L’impero bibliotecario, visto dalla luna

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Adoro questa foto (grazie alla NASA che l’ha messa in pubblico dominio la possiamo ammirare tutti). E’ una specie di invito perenne a cambiare la prospettiva da cui guardare le cose. Cogliendo questo invito, pubblico oggi un guest post in risposta all’articolo di Anna Galluzzi Che ne sarà dell’impero bibliotecario? che a sua volta commenta Steve Coffman.
L’autore è Federico Leva, Socio Wikimedia Italia e membro del CdA dell’Università degli Studi di Milano dal 2009 al 2012.

Anche per chiarezza di lettura va detto che la conversazione proviene dalla lista di discussione di Wikimedia Italia, in cui le persone interessate al mondo delle biblioteche sono tutt’altro che assenti. Da qui anche il tono informale delle osservazioni, e delle mie risposte, che metto sotto in commento. Coffman solleva alcune questioni interessanti, su alcune sbaglia secondo me, ma ha il pregio di non sottostare a nessuna visione dominante sul futuro delle biblioteche. Il punto di vista di Federico è paradossalmente molto più tecnico ma anche più a favore delle biblioteche come luoghi fisici di quanto lo sia il mio, che sono invece allettata dall’idea che solo integrandosi in specifiche comunità digitali le biblioteche manterranno un senso nel futuro. Evidentemente, terrestri e lunari condividono il detto sull’erba del vicino :-)

Mi pareva comunque un peccato che noi bibliotecari non potessimo usufruire del punto di vista di persone estranee alla nostra professione, ma molto informate, su questi temi. Inoltre, dalle parole di Federico emergono alcuni possibili progetti che bibliotecari e wikimediani potrebbero sviluppare insieme. Perciò ecco qui (grazie naturalmente alla disponibilità dell’autore):

«Per quanto riguarda le web directories, Coffman ricorda i tempi nei quali i bibliotecari ambivano a catalogare il web con progetti quali CORC (Collaborative Online Resource Catalog), ovvero offrivano ai propri utenti lunghe liste annotate di risorse web (realizzate anche attraverso progetti collaborativi).» Questo è un buon esempio di cose piuttosto assurde a farsi. Sono piuttosto sicuro che già ai tempi DMOZ faceva un lavoro migliore, e nel frattempo Jimbo Wales accumulava milioni con Bomis.

Sul servizio di virtual reference: se davvero esistono biblioteche che costruiscono banche dati chiuse di domande e risposte qualcuno deve intervenire e ricollocare colla forza chi ci sta lavorando… Però non sono d’accordo che il reference sia un lavoro morto in generale: è ancora valido, ma solo in campi molto specifici e per utenti molto selezionati. Per esempio, in università ho sostenuto la creazione di una nuova biblioteca che fornirà anche questo servizio, perché sono convinto che per quanto le banche dati e la ricerca a tutto testo siano potenti gli studenti hanno ancora bisogno di imparare a cercare informazioni in modo piú strutturato, per i loro studi, e i bibliotecari del settore in questione sono gli unici a poterli aiutare.

I progetti Wikimedia sono un altro esempio di utenti privilegiati: i wikimediani sono fra i pochi a cui interessi ancora l’informazione strutturata, la catalogazione, l’ordinamento dell’informazione. I bibliotecari possono aiutarli a trovare le informazioni di cui hanno bisogno. Un’alleanza è necessaria, perché persino Wikipedia potrebbe essere destinata a morire tanto quanto le biblioteche, per lo stesso motivo e cioè l’espansione della ricerca a tutto testo con algoritmi sempre piú potenti su masse di informazioni sempre piú vaste e delle banche dati di domande e risposte mostruosamente grandi. Il terrore della Wikimedia Foundation sembra essere che Wikipedia sia sostituita da qualcosa come Quora, una specie di “Yahoo! Answers acculturato” che secondo alcuni ha già piú utenti attivi di Wikipedia (che invece declina). Non è affatto impossibile.

È ridicolo che le biblioteche provino a interagire cogli utenti e a portare visitatori sui propri siti, anche chi cerca di fare cose simili va fermato immediatamente… Ormai l’informazione passa per portali centralizzati e tutto il resto è perso nell’ombra. Funziona openlibrary.org, che è un catalogo parzialmente wiki, e può funzionare VIAF che porta alla luce le banche dati di controllo di autorità assurdamente tenute chiuse nei cassetti dai bibliotecari: solo lí si possono aggregare gli utenti. Wikipedia stessa può essere un tale centro di aggregazione e di interazione fra gli “utenti” e le biblioteche, in modi ancora tutti da immaginare… di nuovo, è solo con pubblici specializzati che le biblioteche possono sperare di avere un ruolo con servizi analoghi a quelli già disponibili per tutti ovunque in forme meno raffinate.

Sui libri elettronici concordo, non possono in sé essere il futuro delle biblioteche: la biblioteca digitale è per definizione una biblioteca che può essere ovunque e non me ne importa nulla, mica la visito. Il digitale può essere un companatico ma se fosse tutta la carne allora le biblioteche potrebbero anche chiudere: le biblioteche universitarie sono prevalentemente digitali, ma potrebbero continuare a esistere fornendo i servizi di assistenza/reference di cui sopra. E di nuovo, lo stesso vale per Wikisource: non serve a nulla come biblioteca digitale generalista, è semplicemente ridicolo rispetto all’Internet Archive o Google Libri (anche fosse mille o centomila volte piú grosso del granellino che è al momento, cosa per me non impossibile); serve nella misura in cui fornisce cose che nessun altro può fornire.

