Sul welfare in biblioteca (di nuovo)

Da qualche giorno circola per la rete italiana la notizia di un’iniziativa che vede The Reading Agency, organizzazione benefica inglese che usufruisce di fondi pubblici dedita alla promozione della lettura, farsi promotrice di un progetto di tipo particolare in collaborazione con le biblioteche pubbliche inglesi. Il progetto mira in sostanza a rendere disponibili in biblioteca alcuni manuali selezionati di auto-aiuto su diversi disturbi mentali, dalla depressione ai disordini alimentari, a cui i medici potranno rimandare i pazienti che si rivolgano a loro.

Se ne può leggere ad esempio in italiano sul Dossier de Il Bo, giornale dell’Università degli studi di Padova, col titolo (significativo secondo me), Stressati? Andate in biblioteca.

Con titoli simili la notizia è stata rilanciata da alcuni bibliotecari a livello personale sui social network e anche da pagine Facebook ufficiali di biblioteche, con un abbondante uso di punti esclamativi che sembrano stare a dire “ve l’avevamo detto o no?”.

Non conosco sufficientemente il progetto originario (se vi interessa potete iniziare a leggerne da qui) per darne un giudizio di merito e voglio dare per scontato che si tratti di un lavoro fatto da professionisti. Ma devo dire che mi ha colpito il modo in cui la notizia è stata ripresa dai bibliotecari italiani. O meglio, semplificata da alcuni bibliotecari. Provo a spiegare il perché.

Quello che è un progetto di affiancamento al sistema sanitario per la cura di malattie è stato letto come una generica affermazione del fatto che “leggere fa bene”. Ora, che leggere faccia bene è un’affermazione a metà fra l’auto-evidenza e il nulla, nel senso che dipende da cosa si legge, perché, come, quando e così via. Ma diciamo che in genere fa bene. Il problema sta nel fatto che immaginarsi che qualcuno guarisca dalla depressione (o da qualunque altra cosa) leggendo un buon libro può significare solo un paio di cose: o che si ha un’idea romantica della malattia (è una fortuna, significa che non la si è mai vista sufficientemente da vicino), o che affermare l’importanza di tutto ciò che ruota attorno alla lettura interessa più del benessere delle persone. Certo c’è chi guarisce anche con l’omeopatia o coi fiori di Bach. Anche in questo caso è una fortuna, significa che non c’era niente da curare. Immaginate però come vi suonerebbe un’affermazione di questo genere: “avete il cancro? Andate in biblioteca”.

C’è una frase nell’articolo de Il Bo che mi ha insospettito in modo particolare, dove si riporta l’opinione del dottor Paul Blenkinor, psichiatra. La frase è questa: ”Il malato può cominciare a leggere i libri consigliati in attesa della visita specialistica, o essere sostenuto dal proprio psicologo o psichiatra nel farlo.” (Corsivo mio). Ho cercato di ricostruire quale fosse la fonte di questa dichiarazione, non ci sono riuscita e temo che il motivo stia nel fatto che il dottore si chiami in realtà Paul Blenkiron (probabilmente, questo). L’errore, comunque, non ha importanza. Quello che conta sarebbe capire se e quanto progetti di questo genere appaiano in concomitanza di una diminuizione delle erogazioni di servizi pubblici. Per quanto tempo restano in attesa della visita specialistica queste persone? Per quante di loro questo tempo costituirà la differenza tra il passare da una fase della malattia a quella successiva, se pur con un libro in mano?

Credo di non essere l’unica bibliotecaria “da banco” al mondo a trasalire di fronte a notizie del genere. “Recent research shows that people see their library as a safe, trusted and non-stigmatised place to go for help with, and information about, health problems”, afferma The Reading Agency. Che in Inghilterra le cose stiano veramente così è un’ottima notizia. Ma non sono certa che il concetto di “safe place” abbia una tradizione ugualmente forte nelle biblioteche italiane (facciamo anche fatica a tradurre l’espressione). Di persone sofferenti nelle biblioteche ne vediamo anche già troppe. Troppe non perché non dovrebbero essere (anche) lì, ma troppe perché noi ci si possa fare realisticamente qualcosa, al di là dei buoni sentimenti e della buona volontà personale.

Chiedere alla lettura e ai bibliotecari di supportare il welfare – in particolare quello sanitario – è un’affermazione pericolosa. Può risolversi in un errore, e probabilmente si tratta di un tentativo di manipolazione. Un errore perché a nessun bibliotecario (italiano) è mai stato fornito uno straccio di strumento per sapere non solo come aiutare, ma neanche come affrontare le persone che hanno bisogno di aiuto. E’ facile dire “se siete stressati andate in biblioteca”. Un po’ meno essere bibliotecari e avere a che fare con una donna di mezza età che vi chiede per anni come reagireste se  abortisse nel bagno della biblioteca. Se vi piace l’idea del “leggere è bello”, se avete l’impressione che significhi che il lavoro che svolgete con passione ogni giorno viene finalmente riconosciuto, chiedetevi anche se qualcuno non stia cercando di nascondere dietro di voi l’abbandono del sistema sanitario pubblico. Se non vi stia scaricando addosso una responsabilità che non è vostra. Io non ci sto a farmi carico di una cosa del genere solo per affermare quanto sia importante il lavoro che facciamo.

Questo post era sostanzialmente stato già scritto in passato. Se preferite un linguaggio più narrativo, tornate indietro di qualche mese.

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