Disperdersi nell’ambiente, cominciando dai sottobicchieri

Una cosa positiva dei momenti di grande, profonda e duratura crisi è che saltano alcuni meccanismi della normalità, alcuni automatismi che in momenti più facili sembravano benissimo bastare a se stessi. Capita anche per i convegni o, almeno, a me pare sia capitato a Crema questo 30 maggio a I bibliotecari si raccontano: sfide, opportunità, alleanze, incontro organizzato dalla rete bibliotecaria cremonese.

Non intendo dire che in passato i convegni mancassero di stimoli o di varietà, ma certo quello a cui abbiamo assistito è il cadere dell’aspettativa che ai convegni parlino esclusivamente accademici e direttori e della consuetudine che imponeva di parlare, in quelle occasioni, in modo forzatamente pacato o indiretto (velato). La mia impressione è che a Crema i relatori abbiano semplicemente detto la verità, la loro naturalmente e tutto è criticabile da chiunque, ma di atteggiamenti d’ossequio a pratiche e a persone non si è vista traccia. Secondo me, la crisi è troppo grave perché sia ancora tollerabile nascondersi che tante cose sono cambiate nel nostro mestiere e che il lavoro – anche questo bel mestiere – è diventato troppo duro.

Anna Galluzzi (in un intervento che condensava alcuni dei contenuti presentati qui) ha iniziato ponendo le fondamenta del discorso, che mi permetto di sintetizzare liberamente così: le biblioteche pubbliche per come le conosciamo oggi sono il risultato di particolari condizioni storiche ed economiche (la rivoluzione industriale inglese e la necessità di addomesticare la working class sbattuta dalle campagne in città criminogene), poi assorbite nell’idea novecentesca del welfare state e manifestatesi come strumenti di democrazia. Ma qualunque cosa sia legata a una particolare circostanza storica può perdere la sua ragion d’essere quando le circostanze cambiano, nel nostro caso quando il ceto medio si assottiglia, muta la considerazione di cosa debba o meno rientrare nel welfare, i finanziamenti pubblici calano drasticamente. Insomma, le biblioteche non sono garantite da nulla di assoluto e potremmo vederle sparire: in Inghilterra, patria delle public libraries e luogo d’elezione dei gruppi di lettura, ne stanno chiudendo molte (se ne può leggere anche qui). In Italia no. Siamo più bravi? I cittadini fanno le barricate per difendere le loro biblioteche? No, il motivo è che “in Italia non si chiude, si lascia morire”. Nessuno ha la faccia tosta di chiudere una biblioteca e dire “non ho più i soldi per mantenerla”, oppure “non ci va nessuno”. Si ossequia l’idea della sacralità della cultura per nascondere la propria incapacità di gestire i beni pubblici. Eppure lo spunto positivo per questo convegno viene proprio da questo intervento, perché, dice Galluzzi, biblioteche e bibliotecari seguono forse strade diverse, e i bibliotecari possono “disperdersi nell’ambiente, ma riciclandosi”.

Non sono mancati gli esempi di questa “dispersione”. Anzi, il convegno è stato esattamente questo: raccontare come sia possibile reinventarsi, concretamente, in contesti più o meno vicini al mondo tradizionale delle biblioteche pubbliche.

Roberta Cirimbelli ha raccontato l’esperienza del blog per giovani adulti Extratime, nato dall’idea di rispondere ai bisogni culturali degli adolescenti ma senza l’intento di insegnare loro nulla, anzi facendo dei gusti personali dei redattori un criterio di base per la selezione dei materiali da proporre, musica libri e film (non siamo educatori, siamo persone che condividono, avrei detto io). Di come la redazione verrà allargata a ragazzi che collaborano a webzine indipendenti, senza paura di ibridazioni insolite. Di come stia per partire una campagna di promozione del blog che utilizzerà adesivi e sottobicchieri da distribuire nei locali della zona (e non segnalibri).

Valeria Baudo ha raccontato del suo girovagare fra esperienze lavorative diverse, che da bibliotecaria scientifica/redattrice di Biblioragazzi l’ha portata a fare la community manager e a occuparsi di e-learning.

Caterina Ramonda, col suo stile garbato ma fermo, ha riportato l’attenzione sulla lunga storia delle biblioteche per ragazzi come luogo originario di sperimentazione e di rottura delle regole della biblioteca tradizionale, ma non tacendo come di cura della quotidianità dei servizi ci sia bisogno: meno eventi, meno fiere, e più risorse per essere presenti dove c’è bisogno ogni santo giorno. E di fare rete, fare rete tra bibliotecari – perché troppi sono segregati nel ruolo di bibliotecari unici che di tutto si devono occupare – ma anche con gli autori, gli editori, i programmatori e l’intera filiera dell’editoria per ragazzi (anche digitale, ma senza utilizzare la categoria del nativo digitale per oscurare le differenze che pure esistono). Trovo qualche riga su Caterina solo qui, su Biblioragazzi.