E finalmente, da fanatico della carta e dell’odore dei libri, penso anch’io che la fisicità delle biblioteche sia il loro bene piú prezioso, e non perché si possono fare cartolarizzazioni alla Tremonti, vendere tutti gli edifici e investire in borsa… Per questo le biblioteche non devono svendere il proprio “monopolio fisico” sui libri trasferendolo a giganti come Google attratte dalla seducente illusione di una veloce e gratuita digitalizzazione a buon mercato che le trasformerà in fantasmagoriche “biblioteche digitali”. È suicida e criminale che le biblioteche concludano accordi con Google concedendogli l’esclusiva sull’uso commerciale e tenendosi il privilegio del tutto inutile di poter mettere le copie digitali su siti che nessuno visiterà mai: dovrebbero invece pensare prima di tutto alla conservazione dei libri fisici (questo penso lo facciano), in secondo luogo a che le copie digitalizzate servano a portare utenti a quelle fisiche grazie alla ricerca molto facilitata (questo non lo fanno, Google Libri/Drive ti porta solo a comprare da lui) e in terzo luogo a che le digitalizzazioni siano nel pubblico dominio, altrimenti vanno solo a rafforzare il monopolio del gigante che poi si mangerà tutte le biblioteche in un boccone dopo averle spolpate.

Quello che le biblioteche possono e devono continuare a fare è essere luoghi di aggregazione personale e di scoperta casuale, di incitazione ed educazione alla lettura… Queste sono le cose che i bibliotecari sanno fare bene e fanno in continuazione con una miriade diffusa di piccoli invisibili successi che tutti sommati fanno una forza immensa. Parlo delle visite degli alunni alle biblioteche fin dalle elementari, delle iniziative di lettura ecc. offerte quotidianamente agli anziani e alla popolazione in generale in migliaia di biblioteche e naturalmente delle sale di lettura che non siano semplicemente parcheggi o “spazi di coworking”… per andare a pescare e crescere i futuri lettori a uno a uno, a casa loro.” (CC-BY-SA)

24 thoughts on “L’impero bibliotecario, visto dalla luna”

  1. Sulle directories, sono totalmente d’accordo. Credo abbiano significato qualcosa molti anni fa, ma forse più in termini di auto-formazione professionale dei bibliotecari che ci lavoravano più che in termini di servizio. In Italia ne esiste ancora una vivente, Segnaweb, sul sito dell’Associazione italiana biblioteche: http://www.segnaweb.it/index.php. Una roba come Documentazione di fonte pubblica http://dfp.aib.it/, relativa ad una tipologia di risorse particolare, e quindi non generalista, secondo me ha un po’ più senso

    Sul digital reference: confermo che oggi sono le biblioteche specialistiche quelle che possono dare un servizio di questo genere. Ma le cose sono un po’ più complicate e occorre considerare bene gli archi temporali di cui si parla: negli anni 2000-2010 il reference digitale ha messo insieme una bella mole di risultati, il limite piuttosto è stato (in Italia) l’assoluta incapacità di creare servizi cooperativi interbibliotecari, e su questa debolezza i tempi hanno poi dato la mazzata finale. Un’altra correzione: molti servizi creano archivi di risposte chiusi. Limitato, vero, ma potebbe essere un’ingenuità anche pensare che un archivio aperto di per sé sia particolarmente utile: il senso delle risposte di reference consiste nell’essere risposte personalizzate, e basate su collezioni che mutano. Non so quanto un utente sarebbe interessato alla risposta che ho avuto io 3 anni fa ad una richiesta vagamente simile alla sua fatta oggi, per intenderci. Si poteva indicizzare tutto (date, collezioni utilizzate, ecc.) e creare un archivio più intelligente? Non con gli strumenti in realtà a disposizione, che sono di fatto poco più che form online collegati a database testuali, e pochissimo personale.

    “persino Wikipedia potrebbe essere destinata a morire tanto quanto le biblioteche, per lo stesso motivo e cioè l’espansione della ricerca a tutto testo con algoritmi sempre piú potenti su masse di informazioni sempre piú vaste e delle banche dati di domande e risposte mostruosamente grandi”
    Non ne ho idea, ma mi viene in mente che da anni sentiamo parlare di web semantico e il maggior gestore della rete ferroviaria italiana non è ancora riuscito a vendere biglietti online senza sfidare tutte le leggi dell’usabilità possibili ;-)
    Obiezione più seria: c’è il livello machine readable da cui possiamo aspettarci meraviglie, e c’è il livello human readable: sarà un difetto di immaginazione ma io non riesco a pensare a qualcosa che sostituirà totalmente la capacità umana di presentare le informazioni agli altri umani in modo sintentico e comprensibile. Dove i bibliotecari sbagliano è nel non far fruttare questo livello del loro lavoro su piattaforme efficienti e di sprecarlo invece in progetti frammentati e localistici.

    Sull’interazione con gli utenti via web 2.0: dobbiamo capirci. Se parliamo di comunicazione pura e semplice, sarebbe stupido non sfruttare strumenti come i social network che permettono di diffondere informazioni di base (cosa succede in biblioteca oggi ecc.) in modo appunto efficiente. Poi siamo d’accordo che “interagire” con le persone è un’altra cosa, e che intorno al 2.0 c’è un blabla abbastanza insopportabile. Io nella mia testa vedo le paginette Facebook delle biblioteche di oggi come la vaga parvenza di qualcosa che potrebbe avvenire nel futuro: un luogo digitale costruito insieme, magari su piattaforme aperte, magari facendo una qualunque cosa che sia utile alle persone, magari animato da comunità digitali reali (che ovviamente non solo i liker della mia pagina).

