Lettori, autori e altri animali digitali

Sabato scorso ero alla Biblioteca Marucelliana a Firenze, uno di quei posti tappezzati di legno e di libri antichi che danno un tono verdastro all’aria intorno e che a me incutono un certo timore (un muro di carta che minaccia di crollarti addosso e che dovresti invece preservare…). Parlavo di biblioteche e Wikipedia e farlo in quel luogo è forse la cosa che tutti noi che eravamo presenti abbiamo sottovalutato di più, perché invece è in un certo senso una cosa incredibile e, mentre parlavo, ho riportato una riflessione che mi era venuta in mente la sera prima e che mi è parsa una piccola lampadina che si accendeva nella mia testa.

La lampadina accesa riguarda il selfpublishing, tema del tutto estraneo all’argomento della giornata, e in particolare riguarda una mia perplessità rispetto al selfpublishing non in quanto attività in sé (contro la quale non ho nulla, anzi), ma in quanto pratica rivelatrice di come le persone concepiscono se stesse quando si esprimono. Perché – mi dice da mesi una vocina interiore – tutta questa enfasi sull’autopubblicazione e le sue promesse quando l’ormai vecchio web 2.0 ci consente da un sacco di tempo di pubblicare ogni giorno qualunque cosa ci venga in mente? Perché tutti questi autori in erba a fronte della persistenza cronica della legge del 1/9/90 (1 scrive, 9 commentano, 90 leggono in religioso silenzio) che rende il 2.0 in un certo senso sottoutilizzato rispetto alle sue reali possibilità?

La risposta potrebbe risiedere nel fatto che, per chi si è formato nel corso del Novecento, è più facile concepire se stesso all’interno della dicotomia autore/lettore (regista/spettatore, cantante sul palco/fan sotto il palco, eccetera) piuttosto che aderire a modelli di espressione radicalmente differenti. Io scrivo su un blog, non in molti lo fate ma la promessa implicita è che se qualcuno di voi mi risponde io sono tenuta a leggervi e a prendere in considerazione quello che scrivete. La promessa implicita è anche (a voler essere ottimisti) che qualcuno parli di quello che scrivo senza neppure farmelo sapere (la licenza di questo blog glielo consente, oltre al fatto che questo rientra nella logica intrinseca di quanto è pubblicato in rete).

La promessa implicita del selfpublishing (in particolare digitale, ma solo perché abbassa le barriere di ingresso e aumenta il numero potenziale delle persone che ne usufruiscono) è invece quella di consentirvi di attraversare lo specchio e fare di voi un autore, anzi in genere “un autore di libri”, e non una voce che si sente in rete fra mille altre e che può essere citata, contraddetta, messa in ridicolo. L’aspirazione a essere il contraltare esatto del “lettore” è del tutto legittima, si intende, ma non sposta di una virgola la relazione fra i due ruoli (attivo/passivo).

Dunque si può considerare questa dicotomia limitata, e limitante, perché c’è davvero molto di più (e di meglio) da fare che pensarsi in questo modo. Lo sanno i colleghi che da sempre ai banchi delle biblioteche si vedono arrivare autori che portano in dono libri irricevibili. E lo sanno soprattutto gli innumerevoli partecipanti a progetti digitali collaborativi a cui suonerebbe strano essere definiti “autori” di qualcosa (guardate chi è l’autore della voce Casa su Wikipedia).

pitch inI modi per essere “contributori” (grandi o piccoli, che immaginano un progetto e gli danno vita, o che portano solo una briciola ogni tanto nel formicaio) sono tanti. Riguardano anche le biblioteche, che lavorano per rendere le persone un po’ più autonome (capaci, coraggiose) di quanto fossero quando sono entrate in biblioteca la prima volta, e non solo per farle leggere di più. La State Library of Queensland, in Australia, ha lanciato una campagna che va in questa direzione e chiamata non a caso Pitch In! – Become a Digital volunteer, nella quale propone attività che i cittadini possono svolgere sul materiale digitalizzato della biblioteca a diversi livelli (per la maggioranza alla portata di molti):

Tag beautiful historic photographs, text correct intriguing old newspaper articles, transcribe significant historical documents, or tell your Queensland story. Every time you add more information you are adding value to the collections and helping others to discover State Library collections now and in the future.