Io ho cercato di raccontare nel modo più semplice possibile che cosa significhi essere bibliotecari wikipediani, facendo in un certo senso un puro lavoro di traduzione. Trovate delle slide abbastanza descrittive qui dalle quali farvi un’idea dei temi di cui ho trattato. Ho parlato di social librarian (le meravigliose interfacce letteralmente pronte a tutto che si incontrano ai banchi informazioni di tante biblioteche pubbliche), ma anche di metadata librarian (quelli che nell’oscurità costruiscono strutture digitali di servizio lavorando sui dati) e di come entrambe queste categorie trovino un terreno di lavoro utile nei progetti wiki. Esperienza di dispersione quanto mai interessante. Quello che dalle slide manca e che forse vale la pena riportare qui è invece qualcosa che vorrei poter ripetere liberamente d’ora in poi: secondo me, il futuro delle biblioteche è un falso problema. Dobbiamo lavorare per l’accesso alla cultura, non per delle istituzioni che debbano necessariamente assomigliare a quanto la storia ci ha portato in eredità. O almeno, a me, di quelle istituzioni interessa veramente poco se non sono realmente strumenti per servire le persone, e devo dire che spesso penso che non lo siano, e che ci siano modi migliori per (tentare di) essere utili in questa breve vita.

Infine, Francesco Serafini, coordinatore di sistema bibliotecario locale e – schizofrenicamente, ma forse anche no – dipendente di un Apple Store, ha snocciolato la lunga e triste verità delle condizioni di accesso alla professione partendo dalla sua esperienza personale di persona giovane abbastanza da avere trovato di fronte a sé un mercato del lavoro “tra lo scarso e l’inesistente”. Il suo intervento è stato articolato e diretto, ha puntato contro le tante assurdità della gestione dei servizi pubblici e i tanti concorsi pubblici truccati dalla corruzione (non ha usato questa parola, ma la uso io, che di concorsi pubblici ne ho vinti e so che non c’è da offendersi se si ha la coscienza pulita). Ha toccato esplicitamente un punto di grande delicatezza, quello delle esternalizzazioni dei servizi bibliotecari, affermando che sono anche troppo limitate se si considera che sono l’unico elemento che è riuscito a infondere un po’ di elasticità al mondo delle biblioteche, altrimenti paralizzate dal mancato rinnovamento generazionale. Più precisamente, ha detto che l’unica salvezza per le biblioteche pubbliche può venire da una profonda riforma della pubblica amministrazione (ad esempio con dirigenti valutati a periodi costanti in base ai risultati ottenuti), senza la quale davvero l’unica alternativa resta un’esternalizzazione spinta della gestione dei servizi. Una sintesi di fronte alla quale non ho niente da obiettare. Ha infine difeso l’idea della flessibilità e della mobilità, purché non siano scuse per produrre un panorama di sola precarietà. Questo il suo blog.

Un punto sulla questione generazionale: qualcuno potrebbe vedere questo incontro come il convegno dei giovani contro i vecchi ed esserne infastidito coma da una contrapposizione forzata e poco utile. Io – che giovane non sono – penso che la contrapposizione è nei fatti e che in quanto tale non sia eludibile. Di Serafini mi ha colpito il senso di legittima frustrazione, che per un attimo mi è parso il fratello sfortunato della sensazione che il lavoro pubblico a tempo indeterminato (quello concesso solo a noi vecchi) sia una trappola. Tutti sentimenti negativi e i sentimenti negativi vanno espressi. Salvo poi che è vero che l’età non c’entra moltissimo, quando si tratta di decidere se abbandonarsi a un ruolo di comodo o prendere armi e bagagli ed esplorare qualcosa di nuovo.

Ma voglio finire una citazione che ci ha riportato Caterina Ramonda. Si tratta di una frase di Enzo Mari che dice:

“Siate umani. Fate quel poco che riuscite a fare, ma fatelo per tutti”

Caterina ha messo fra belle parentesi gialle il “quasi”, e io voglio accogliere il suo ottimismo: forse sì, forse si può fare molto (e speriamo anche per tutti).

2 thoughts on “Disperdersi nell’ambiente, cominciando dai sottobicchieri”

  1. Mi pare che il titolo del blog sia veramente calzante. E il convegno dal resoconto mi pare sia stato particolarmente interessante. Speriamo che altri convegni più famosi prendano spunto per rinnovare i loro relatori.

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