    Quindi non concordo per niente con Federico (e con Coffman) sull’idea che la fisicità delle biblioteche sia la loro speranza: è una (parziale) bugia (nel senso di narrazione, di idealità) anche questa. Le biblioteche sono molto raramente posti belli aperti negli orari giusti in cui le persone si incontrano e fanno scoperte e godono della mediazione intelligente di qualche bibliotecario ispirato. Di solito sono posti in cui si va, si prende a prestito e si torna a casa. E limitarle ai libri di carta significherebbe limitare i suoi utenti alle miserie dei libri di carta: poche copie (quindi limiti di accesso), e chiuse in se stesse (quindi nessun ipertesto possibile). Non di solo Google si tratta: se pensi a tutte le biblioteche pubbliche che di fatto permettono alla gente di leggere gratis, bisogna che troviamo un compromesso adesso – in questo arco di tempo – per permettere loro di farlo anche in digitale, tutto qui. E i modi poi ci sono (e anche un po’ di dati, ad es. su http://www.medialibrary.it/news/news.aspx?id=3501)

  2. Quoto Nemo su tutto (tranne che su Google e un paio di altre cose, in cui non siamo d’accordo).

    Un paio di cent.
    Tu e Nemo (e anche io) concordate nel livello “human-readable”, nelle risposte di persone a persone: è il caso di Quora, ma anche di Yahoo Answers, e a livello decentrato di tutti i millemila forum di Internet.
    Era una obiezione che io ponevo anche al vecchio argomento (caro al compianto Metitieri) per cui con Internet la produzione culturale è scaduta, non si pubblicano bei libri, la qualità è annacquata, ecc.

    Internet in questo è stato unico: non ha fatto che rendere visibile della conoscenza implicita, e la gente chiede e la gente risponde, ma questa volta là fuori, in maniera indicizzabile. Le “conversazioni”, dicono gli esperti, che sono tutto. Da Weinberger con il Cluetrain Manifesto al manifesto del gruppo AIB sulle biblioteche digitali (http://www.aib.it/aib/cg/gbdigd05a.htm3). Quindi avere posti tematici, polarizzati, è anche qui tutto: hai Stackoverflow per i programmatori, ha Quora per le domande intelligenti o meno (in inglese), hai Yahoo Answers per le cose di bassa lega.
    Ma ci sono e la gente le cerca, e ogni tanto sono fantastici (si, anche Yahoo Answers, ma Quora di più).

    Sono poi organizzati probabilmente male (perchè andando verso la narrazione e un punto di vista più soggettivo sono appunto più ambigui e meno strutturati, più umani, e quindi meno incasellabili/indicizzabili)(il perenne problema dell’ordine/struttura/dato VS disordine/indefinito/narrazione)(Dioniso e Apollo, Saturno e Zeus, Calasso e Bollati Boringhieri).

    In questo senso, rimane quello che ho sempre pensato: le competenze dei bibliotecari dovrebbero confluire in progetti come questi, e come dici bene tu è la biblioteca territoriale, la scarsità che sta perdendo senso. Soprattutto per la conoscenza che è anche in formato digitale.

    Rimane, credo, la library as a place (o as a space?), il posto in cui vado a studiare con gli amici, dove c’è silenzio, circondato dai libri che posso usare se mi servono. Non è il massimo (ogni tanto un bar è più efficiente), anzi, direi che è piuttosto poco.

  3. Vorrei solo precisare (prima che qualcuno si affretti a trarne qualche conclusione sull’oggi) che i dati MLOL citati da Virginia sono di quasi un anno fa e non descrivono più adeguatamente la situazione attuale (anche se naturalmente possono essere utili per una valutazione “storica”). Anche nel 2013, in maggio e sempre in occasione del Salone del Libro di Torino, pubblicheremo un report sull’andamento dei servizi MLOL. Con un livello maggiore di dettaglio.

    Ne approfitto anche per un giudizio molto telegrafico e poco “politically correct” (me ne scuso anzitutto con Virginia che ci ospita qui) sull’articolo di Coffmann e sulla discussione che ne è seguita qui da noi, in Italia. Mi limito al solo tema degli ebook di cui mi occupo da vicino.

    La mia opinione è che il dibattito e la pratica vere siano altrove: nei “Principles” di IFLA sul prestito digitale (http://www.ifla.org/node/7418), nel lavoro complesso che sta facendo DPLA (e che include anche la definizione di una nuova relazione pubblico/statale/privato, per nulla scontata), nei modelli che gli editori stanno cercando per esplorare i modelli di licensing (vedi la matrice di Civic Agenda preparata per IFLA: http://www.ifla.org/files/assets/hq/topics/e-lending/thinkpiece-matrix.pdf), ecc. ecc.

    La frase di Coffmann “the long-term prospects for ebooks in libraries don’t look good” la dice lunga – a mio modesto avviso – sulla vacuità dei dibattiti pro/contro (per me francamente inverosimili). Come diceva Keynes, nel “lungo termine” saremo tutti morti. Nel mondo informatico, il riferiemnto (in avanti) al “lungo termine” è il segno distintivo del passaggio dai discorsi seri alla chiacchiera.

