If Book Then 2013: il big bang dei dati

Me ne stavo seduta da un po’ nella sala della lussuosa If Book Then 2013, al Museo della scienza e della tecnologia di Milano lo scorso 19 marzo, dopo aver sentito solo i primi dei molti interventi della giornata, quando ha cominciato ad affacciarsi in me una sensazione particolare, anzi una sorta di eco.

In queste settimane sto scrivendo un capitolo per un prossimo futuro manuale di biblioteconomia e una delle cose che mi riesce più difficile esprimere nella sintesi a cui devo attenermi è il fatto che già oggi, appena nascosti dietro i rassicuranti oggetti finiti che chiamiamo libri, c’è una pluralità di forme della pubblicazione che in biblioteca non trattiamo e non sapremmo al momento trattare.

Questo tema comincia a riecheggiarmi in mente sentendo alcune frasi, a partire dall’idea che il mercato di cui qui si sta parlando (e vedo in giro i nomi di grandi marchi editoriali) non è quello del publishing ma quello del digital. Nell’idea che gli attori con cui collaborare sono le case di produzione cinematografica o i produttori di videogiochi. O in quella che di tutto ciò si possa parlare come dell’attività del raccontare storie, del digital storytelling (ci rientra anche la non fiction, guardando le cose con un po’ di ampiezza).

Trovo confermata una cosa che amici editori digitali mi hanno ripetuto molte volte: se ho un buon contenuto (una buona storia) posso declinarlo in versioni e formati differenti, l’ebook, la app, l’audiolibro, e progettarne la produzione in diverse lingue perché esso farà la sua apparizione su un mercato che è nativamente globale. O, viceversa, posso scegliere la versione più adatta a quella particolare storia, perché non tutto è traducibile. Vanno incontro a queste necessità aziende che vendono contenuti ma anche servizi per l’editoria come Atavist e Sourcefabric.
Atavist, che si definisce una “storytelling company”, editore in proprio con prodotti di lunghezza a metà fra il magazine e il libro, ne fornisce simultaneamente la versione app, quella per il web e quella in puro testo per ereader. Ma è anche fornitore di un software che mette a disposizione di chiunque voglia pubblicare contenuti un’interfaccia per la produzione ottimizzata di prodotti editoriali per versioni e device differenti (ne sono un esempio i TED Books).
La seconda, Sourcefabric, che raccoglie e organizza soli software open source per la produzione editoriale e guadagna dai suoi clienti (giornalisti, editori) non con le licenze d’uso ma coi servizi, dalle consulenze all’ottimizzazione dei flussi di lavoro ai workshop formativi. Il suo Booktype, ad esempio, è uno strumento di creazione collaborativa di ebook classici e di ebook fruibili via browser indirizzato agli autori, agli editori, alle academic press, alle piattaforme di self-publishing, ai servizi di print on demand e alle aziende.

Dunque si moltiplicano, assieme al numero degli attori in grado di pubblicare (fino a farci pensare che “l’editoria non è più un’industria, ma una funzione“), le forme e le tipologie delle pubblicazioni.

Si tratta di un futuro a venire? Non esattamente. Un nome: Kate Pullinger, autrice di fiction e di digital fiction tra il romanzo e il romanzo breve, analista di se stessa quando cita l’idea degli spreadable media di Henry Jenkins e racconta di come le fan fiction sulla sua stessa opera siano per lei motivo di orgoglio. Ed ecco i suoi Flight Paths (digital fiction in sei episodi, liberamente fruibili online), legati a Landing Gear (un romanzo di stampo tradizionale previsto a stampa, in ebook e in web book), legato a sua volta a Duel (digital fiction, primo episodio online gratis e successivi a pagamento).

Il secondo stimolo all’effetto eco (il richiamo alla domanda “ha ancora senso parlare di libri?”, se volete) è la frase “Treat literature and stories as big data”.

Non solo gli oggetti culturali sembrano diventare multipli e paralleli, ma si trasformano in set di dati (l’espressione, non felicissima, è mia).
Dati nel senso minuto delle informazioni che un device come Kindle raccoglie sulle abitudini di lettura, gli “small data” che rivelano ad esempio che la non fiction particolarmente lunga tende ad essere abbandonata prima della fine. Dati che servono per vendere, ma che non sono certo un campo sconosciuto alle biblioteche: li chiamiamo indici di circolazione, tassi di utilizzo delle collezioni e così via, ma di questo si tratta, capire che cosa vuole il lettore.
Dati significa però anche “big data”, la massa degli User Generated Content pubblicata a ritmo incessante attraverso il self-publishing e i social media e che produce un moto di espansione tale da far dire a Ed Nawotka che “il digitale è il big bang dell’industria editoriale”.
Ma dati significa un’altra cosa ancora, potenzialmente foriera di molte meraviglie a venire. La vediamo in diretta a Milano partendo da un caso totalmente indirizzato al marketing, Mobnotate. Mobnotate è una start up che produce sistemi di contextual linking per segnalare (e dunque vendere) un certo ebook a partire dal web o da un altro ebook. Applica criteri di affinità semantica per far apparire al lettore interessato ad un certo argomento, in un apposito box, la pubblicità di un altro testo sullo stesso tema, senza aspettare che sia il lettore stesso ad uscire dalla sua esperienza di lettura, decidere autonomamente di andare su uno store online, fare la ricerca e portare a termine l’acquisto. Una forma di pubblicità particolarmente invasiva? Forse. Ma anche la dimostrazione di come il testo digitale possa essere codificato a livello granulare e quindi interpretato e ricombinato per usi differenti da quelli previsti dal suo autore. In un certo senso, dunque, il moto di espansione è anche verso l’interno del testo, verso le potenzialità di un’indicizzazione infinitamente piccola, e non solo nella moltiplicazione delle sue forme.

Dati, dunque, come quantità dei contenuti e molteplicità degli attori coinvolti. Dati come conoscenza delle abitudini di lettura e potenzialità di diffusione e di vendita. Dati, infine, come informazione codificata.

Tra le domande che ci possiamo porre, la più semplice in questo momento potrebbe essere questa: per quanto tempo le biblioteche potranno permettersi di scegliere una delle tante versioni esistenti di un’opera (diciamo l’ebook testuale al posto della app arricchita di contenuti multimediali) al posto dei loro lettori? La risposta ovviamente non è affatto scontata, considerato che alcuni editori ancora non accettano neppure di avere le biblioteche come partner possibili nel mercato dell’editoria digitale.

Ma IBT è un evento di lusso, e concediamoci quindi il lusso di spostare lo sguardo più in là e di porci una domanda ancora più difficile: chi si farà carico di fare in modo che delle tante accezioni possibili della parola “dati” sia quella della cura della ricchezza semantica, della ricombinazione a fini informativi a prevalere, e non quella del marketing inteso nel suo senso più brutale? Chi porterà l’infinitamente piccolo, l’infinita rete dei link potenziali, da dentro il testo al mondo là fuori?

IBT è molto più di questo. Materiali a breve disponibili sul sito e, per un altro punto di vista bibliotecario, il post di Silvia Franchini.

3 thoughts on “If Book Then 2013: il big bang dei dati”

  1. Che poi, forse, il digitale è anche il “cambriano” dell’industria editoriale: nasce la biodiversità nella sua accezione più forte, una molteplicità di forme e di ibridazioni.

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