Nel giorno dei risultati delle elezioni

Tempo fa mi ritrovai a cena con una collega e due persone che avrebbero poi ricoperto cariche di rilievo all’interno dell’attuale amministrazione comunale bolognese. Si parlava di cultura e di biblioteche, facendo tante ipotesi su ciò di cui ci sarebbe stato bisogno, quello che sarebbe stato da raddrizzare, le possibili difficoltà, cose su cui tutti noi nutriamo delle opinioni. Verso la fine della serata, senza neanche volerlo, mi ritrovai a porre una domanda: che scelte sarebbero state fatte nel caso in cui si fosse stati costretti a sacrificare qualcosa del sistema culturale della città? Ricordo un lieve imbarazzo, e la mancata risposta che ne risultò. Tutte le persone presenti, di età, formazione e professioni diverse, mi fecero capire che non era quello il modo in cui porre la questione. Che non si doveva sacrificare nulla. Che il teatro d’avanguardia è importante quanto il sistema bibliotecario di base. Ne rimasi con una sensazione di insoddisfazione, mista al dubbio di non aver capito qualcosa e di aver fatto una brutta figura.

Oggi abbiamo i risultati delle elezioni, e vedo già scorrere in rete il generale compianto. Io ho sempre gioco facile in queste occasioni perché, essendo una pessimista di natura, risulta col senno di poi che ho quasi sempre avuto ragione. L’unica incertezza, dopotutto, era se l’Italia sarebbe finita in un default di destra o di sinistra. Pare che si tratterà di un default di destra e la cosa non è affatto indifferente. Tant’è, lo racconteremo ai nostri nipoti.

Quello che invece oggi sento di non poter proprio sopportare è il compianto del mondo della cultura. L’altro giorno un amico rilanciava la notizia di questa intervista a Tullio De Mauro, che parla di un’impressionante fetta di popolazione italiana sostanzialmente analfabeta. Di fronte a dati come questi io credo che chiunque svolga una professione di tipo intellettuale in Italia (compresa me che sono l’equivalente dell’avvitatore di bulloni) dovrebbe porsi una domanda e chiedersi dove ha sbagliato. Un altro amico mi ha subito fatto notare che, in fondo, noi bibliotecari siamo l’ultima ruota del carro, e che ci possiamo mai fare?

Il problema è che anche i maestri elementari pensano di essere l’ultima ruota del carro, quelli delle medie non ne parliamo (è un’età difficile), alle superiori dicono che i danni sono stati già fatti e all’università che è tutta colpa delle riforme sbagliate. Tutto vero, ma sta di fatto che, quando si tratta di riconoscere delle responsabilità, siamo tutti assolti (autoassolti, per l’esattezza, mentre i colpevoli sono gli altri, da mandare rigorosamente affanculo).

Ma c’è una figura in particolare che vorrei tanto si interrogasse oggi sulle proprie responsabilità. E’ il negatore della realtà, figura massimamente diffusa fra gli italiani, tanto diffusa che perché riusciamo a vederla ce la devono indicare gli stranieri. Applicato al mondo della cultura, il negatore della realtà proietta intorno a sé l’idea che tutti assomiglino ai suoi amici (e chi non lo fa?). Se i suoi amici sono persone mediamente colte, prima o poi lo saranno anche tutti gli altri, imparando col tempo, probabilmente, ad amare cose simili. Le cose belle e le cose giuste. Se i prestiti quest’anno sono aumentati, significa che ha fatto un buon lavoro, pazienza se sono cresciuti fra gli stessi dieci utenti che aveva anche l’anno precedente. Il negatore della realtà è in buona fede, vede ciò che gli piace vedere e di tanto si accontenta. Si accomoda su un’idea consolidata della cultura: letture, biblioteche, musei, mostre, librerie, giornali, il rassicurante mondo che ci hanno indicato come qualcosa di lodevole durante gli anni della scolarizzazione di massa, che ci separa e ci difende dal mondo dei cafoni ignoranti che, prima o poi, si adeguerà.