    Il tema oggi – bisogna che ce ne facciamo una ragione – non è SE vogliamo il digitale in biblioteca ma COME ce lo portiamo. Mentre il dibattito sul SE gira intorno senza andare da nessuna parte, il discorso sul COME evolve ed evolve assieme alle biblioteche. L’articolo di Coffmann è nettamente dal lato del SE. Lo trovo del tutto inutile per chiunque abbia una prospettiva pratica sul tema del digitale in biblioteca ma anche per chiunque sia interessato a un dibattito in cui non si ripete ossessivamente la stessa cosa ma in cui – come scriveva Bateson – si cercano differenze che facciano la differenza. Cioè informazioni.

  4. Ho trovato molto interessante il commento di Federico, che in buona parte condivido… E in generale sono molto contenta del dibattito che si è innescato, anche grazie a Virginia. Evidentemente le cose che dice Coffman non lasciano indifferenti, pur nelle semplificazioni e inesattezze.

  5. Sottoscrivo tutto quello che scrive Federico Leva: in particolare le cose che dice sull’importanza del reference digitale (quindi della mediazione) nella biblioteca universitaria e proprio perché oggi è già così digitale. Sottoscrivo anche le ragioni a favore della funzione della biblioteca come spazio fisico e molte altre ragioni si possono aggiungere.

    Ieri (18 febbraio) sul blog della Corriere della Sera è uscita la notizia: “Google aprirà i propri negozi fisici”: http://www.corriere.it/tecnologia/economia-digitale/13_febbraio_18/google-negozi-store-apple-glass_8935720c-79b0-11e2-9a1e-b7381312d669.shtml
    E Wired ha commentato: «Big G potrebbe trovarsi di fronte a una delle sfide più grandi della sua storia: trasformare la virtualissima Google Experience in qualcosa di tangibile e profittevole».
    Se anche Google trova utile dotarsi di spazi fisici per il proprio pubblico, viene da pensare che solo più i bibliotecari troveranno in certi casi che la sede fisica invece di rappresentare un vantaggio competitivo da sfruttare è diventata inutile.

    È curioso il parallelismo che emerge dal post e dal commento: si direbbe che chi lavora in una biblioteca pubblica mostra più fiducia nelle opportunità, innovazioni ecc. create dalla biblioteca digitale; chi invece ha un lavoro, un ruolo professionale o comunque interessi legati alla gestione di sistemi informativi è convinto che la biblioteca non debba assolutamente trascurare spazi e libri fisici che sono tra i suoi assi nella manica (non i soli, naturalmente). Insomma: da confronto tra il post e il commento si direbbe che agisca un principio di “compensazione” legato alla propria professione e alla percezione di quelle che sono viste come “carenze” da colmare, sensazione niente affatto strana in un’epoca caratterizzata da professionalità sempre più specialistiche..
    Se poi si pensa che non solo nel titolo ma anche nell’impianto un po’ “catastrofico” anche l’articolo di partenza di Coffman è molto metaforico, molto retorico e letterario, con il suo riferimento al classico dei classici sulla caduta di imperi: Decline and fall of the Roman Empire di Gibbon, si è tentati di concludere che oggi, nel 2013 (in realtà da un po’ di tempo) i discorsi su biblioteche fisiche/digitali oltre che essere dei temi di discussione funzionano anche da catalizzatori, schermi su cui proiettare di volta in volta aspettative, immaginazioni, paure, desideri. Insomma: c’è sempre molta immaginazione di mezzo. A questo punto sarebbe importante non confondere la sostanza con le ombre cinesi, l’immaginazione catastrofica con la realtà. I dati aiuterebbero. E i dati dicono che le biblioteche pubbliche di quartiere vedono aumentare le visite (per es. vedi l’articolo sul caso di Bologna apparso su Repubblica, se non sbaglio, poco tempo fa) mentre parallelamente l’uso di risorse come Google non conosce certo flessioni. Si direbbe che il mondo “concreto”: quello fatto dai reali comportamenti delle persone, nella media sia tutto sommato equilibrato, fatto di un mix di cose, nessuna delle quelli sembra escludere e sostituire l’altra. Anche Solimine in L’Italia che legge a proposito del rapporto internet/libri parlava di “dieta” equilibrata. Allora viene da chiedersi: ma capita solo con i bibliotecari di vederli a volte dimostrare una preferenza per posizioni un po’ estreme, che probabilmente il pubblico dei loro utenti neppure comprenderebbe? Forse non dovremmo lasciar parlare e decidere le cose agli utenti, preoccupandoci ovviamente di prendere campioni molto variegati? E se certe biblioteche sono spazi fisici brutti, il problema non è forse di standard qualitativi troppo bassi o non ben applicati e di un numero troppo elevato di biblioteche sul territorio che magari non meritano tutte questo nome? E proprio perché le risorse sono sempre meno, non diventa di fondamentale importanza la definizione di standard qualitativi rigorosi sulla cui base prendere decisioni per convogliare le poche risorse su ciò che veramente merita? Insomma: il problema vero non è la rifondazione del servizio bibliotecario pubblico basato su standard di qualità?

    1. Pierfranco, devo smentirti sulla frequentazione delle biblioteche di quartiere. E’ esattamente il contrario, qualunque cosa ne scrivano i giornali locali che, come una persona dal senso critico come il tuo capirà facilmente, sono solo la voce di facciate politiche o delle lobby di turno. Trovi i dati relativi a tutto il Polo UBO qui http://sbn-ubo.unibo.it/statistiche/statistiche-gestionale-sol-1/. In realtà i prestiti calano quasi ovunque, con qualche eccezione naturalmente.

