamo una visione del mondo un po’ “medievale” che guarda ai libri come punti di arrivo anziché punti di partenza. Ma la domanda che voglio farti alla fine di questo pippone è la seguente: esistono degli studi cognitivi sul ruolo e la funzione dei testi scritti rispetto alla conversazione più fluida della collettività virtuale? Lankes ad es. (per citare un autore che entrambi conosciamo) non ne cita (mi pare) ma credo che Weinberger, benché più divulgativo, abbia argomenti scientifici più solidi. Lo chiedo perché è un tarlo che non riesco a togliermi, e voglio trovare una direzione verso cui cercare.

    Grazie, e scusa la lunghezza! Ma anche queste sono conversazioni (intorno a un libro, pensa te).

    1. Ah no, Enrico, non la voglio mica la responsabilità di non averti fatto leggere Weinberger ;-) Alcune delle tue obiezioni e domande reggono infatti solo se messe a confronto col mio post, ma non col libro, ad esempio nel libro è raccontato ampiamente il lavoro di scambio (carteggi ecc.) che sta dietro lo sviluppo dei grandi classici della tradizione (L’origine della specie ad esempio).
      Il merito di tutte le banalizzazioni che leggi nel post è solo il mio, il merito dell’essere illuminante è solo di Weinberger, e “All mistakes and errors are solely the responsibility of Wikipedia” (come dice lo stesso Weinberger nell’ultima riga dei ringraziamenti: pensa che responsabilità abbiamo :-)
      Ad es. la frase sull’andirivieni di chiacchiere è interamente mia, e sicuramente hai ragione quando pensi al ruolo di qualcosa che sia un punto fermo in quel caos. Di certo la nostra mente ne ha bisogno, ma non sono poi altrettanto sicura che i punti fermi ce li facciamo sui libri come forse amiamo pensare (a quante incrollabili sciocchezze credono anche le persone che hanno avuto una buona istruzione formale ad esempio?).
      Quanto alla tua domanda, immagino che studi di questo genere esistano, ma non saprei come indirizzarti né vengono citati in questo libro, mi dispiace.

  3. Io invece non mi accontento dell'”aperitivo” propostoci da Virginia Gentilini, anche perchè voglio togliermi un dubbio che mi ha preso leggendo la presentazione del libro fatta da Virginia: indubbiamnete si riconosce la formazione filosofica (“cosa si deve fare” rispetto al “cosa c’è”) che potrebbe esembrare idealistica. Mi chiedo però se il nostro “guru” (lo dico senza alcuna malizia) si è posto il problema di quali dovrebbero essere gli attori di questa “rivoluzione”: mi verrebbe da pensare i bambini che oggi hanno pochi anni, e quindi che tipo di processi pedagogici sono stati pensati? Perchè non basta, penso su questo tutti siano d’accordo, che si metta in mano un dispositivo ad un bambino di tre anni per far si che diventi un utilizzatore attivo e partecipe della rete, non molto diversamente da come un bambino Yanomani impara a tre anni ad usare il machete per la propria sopravvivenza nela foresta. E’ il contesto pedagogico che fa si che impari ad usarlo appropriatamente (altro che un problema di biblioteche e bibliotecari!). Ecco, vorrei leggere il libro per sapere se il Nostro dice qualcosa in proposito…

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