La versione da amministratore pubblico del negatore della realtà è quello che non si sporca le mani con le scelte. Vuole le biblioteche di base ma anche il teatro di avanguardia. Le copie multiple di Baricco e la bibliotechina di quartiere. L’incontro con l’autore famoso e i laboratori per le scuole. Se c’è qualcuno che deve tagliare, non sarà certo lui. Nella versione più hard, il negatore della realtà è perfettamente conscio della realtà, e lavora esclusivamente per le lobby potenti della città. Grazie allo sperpero delle risorse a cui si è dedicato negli ultimi vent’anni, nella sua città è sempre salva la facciata della cultura e null’altro importa, perché tutto sommato i cafoni ignoranti, a teatro, mica ci vanno.

Bene, oggi abbiamo una notizia: i cafoni ignoranti – sia ringraziato il cielo – hanno diritto di voto pure loro. E, mentre noi ci dedicavamo a firmare petizioni online, ad incontrare i nostri amici alle presentazioni in libreria e a costruire la nostra biblioteca radical chic, hanno votato senza sapere che saranno i primi a pagare lacrime e sangue quel voto. Da noi, di sicuro, non l’hanno imparato.

Che cosa dovremmo fare allora? Io non lo so, ma così in ordine sparso direi: prendere atto che a breve potremmo non avere più uno stipendio assicurato. Ammettere che persino i nostri utenti, i lettori, sono a volte manifestamente analfabeti. Rivedere l’ordine delle priorità. Tagliare quei pezzi di collezione che teniamo solo per inerzia. Comprare libri utili (esistono!). Considerare l’idea che la letteratura non sia il nucleo del nostro lavoro solo perché è quell’arte che viene stampata su carta. Se siamo delle biblioteche pubbliche, smettere di comprare i manuali per gli universitari. Se siamo delle biblioteche universitarie, comprare i manuali per gli universitari (non solo i voti si decidono con la pancia in Italia). Chiedere ai nostri amministratori di fare delle scelte. Giudicarli di conseguenza, e non perché hanno cercato di accontentare tutti. Abbandonare un’idea preconfezionata di che cosa sia la cultura. Uscire dal tunnel e ammettere che anche noi bibliotecari siamo solo dei poveri ignoranti, e che se c’è da rimboccarsi le maniche, non siamo gli ultimi della fila a doverlo fare.

E penso che quella domanda, quella sera, avrebbe meritato una risposta.

(E se questo post vi sembra eccessivo, non immaginate com’era nella sua prima versione).

7 thoughts on “Nel giorno dei risultati delle elezioni”

  1. La mia valutazione del risultato di queste elezioni, forse qualcuno si sorprenderà, è diverso, e tutto sommato non negativo. Ma non vorrei soffermarmi su questo aspetto, che tutto sommato non è così essenziale rispetto ai temi che Virginia ci ha sottoposto. Bisogna che si prenda atto che la cultura, nellla crisis che sta conoscendo il nostro tempo, sia anchessa destinata a sunìbire profonde mutazioni, che non riguardano solo gli strumenti o i contenuti, ma anche i contesti di fruizione. L’analfabetismo di cui parla De Mauro, e con il quale ci confrontiamo ogni giorno, altro non è che il segno dell’obsolescenza di un modello culturale che ha ormai qualche secolo. Cosa significa tutto cio? Che al momento sta nascendo da qualche parte, e fatica ad essere riconosciuto, un “qualcosa” che produrrà il cambiamento. Piuttosto che rinchiuderci nella depressione dell’oggi, utilizziamo le nostre energia verso quella ricerca, non curiamoci più di questa buroaristocrazia e proviamo a pensare nuove alleanze.

    1. Sì, Stefano, sono d’accordo che questa non sia affatto la “morte della cultura”. Anzi. Se penso al mondo in cui sono cresciuta e in cui ho studiato io, era semplicemente il deserto rispetto a quello che le persone hanno a disposizione oggi. Evidentemente siamo in una fase di passaggio molto burrascosa, in cui bisogna tentare di costruire ponti, e non è facile.