      1. Virginia, Pierfranco ha citato però le visite, non i prestiti: non so se è questa l’origine del malinteso. Dubito però che le biblioteche abbiano davvero modo di misurarli in modo affidabile, quindi come dici tu è piú facile che sia propaganda.
        In effetti una delle preoccupazioni che ho spesso visto nei bibliotecari (almeno quelli universitari) è di rendere l’uso dei servizi bibliotecari un po’ piú misurabile e misurato… forse è vero che le biblioteche sono molto visitate e apprezzate, ma l’impressione è che i decisori, specie gli amministratori degli enti locali, le considerino relitti in via di disarmo. SBN si occupa di raccogliere e promuovere statistiche come queste?

      2. Per quanto riguarda i dati sugli accessi in biblioteca, la possibilità di averli è legata all’installazione di tornelli elettronici. In biblioteche universitarie, ma anche ministeriali o di fondazioni si stanno dotando sempre di più di tornelli e quindi dispongono di questi dati. Le statistiche a cui rimandi tu Virginia sono quelle ricavate da Sebina e non vedo statistiche sugli accessi. Per quanto riguarda poi la situazione bolognese, non ho certo dati diretti. L’articolo del Corriere della Sera edizione di Bologna del 4 gennaio 2013 che ricordavo è questo: Le biblioteche, rifugio dalla crisi. Così la cultura diventa welfare: Viaggio negli undici «presidi» della città. Gli operatori: «Ci chiedono aiuto su tutto», di Daniela Corneo, Corriere della Sera, 4 gennaio 2013, accessibile da:
        http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2013/4-gennaio-2013/biblioteche-rifugio-crisi-cosi-cultura-diventa-welfare-2113405472999.shtml
        È frutto di interviste a responsabili delle biblioteche di quartiere e vengono citati i nomi di Miria Gualandi, responsabile della biblioteca Spina del Pilastro, al San Donato; Paola Picco, responsabile della biblioteca Corticella; Enrico Piscaglia, responsabile della Orlando Pezzoli al Reno. Sono concordi nel dire che i dati su visite e prestiti sono aumentati, anche a motivo dell’afflusso crescente di cittadini stranieri immigrati. Per es. si dice: «oltre al dato matematico della crescita degli utenti attivi (da 8.782 nel 2011 a 8.947 nel 2012) e dei prestiti, cresciuti del 4,3% in un anno, è più che altro il “dato” sociale quello che sta emergendo con forza». E ancora: «E da circa tre anni è cresciuto ininterrottamente — osserva Gualandi — il numero dei cittadini, stranieri e italiani senza distinzione, che si rivolgono ai nostri servizi …» Sono dati falsi? È “propaganda”? Io non lo so. Noto solo che non si tratta di interviste a quegli amministratori e figure di vertice di un’amministrazione che possono far dubitare della veridicità. Comunque non voglio fomentare guerre “bolognesi” sui dati delle biblioteche e non commento oltre una situazione che conosco solo per averne letto. Quello che so è che i colleghi torinesi parlano di biblioteche sempre piene. E per quanto riguarda la realtà che ho sotto gli occhi: quella delle biblioteche universitarie, assicuro che i posti in biblioteca non sono mai abbastanza, così come gli orari di apertura.

      3. D’accordo, dati sui prestiti e dati sugli accessi parlano di cose differenti (e sono comunque sempre troppo pochi). Anch’io preferisco non parlare in questa sede, per quanto possibile, della situazione bolognese. Segnalo però la tendenza a confondere servizi culturali servizi di welfare, tendenza che non aiuta a chiarire le situazioni e che è anche eticamente discutibile. Questa un’idea di quanto penso a questo proposito.

  6. la situazione delle statistiche sulle biblioteche in Italia è disastrosa… In ogni caso agli amministratori non interessa assolutamente nulla di queste statistiche, tant’è che in paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dove le statistiche ci sono le biblioteche chiudono comunque…

  7. Reblogged this on Questo blog non esiste and commented:
    (faccio una cosa che non ho fatto mai, cioè ripostare un post molto bello di Federico Leva ospitato nel blog di Virginia. Tutto nasce da una discussione sulla mailing list wikipediani/bibliotecari di Wikimedia Italia che abbiamo creato qualche di tempo fa (siete i benvenuti), per cui sono orgoglioso :-)

