Welfare

Arrivano al banco informazioni in biblioteca una signora e una bambina. La bambina è mora, con occhi scuri brillanti e intelligenti. La mamma, giovane, è trincerata dentro i suoi vestiti, è inverno, fuori fa freddo. Sorrido a entrambe (perché si fa così, si sorride a tutti i componenti di un gruppo, non si decide a priori chi è che parlerà, chi ha l’autorità) e vedo che, a parlare, sarà la mamma. Mi pare. E poi, sarebbe naturale. Ma qualcosa non va. Sento una specie di fatica, le parole non escono fluide dalla sua bocca, come in un caso di estrema timidezza. La bambina prende subito la parola e inizia dicendo “lei vuole dire che…”. La bambina invece è molto sicura, ma siccome io cerco di incoraggiare con lo sguardo una conversazione a tre la mamma ritenta, fallisce di nuovo, come se non sapesse che cosa vuole, e come dirlo. E ogni volta la bambina la accompagna e finisce le sue frasi. Più o meno riusciamo ad accordarci su un argomento, stiamo cercando libri su un certo argomento, come quelli scritti da un noto nome che scrive di psicologia divulgativa (particolarmente trash). Va bene un libro come quello, insomma su “come stare meglio”. Cerchiamo un libro su come stare meglio allora, potrebbe andare bene l’autostima? Come trovare la felicità? Come stare in pace con se stessi? Ormai risponde solo la bambina, la mamma è sopraffatta, sorride come se si vergognasse anche di sorridere dietro la sciarpa. Partiamo verso lo scaffale, perché sì, è meglio se vi accompagno? E’ meglio, allora andiamo, la bambina in testa, guarda la segnaletica con le collocazioni, si orienta subito, la mamma dietro sorride come se non sapesse capacitarsi di come si fa questa cosa, trovare un libro su come stare meglio. Allo scaffale vediamo finalmente i libri del noto divulgatore, mescolati con altre cose di psicologia troppo diverse, quindi io non posso neppure appellarmi al solito discorso del “guardi anche di fianco se trova qualcos’altro che le può piacere”. Però insomma alla fine troviamo questo libro sulla felicità, io penso che debba andare bene perché non saprei che altro proporre, e penso che devo misurare le parole e dico “sembra un bel titolo” e sorrido, sorrido copiando la mamma, che mi sorride in risposta, questa volta però un po’ più rilassata, ma sempre con la faccia di qualcuno che si sta scusando. Sapete dove andare a registrare il prestito? Certo che lo sappiamo risponde la bambina, e partono, la bambina davanti, la mamma dietro.

Questi sono giorni di lutto per un’intera comunità, e di riflessione su che cosa significhi essere sopraffatti dalla propria stessa sofferenza. Sono anche giorni di rabbia, e di riflessione su che cosa significhi essere fragili e vivere in un mondo ostile. Nella personale miscela di sensazioni che tutti noi ospitiamo, a me non è mancato il ricordo delle tante persone sofferenti che ho visto passare per le biblioteche. Persone il cui contatto per soli pochi istanti riusciva a volte a lasciare il segno su intere giornate. Persone di cui continui a ricordare il particolare delirio che si portavano dentro. Persone che hanno confessato a mezze parole stati a cui non c’era risposta possibile. Non sono tante le persone così, ma non sono neanche pochissime se fai questo mestiere per anni. Dico le biblioteche, perché io sono lì, ma potrebbe trattarsi d’altro, di bar ad esempio. Di altri generi di uffici.

Ci sono due cose da dire.

Una: la differenza tra l’essere e il non essere definitivamente sopraffatti dalla propria sofferenza può passare dal contesto in cui ci si trova a vivere. Non per tutti i casi forse, ma per qualcuno sì. Un contesto il cui equilibrio può essere infinitamente fragile e soggettivamente rompersi o ricomporsi per un numero infinatamente alto di variabili. Dunque io sorrido alla signora timida. Dunque tento di ricomporre l’equilibrio della conversazione. Non sto facendo niente di veramente utile in definitiva, se non tentare di creare un contesto positivo in quei cinque minuti. Che quella sia un’esperienza positiva. Che nessuno si sia sentito escluso. E’ una sola, minuscola, ridicola e irrilevante goccia nell’oceano ma è un contesto, quel contesto per quella persona in quel momento. E’ quello che posso fare ed è quello che molti bibliotecari che lavorano a contatto col pubblico conoscono, in cuor loro. Si può rivendicare quella goccia nell’oceano e riconoscere al tempo stesso la propria ridicola insignificanza nel piano generale delle cose. Non c’è contraddizione, perché come esseri umani possiamo fare solo quello, scegliere fra l’essere i ridicoli e momentanei e non risolutori creatori di sorrisi o le persone che imporranno un disagio inutile.

Ultimamente si sprecano i discorsi sul valore delle biblioteche come baluardi del welfare. Nonostante io mi sia trovata diverse volte, come oggi, a raccontare di come in biblioteca accadano cose tra umani più che cose tra umani e libri, e a rivendicare il valore di quei momenti, voglio però aggiungere il mio secondo punto. Non è questione di essere templi del sapere o piazze sociali. Di dover soddisfare le necessità informative delle persone o i loro bisogni di incontro e di scambio. Che le biblioteche siano luoghi del welfare è, semplicemente, una bugia, e spesso una bugia adoperata in modo strumentale. Ad esempio, per affermare un valore assoluto delle biblioteche che non si sa più spiegare altrimenti (non necessariamente per cattiva fede, magari solo per mancanza di una visione sufficientemente limpida delle cose). Molto peggio, se si è dei politici o degli amministratori, perché il welfare (che è fatto di cose concrete come le scuole, le case, i posti di lavoro e la possibilità di parlare con uno psichiatra senza stare per mesi in lista d’attesa) si è rinunciato a farlo davvero, ma non si vuole rinunciare al potere evocativo della parola e alla sua rendita in termini di contabilità elettorale. Un welfare poetico, che risuona particolarmente bene alle orecchie di chi ama pensarsi di sinistra se associato alle parole cultura, libro, cittadinanza (aggiungete voi il resto).

Sono la prima a pensare che il libro giusto possa fare, in alcuni casi, una differenza determinante, perché siamo animali fatti così, che il nostro cervello si riplasma anche a seconda delle nostre esperienze culturali, ma non senza le persone giuste, l’ambiente giusto, un mondo anche solo leggermente migliore. Non faccio welfare se cerco di essere accogliente con le persone in difficoltà in biblioteca. Quello che faccio è solo tentare di comportarmi come un essere umano. E’ il mio dovere, e può essere anche la cosa che ricorderò più a lungo di questo mestiere ma, per favore, non usate questo per dire che ci si occupa così dei problemi della gente. E’ solo una goccia nell’oceano.

In memoria di Aaron Swartz (questa la storia).

3 thoughts on “Welfare”

  1. Se traduciamo la parola “welfare” in Italiano otteniamo “bene comune”: sono d’accordo con Virginia: lasciateci almeno la relazione come un bene comune e non standardizziamola in etichette politico-sociali… in una biblioteca civica centrale c’è un cartello (di quelli un po’ patetici attaccati con lo scotch) che dice “vietato giocare a carte in biblioteca e negli spazi esterni”: pensate che io invece organizzerei dei tornei di carte IN biblioteca!

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