      1. Cara Virginia,
        sono , come al solito, d’accordo con te. Anche l’ultima ruota del carro deve fare la sua parte, aprire gli occhi, non negare la realtà, saper parlare con chi non è d’accordo, con umiltà e simpatia, difendere le proprie idee ma essere capace di capire anche le ragioni degli altri e mettersi nelle loro scarpe. Potremmo imparare molte cose e farci del bene
        un caro saluto maria carmela

  2. In questi giorni è facile fare del melodramma, del populismo, e dire scemenze, quindi perdonatemi se ci casco anch’io. Ma è interessante riflettere sul fatto che il trionfo di Grillo si basa anche sul potere della Rete, del web, della (promessa della) trasparenza, del movimento sociale che parte dal basso, e di tutte quelle cose che a noi professionisti o volontari della libera conoscenza piacciono.

    Però Grillo ha portato alla luce, rappresentato e spinto al trionfo tutto il peggio di questo bene comune che è internet: la sguaiatezza, la violenza verbale, l’argomentazione ridotta al “no, vaffanculo te”, il complottismo (il complottismo, cristo dio!!!), l’irresponsabilità, l’introversione patologica (il voler restare “dietro” anziché mettersi in gioco con i giornalisti, per dire), la boutade clamorosa lanciata senza ritegno (Dario Fo al Quirinale!), la fluidità come vacuità. Mi viene anche da fare una proporzione: Grillo sta a internet come Berlusconi sta alla tv. Ecco, abbiamo scoperto che il pubblico (non la comunità, avete capito? il pubblico) di internet è uguale a quello della tv, magari solo di una generazione più giovane.

    Quello che sto per dire è banale, ma forse dobbiamo fare un po’ di critica sul modo troppo idealista e troppo poco disincantato con cui abbiamo sempre dipinto una rete aperta, democratica, attiva, la rete dell’open access e dei wiki, dei blog e dei commons. Noi che crediamo di guardare il mondo digitale con occhi maturi, non dobbiamo dimenticarci dei suoi lati oscuri, infantili, analfabeti. Noi che magari eravamo pure convinti quando Riccardo Luna proponeva Internet per il Nobel per la Pace, dovremmo riflettere di più e meglio sulla nefandezza a cui abbiamo assistito.

    Per evitare di sembrare pessimista – che questo è il ruolo di Virginia :P – sottoscrivo quanto dite voi: nel complesso le cose sono meglio di cinquant’anni fa, i mezzi per superare questa tempesta ci sono. Io ci credo – anche se oggi mi girano le palle e me ne voglio tornare in Norvegia.

      1. Grazie. Non ho risposto al commento di Enrico perché è, come gli ho già detto, impeccabile (lo stile torinese paga). Quello invece che facciamo adesso temo dipenda terra terra da che specie di posizione occupiamo. Se è una posizione di minima autonomia decisionale, potremmo come dicevo decidere di fare una cosa semplice, tanto per partire: nell’ottica della biblioteca pubblica, tagliare i manuali degli universitari e correre il rischio di vedere le sale della nostra biblioteca deserte. Sarebbe interessante. Magari si riempono di cittadini, magari no e allora dovremmo rendere conto di cosa ci stiamo a fare. Ma ho l’impressione che non molti di noi si trovino in quella posizione. Io no, al lavoro faccio anche cose interessanti ma sono di fatto chiusa in una scatola sotto pressione. Perciò quello che faccio è andarmene, cioè fare anche altro, tentare di trovare contesti nuovi in cui fare lo stesso vecchio mestiere: tentare di aiutare le persone a trovare le informazioni di cui hanno bisogno. E se poi riesco a costruire un ponte fra questo e la mia vecchia biblioteca, ben venga.

  3. L’ha ribloggato su bugslivese ha commentato:
    Condivido questo post di Virginia Gentilini perchè non potrei essere più d’accordo su quello che dice… pessimismo della ragione e ottimismo della volontà compresi!

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