  8. Mi inserisco con un po’ di ritardo nei commenti partendo dalle osservazioni di Virginia. Rispetto al digital reference concordo che una delle cause del suo mancato decollo sia l’assenza di sviluppo in senso cooperativo e non solo in orizzontale ma anche in verticale (collaborazioni con biblioteche universitarie e/o specializzate). Quest’ultimo permetterebbe infatti di offrire, anche all’utenza variegata delle biblioteche pubbliche, risposte per le quali sono necessarie competenze specifiche della materia. Altro punto, biblioteche e social network. Gli elementi portanti della biblioteca sono gli spazi, le collezioni, i bibliotecari e la comunità. Collezioni e comunità sono già in rete e i social network sono semplicemente dei canali comunicativi che consentono l’interazione. Quelli che stiamo costruendo oggi forse sono solo degli abbozzi di digital branches ma potrebbero diventare qualcosa di più (sempre se sviluppati in senso cooperativo, con piattaforme aperte e popolate da comunità di interessi come dice Virginia).
    Per quanto riguarda gli ebook non penso che i bibliotecari ne siano affascinati ma che in maniera pragmatica riconoscano che la migrazione dal cartaceo al digitale sia già in atto e che sia determinata dal mercato. Lo stesso Coffman accenna all’assenza di costi di immagazzinamento per gli editori per i titoli in digitale. Perchè quindi un editore dovrebbe stampare e conservare copie di titoli di catalogo delle cui vendita non è certo? E i bibliotecari potrebbero mai impedire anche se volessero il passaggio dal cartaceo al digitale? Inoltre, gli ebook non costano poco (come afferma Coffmann) hanno lo stesso prezzo dei paperback la cui introduzione sul mercato in passato non è mai stata salutata come l’esaurimento del ruolo sociale “ridistributivo” delle biblioteche.
    Il vero tema per quanto riguarda gli ebook è quello evidenziato da Giulio non se, ma come portiamo il digitale nelle biblioteche. Un progetto di digital lending come quello che si sta costruendo intorno alla piattaforma MLOL imperniato sulla collaborazione e cooperazione fra sistemi distribuiti in diverse regioni può essere un buon inizio per andare oltre i localismi e i campanilismi. Per quanto riguarda la sopravvivenza delle biblioteche fisiche non so fare previsioni. Mi sento di dire che funzionano le biblioteche che sono accoglienti (spazi, bibliotecari e collezioni), ma sono anche convinta che limitarsi a offrire servizi su misura degli attuali utilizzatori sia una scelta perdente perchè si tratta, anche nei casi migliori di una minoranza. Offrire servizi digitali (non solo prestito) può rispondere ad esigenze di una fascia di popolazione che pur contribuendo finanziariamente al servizio biblioteca non riesce ad usufruirne. Un suggerimento implicito che ci viene dall’articolo di Coffman è quello di non fossilizzarci, di riconoscere in tempo quando i nostri progetti sono superati, non rispondono più ai bisogni che li avevano generati. Chiudo con quella che è la mia personale narrazione-bugia (come la chiama Virginia), mi piace credere che le biblioteche sopravviveranno se non come edifici come istituzioni garanti dell’accesso democratico all’informazione e alla conoscenza, come una sorta di pubblica dichiarazione del suo valore.

    1. Per come vedo l’evoluzione dell’editoria e il ruolo delle biblioteche, non esiste il problema di “impedire” l’adozione del formato digitale da parte degli editori. Il “formato” elettronico in sé e per sé non è neppure il punto della questione. Il “conflitto” che vedo tra la cultura della biblioteca e l’attuale situazione degli e-books, discorso che ho sollevato nel Gruppo Facebook Leggere digitale, non è affatto legato a mere questioni di formato in senso stretto, né implica il proposito di “fermare” qualcosa che succede fuori dalla biblioteca. Il problema vero riguarda la compatibilità tra la vision della biblioteca e tutto quello che implica questa evoluzione: il suo contesto, i suoi modelli, il fatto che si tratta di un espediente puramente economico per una editoria che deve risolvere due problemi: dato che produce troppo e non sa più come smaltire perché il mercato non può assorbire tutto quello che viene pubblicato, deve trovare una via alternativa per far acquistare di più e più in fretta e contemporaneamente deve aumentare i margini di profitto riducendo i costi. Entrambi questi problemi non sono problemi della biblioteca. Il vero problema è il conflitto che nasce con la cultura della biblioteca. L’editoria degli e-books dimostra nel complesso di avere un approccio alla cultura puramente commerciale, quantitativo, legato al marketing delle superpromozioni, all’hard discount degli e-books, perché l’intento è quello di smerciare soprattutto il romanzo appena uscito, oppure classici fuori diritti, mentre non vengono convertiti in formato e-book testi di edizioni molto curate come quelli della collana Millenni Einaudi, per fare un esempio. L’e-book è il sostituto del paperback, è il nuovo paperback fatto di fotocopie digitali di originali cartacei comunque esistenti sul mercato in formato a stampa. Ovvio che la biblioteca non può farci niente rispetto a questa evoluzione e non ha certo il compito di “fermare” il fenomeno. Semmai, dato che la cultura della biblioteca implica una vision, può chiedersi che cosa c’entrano i suoi servizi con queste soluzioni basate sul commercio di fotocopie digitali. Da una biblioteca ci si attende che voglia promuovere un modello di lettura consapevole, riflessivo, non che voglia assecondare un consumo irriflessivo, “bulimico” della produzione editoriale, fatto di letture rapide e grandi quantità: tutti obiettivi che rispondono semmai solo a una prospettiva iperconsumistica applicata alla lettura. Qui sta il conflitto tra la visione della biblioteca e il mercato e-book. L’altro grosso problema è quello del controllo sull’accesso che permette l’editoria digitale e dei condizionamenti enormi che questo comporta. Tutto questo fa a pugni con la cultura della biblioteca che è nata in ambito analogico: infatti il concetto di “prestito” è tutto legato ai formati tradizionali perché implica la proprietà (da parte della biblioteca oppure di un privato qualsiasi) del bene e quindi il diritto a farne ciò che se ne vuole. Il digitale è in opposizione al principio del possesso: è solo accesso. Già di per sé l’espressione digital lending è un ossimoro perché un bene immateriale né si “possiede” né si “presta”. E infatti il digital lending non è “prestito”: semmai è un accesso temporaneo. Non sono questioni di lana caprina. La questione vera è se ha senso rinunciare a una visione della cultura per cedere a modelli ipercommerciali, basati sul mero consumo della cultura, consumo che oggi passa attraverso l’editoria e-books. Dire che gli utenti lo vogliono è sufficiente? Fare tutto ciò che in teoria potrebbero volere certi utenti è il compito di una biblioteca? Quanti utenti? Una nicchia numericamente molto ristretta? Su queste questioni fa il punto Nicholas Carr nell’articolo pubblicato sul Wall Street Journal del 5 gennaio 2013: “Don’t Burn Your Books—Print Is Here to Stay
      The e-book had its moment, but sales are slowing. Readers still want to turn those crisp, bound pages”: http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323874204578219563353697002.html «How attached are Americans to old-fashioned books? Just look at the results of a Pew Research Center survey released last month. The report showed that the percentage of adults who have read an e-book rose modestly over the past year, from 16% to 23%. But it also revealed that fully 89% of regular book readers said that they had read at least one printed book during the preceding 12 months. Only 30% reported reading even a single e-book in the past year. What’s more, the Association of American Publishers reported that the annual growth rate for e-book sales fell abruptly during 2012, to about 34%. That’s still a healthy clip, but it is a sharp decline from the triple-digit growth rates of the preceding four years. The initial e-book explosion is starting to look like an aberration. The technology’s early adopters, a small but enthusiastic bunch, made the move to e-books quickly and in a concentrated period. Further converts will be harder to come by. … The “Fifty Shades of Grey” phenomenon probably wouldn’t have happened if e-books didn’t exist.» E qui veniamo di nuovo a Coffman, a quelle che lui vede come le “mode” seguite dai bibliotecari, l’enfasi che i bibliotecari spesso vogliono attribuire a quelli che credono cambiamenti “epocali” che poi non sono affatto così epocali.

