Pesci rossi

Il-filtro1“La tecnologia non è né buona né cattiva, ma neanche neutrale”

Il filtro: quello che Internet ci nasconde, di Eli Pariser, pubblicato in Italia da Il saggiatore nel 2012 non è un libro perfetto, al contrario. Infatti, apro questo post con una citazione non del suo autore, ma di Melvin Kranzberg che Pariser cita.

Non si tratta di un libro perfetto, prima di tutto, perché è troppo lungo, e i libri inutilmente lunghi non ce li possiamo più permettere. La tesi che vuole sostenere è chiara, è articolata, ma è un po’ rigida. Ogni tanto si allarga in campi affini dell’argomentazione perdendo in incisività e forse anche denunciando un lavoro di documentazione non del tutto omogeneo. Però io consiglierei di leggerlo lo stesso perché il tema che tratta è importante, e non sufficientemente conosciuto.

Che cos’è “la bolla dei filtri”? E’ quella in cui rischiamo di essere inconsapevolmente chiusi proprio nel momento in cui, facendo una ricerca su Google (ma la tendenza è comune ad altri servizi online) crediamo di essere esposti al maggior numero possibile di sollecitazioni mentre siamo, per così dire, come pesci rossi dentro la vaschetta.

“Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando, fino al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare…
Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati, quelli che per il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma, dal dicembre 2009, non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti.”

In poche parole (un po’ semplificatorie), si tratta del processo di personalizzazione dei risultati delle ricerche sulla base di tutto quello che Google già conosce sul nostro conto e, se considerate con quale frequenza navighiamo in rete loggati a un qualunque servizio Google (cioè, loggati a tutti i servizi Google), è facile intuire come col tempo queste informazioni diventino significative. Pensate non solo alle ricerche personali (quella volta che abbiamo digitato qualcosa su un problema di salute, che ora ci perseguita in ogni maledetto banner che incontriamo…) ma anche alle nostre cerchie sociali e a tutto quello che la somma dei nostri contatti dice di noi. Google non utilizza questa massa di informazioni per venderle a governi corrotti e minare la nostra privacy (speriamo), le usa invece per un vecchio, ordinario, motivo: vendere spazi pubblicitari e rifilarceli. Ma il problema sottolineato in questo libro non è neppure questo: è che, allo scopo di ottimizzare la nostra esperienza di ricerca e di diminuire l’effetto di information overload che potrebbe renderla frustrante, quello che ci viene fatto vedere è un mondo a nostra immagine e somiglianza. Dalla malattia il cui nome non avremmo mai voluto digitare al nostro orientamento politico, i risultati della ricerca tendono a ripetere schemi e a rinforzarli. Se volete un esempio, ditemi in tutta onestà chi di voi, persone acculturate e tendenzialmente di sinistra, si è mai casualmente imbattuto in questo.

Ci sono delle alternative? Per fortuna, lo sviluppo della tecnologia non scivola su un deterministico piano inclinato:

“Nella sua forma più pericolosa, la bolla dei filtri ci relega nel nostro ghetto dell’informazione, senza permetterci di vedere o esplorare tutto l’enorme mondo di possibilità che esiste online. È necessario che gli urbanisti della rete trovino un equilibrio tra rilevanza e scoperta casuale, tra il piacere di vedere gli amici e l’eccitazione di incontrare persone nuove, tra comode nicchie e spazi aperti.”

La responsabilità di chi progetta le architetture del web è quindi enorme, perché la tecnologia, appunto, non è neutrale. Ma io credo che anche l’alfabetizzazione digitale ci possa dare una mano a ristabilire un principio di scoperta e di serendipità che non sono certo rafforzati dai social network dominanti e dall’abitudine a seguire i dieci blog seguiti da tutti. Un’altra cosa che mi chiedo – e che forse costituisce l’unica vera obiezione che io possa porre a questo libro – è quale sarà l’impatto del web semantico sulla personalizzazione dei risultati di ricerca (o almeno, di un web un po’ più semantico di quello di oggi). Me lo chiedo non perché io sia un’esperta del tema, ma perché in queste settimane è in corso un dialogo appassionante e di altissimo livello sugli open data bibliografici, anche se la maggioranza della comunità professionale dei bibliotecari italiani non lo sa. E’ nascosto in una piega poco visibile della rete. L’ho scoperta uscendo dalla mia vaschetta!

[Grazie alla segnalazione di Laura Testoni, aggiungo la lista delle 10 cose da fare per uscire dalla bolla, compilata dallo stesso Pariser]

2 thoughts on “Pesci rossi”

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