      1. Minsenti, dato che le sue posizioni sono disseminate come commenti a vari blog, post su Facebook e commenti a post di altri, le chiederei cortesemente di riassumere in UN testo (lungo quanto vuole) le sue idee. Sarei lieto di interloquire con lei perché credo ci siano parecchi fraintendimenti e alcuni buchi informativi alla base dei suoi commenti ma non ho il tempo di seguirla a macchia di leopardo sul web, anche perché mi pare che alcune delle sue posizioni mutino (molto o leggermente) da un luogo all’altro ma magari è solo una mia impressione. D’altra parte la cosa è più che legittima nel momento in cui si cerca di farsi un’opinione. Insomma, discuterei volentieri con lei se e come ebook e digital lending siano una “moda” però le sarei grato se fissasse lei un punto chiaro di partenza (un SUO post, articolo, libro) spiegandoci esattamente qual è la sua tesi. Un saluto cordiale

      2. Pierfranco, mi associo a Giulio. Non risulta molto utile alla discussione mettere insieme tanti temi e ogni possibile sfumatura di riflessione che ci possiamo fare sopra.

      3. Virginia: se siamo partiti dall’articolo di Coffman che tocca molti punti è giocoforza finire per toccarne altrettanti, come fa anche Federico Leva nel messaggio che tu hai scelto di pubblicare. A questo punto non va più bene esaminarli nello specifico? Troppa carne al fuoco, come si dice? O solo Coffman può parlare un po’ su tutto?
        Blasi: un mio contributo organico sulla questione avrebbe un taglio di critica culturale al modello e-books. So bene che è un taglio ambizioso e quindi richiede tempo. Ma all’interno dei saggi critici dedicati all’editoria esistono già riflessioni molto critiche sulla evoluzione del mondo editoriale verso modelli ipercommerciali e instant books (non sono riflessioni specifiche sugli e-books, perché i problemi sono ampi e di contesto). Cito 2 di questi contributi: Editoria senza editori di André Schiffrin, trad. it Bollati Boringhieri, 2000; Il denaro e le parole, di André Schiffrin, trad. it Bollati Boringhieri, 2010. Per quanto riguarda le biblioteche, riflessioni critiche sul “conflitto” che si apre tra la visione bibliotecaria e la visione dell’editore e innescato dall’ingresso dell’editoria digitale in biblioteca sono state fatte da tempo dalle biblioteche universitarie in relazione al modello commerciale delle licenze per gli e-journals noto come big-deal che porta ad accettare una licenza valida per l’intero pacchetto di periodici, e quindi impedisce alla biblioteca di fare selezione dei titoli: la politica delle collezioni, insomma, viene impedita. Al posto della biblioteca la fa l’editore. Ma un’offerta del genere non è più quella di una biblioteca. Forse per Virginia sarebbe quella che lei definisce positivamente come “abbondanza”. Ma significa anche cose negative come il rumore e negazione del ruolo della biblioteca nella selezione. Se esistono contributi critici legati alle biblioteche di pubblica lettura su questi fenomeni io non lo so, ma finora non mi pare di averli visti.

      4. Minsenti: attenderò con pazienza e senza fretta un suo contributo organico e lo leggerò con interesse. Buon lavoro. Ovviamente non posso nel frattempo mettermi a discutere con i riferimenti bibliografici che lei propone, sarebbe un pelo lunghetta e senza fine. Il compito di estrapolazione e sintesi (dato che stiamo parlando delle sue idee, non delle mie) tocca a lei.

      5. Va bene Giulio Blasi. Grazie per l’interessamento e per l’invito a essere produttivo. «Così fu differita la tenzone / fin che di Gange uscisse il nuovo albore / e si restò senza conclusione» (Orlando Furioso, c. XIX, 106).

  9. Due temi originali nel post di Federico Leva sono da un lato i progetti Wikimedia come esempio di informazione strutturata e il ruolo in questo delle biblioteche. E dall’altro lato l’evoluzione degli strumenti di informazione sul web verso ricerca a testo pieno basata su algoritmi potenti e servizi come Quora. Come dice Federico Leva sono due visioni opposte e questo mi fa venire in mente il tema del nuovo libro di Gino Roncaglia che dovrebbe uscire a breve: Web C. La riconquista della complessità, Laterza, 2013 – 192 pagine.
    Su Google books l’abstract: http://books.google.it/books/about/Web_C_La_riconquista_della_complessit%C3%A0.html?id=ya_QMgEACAAJ&redir_esc=y
    Sviluppa un discorso che era stato annunciato nella presentazione tenuta al congresso AIB 2011: Biblioteche e contenuti digitali: la riconquista della complessità, http://prezi.com/nfhebkqmrdw7/biblioteche-e-contenuti-digitali-la-riconquista-della-complessita/ La tesi è che c’è bisogno di superare la frammentazione dei contenuti e di “riconquistare la complessità narrativa e argomentativa”. E in questo vede un ruolo per le biblioteche tra l’altro come “soggetti attivi nella costruzione di nuove forme di complessità”. La complessità narrativa si ritrova senza dubbio nelle voci di Wikipedia che non possono essere sostituite da un mosaico di risposte frammentate. Come possono partecipare i bibliotecari? Qui vedo un problema legato alla tradizione bibliotecaria che è sempre stata legata alla descrizione di pubblicazioni, non alla stesura di testi, salvo le bibliografie. I bibliotecari classificano e quindi “collocano”, “ordinano”, ma non lo fanno in forma narrativa se non quando indicizzano tramite la stesura di abstracts, approccio peraltro molto poco diffuso. Il limite della professione bibliotecaria è costituito dal carattere “non narrativo” della loro “complessità, del loro ordine che è fatta di indici, di classi. Peraltro questo limite non si ritrova in professioni affini come gli archivisti e i catalogatori di manoscritti, che fanno ricerche storiche e ricostruiscono il contesto in cui si situa un documento producendo records ricchi di informazioni e senza i quali il patrimonio di un archivio non è valorizzato e neppure ben descritto e comprensibile. Per i bibliotecari riuscire a raggiungere una organizzazione del sapere di tipo “narrativo”, come per es. scrivere voci da pubblicare su Wikipedia, implicherebbe una notevole rivoluzione nel loro lavoro ad almeno 2 livelli: la capacità di scrittura, di aggregazione “narrativa” dei dati e anche la capacità di saper anticipare i bisogni informativi degli utenti scrivendo le voci che potranno rispondere alle loro ricerche. Quest’ultima è una capacità sottolineata da un po’ di tempo. Per es. qui: «Librarians need to be ahead of the curve and anticipate patrons’ needs rather than playing a constant game of “catch-up”» http://21stcenturylibrarianship.wikispaces.com/Skills+%26+Staff+Training

    1. Pierfranco, qui siamo di fronte ad una tipica differenza di vedute (e di specificità di professioni) fra bibliotecari accademici e pubblici, i primi (tendenzialmente) concentrati sui servizi di indicizzazione e i secondi (tendenzialmente) sui servizi di informazione al pubblico. Io sono sul secondo fronte e trovo che se passi anni a parlare con la gente ai punti informazioni delle biblioteche svolgi probabilmente un ruolo molto più “narrativo” di quanto possa apparire. E semplicemente, credo che persone abituate a fare questo lavoro potrebbero aver voglia di essere dei wikipediani e potrebbero avere l’allenamento giusto per farlo (trovare fonti, valutarle velocemente, assemblarle, presentarle in modo leggibile).

  10. Altra conferma arrivata oggi della propensione tutta dei bibliotecari a voler enfatizzare un presunto passaggio “irreversibile” al digitale e quelle che sarebbero le preferenze degli utenti. Nicholas Carr commenta i risultati di una indagine svolta tra studenti universitari in una università canadese: Students to e-textbooks: no thanks http://www.roughtype.com/?p=2922 “Although advocates of digitized information believe that millennial students would embrace the paperless in-person or online classroom, this is not proving to be the case”.

  11. Sarò molto breve (ma metto il mio +1 ad un bel blog di Pierfranco, che sarebbe sicuramente interessante e importante).
    * Wikipedia è grande e varia: è vero che ci sono i “narratori”, ma è anche vero che molti wikipediani molto attivi sono assolutamente e irreversibilmente interessati all’indicizzazione/classificazione/ordinamento/strutturazione delle informazioni. Dio, abbiamo appena creato Wikidata, più matti di così :-D In queste attività le competenze bibliotecarie sarebbero assolutamente benvenute (e chiedetelo al buon Nemo). Purtroppo al momento è tutto molto confuso e sparso, è difficile anche per un wikipediano di vecchia data (come potrei essere io) capire e contribuire a queste discussioni: https://www.wikidata.org/wiki/Wikidata:Project_chat

    Al momento stiamo cercando di capire bene cosa è Wikidata, qual’è la sua struttura logica/software, e come implementare in questa struttura dei modelli concettuali. Stiamo per esempio definendo dei modelli di metadati relativi a singoli oggetti, come i libri https://www.wikidata.org/wiki/Wikidata:Property_proposal#Literature_.2F_Literatur_.2F_Litt.C3.A9rature

    E’ un duro lavoro, e al momento lo fanno solo i wikipediani (spesso anche troppo digiuni di biblioteconomia o competenze simili).

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