Un progetto del genere mostra di avere dietro di sé quella che potremmo definire un’infrastruttura digitale forte, col che intendo una pluralità di cose.
La prima, banale, avere come in questo caso immagini storiche del territorio digitalizzate su cui lavorare, raccolte di quotidiani locali, scansioni di libri, diari e lettere personali da archiviare. La digitalizzazione del materiale storico non è più rimandabile.
La seconda, avere servizi digitali forti. Gli Ask A Librarian non saranno servizi in ascesa, ma restano una condizione minima necessaria, quanto meno per cercare di immaginare in che cosa trasformarli. In Italia uno dei pionieri in questo campo ha appena chiuso senza che ci sia stata alcuna discussione professionale pubblica sul tema. I motivi forniti ai cittadini si limitano ad un laconico “Il servizio è stato al momento sospeso”.
La terza, avere una buona conoscenza delle piattaforme disponibili (Wikisource per raccogliere testi, Historypin per il commento di foto storiche e lo storytelling, entrambe piattaforme no profit, ad esempio). Conoscere le piattaforme significa non solo sfruttare ogni possibilità esistente a costo ridotto, ma anche rendersi conto di cose che non si immaginava neppure di poter fare: nel caso della State Library of Queensland, ad esempio, arrivando fino alla proposta di raccogliere le storie personali di interesse, ma mettendole in rete, e non abbandonandole all’isolamento del libro autopubblicato, per dire.
La quarta è superare l’idea del puro lettore, ma anche quella del puro autore, a favore di un’idea che è semplicemente quella del lavoro utile, del fare il poco o il molto che si è in grado di fare, della partecipazione e della scelta autonoma del proprio ruolo. Non si tratta di un ideale legato per forza al mondo digitale, ma la rete ne fornisce molti strumenti, specie se si parla di conoscenza.

Perciò avanti, è giunta l’ora (secondo me).

5 thoughts on “Lettori, autori e altri animali digitali”

  1. Stupendo il progetto che presenti; condivido tutto quello che scrivi.
    In particolare il rammarico per la chiusura del servizio Chiedi in Biblioteca toscano!
    Sto facendo un brevissimo stage nel servizio di risposta a distanza BiblioSesame (.org) e – correggimi se sbaglio – non vedo nulla di simile in Italia: lavoro di rete a livello nazionale; indicizzazione di ogni risposta per costruire una banca dati, accessibile al pubblico; rielaborazione delle risposte più “curiose” per promuovere il servizio sul sito e su facebook…
    Ora hanno in cantiere una convenzione tra biblioteche francesi e canadesi, in modo da unire le forze… e da noi si chiude. sic!

    1. ciao Sabrina, ti confermo che da noi (a quanto ne so) non siamo riusciti ad avanzare di un passo dal primissimo livello base di collaborazione al massimo fra poche biblioteche della stessa città. Mi sembra ovvio che progetti del genere possano essere utili e dunque sopravvivere solo a un livello maggiore di cooperazione e articolazione. Che dire? Purtroppo, se non si sono costruiti i mattoni di base, è più facile abbattere le case.
      La tua esperienza con BiblioSesame però mi interessa, ce ne potresti raccontare di più? :-)

      1. Eccomi (tartaruga, scusate..)

        Provo a riassumere in poche righe gli aspetti più interessanti di BiblioSèsame (servizio di rete delle maggiori biblioteche francesi, con capofila la Bpi di Parigi) e del Guichet du Savoir (servizio del sistema cittadino delle biblioteche di Lione), in caso poi, Virginia, ti mando ulteriore materiale per mail.

        L’idea è che chiunque può porre qualsiasi domanda, attraverso il sito del servizio o la sua pagina facebook. Ogni domanda è legittima e riceverà risposta, entro 72 ore al massimo, in modo puntuale e argomentato, valorizzando le collezioni (fisiche e digitali) della biblioteca/sistema.

        La domanda viene lavorata attraverso un software (Question Point nel caso di BiblioSèsame, un software libero nel caso del Guichet: http://www.phpbb.com) in modo da gestire automaticamente tutto l’iter di assegnazione del lavoro e di risposta, nonché l’archiviazione in una banca dati. Quest’ultima viene resa pubblica e consultabile sul sito del rispettivo servizio (BiblioSesame indicizza le risposte, a Lione preferiscono avvalersi di Google per navigare la banca dati).

        Le domande più curiose o interessanti vengono ri-editate e pubblicate sui siti delle biblioteche (Bpi e Lione) e sulle loro pagine facebook, diventando uno strumento di promozione del servizio e della professionalità del bibliotecario.
        BiblioSésame collabora anche – nello spirito di condivisione dei saperi – con Wikipedia, rispondendo ad alcune domande su Oracle, il servizio di risposta a distanza di Wikipedia.

        Spero di aver sintetizzato abbastanza i punti salienti. Ciao! Sabrina

  2. Ottimi spunti, come sempre. Se Timo Boezeman parla della necessità di editori “ibridi” nel contesto del self-publishing, credo che tu abbia appena coniato l’espressione “narrazione ibrida”, nel contesto della cittadinanza partecipativa.
    Se aggiungiamo Pleens, che tra l’altro è un progetto italiano, oltre a Wikisource e Historypin avremmo anche la geolocalizzazione dello storytelling. E dato che il nuovo algoritmo di google saturerà presto di conversazioni la ricerca sul web, da una prospettiva come la tua non può che venire una cosa buona, in primis proprio per le biblioteche, se vorranno accettare la sfida.
    Grazie.

    1. Marco, riprendendo quanto ho scritto a Sabrina, devo però dire che non vedo proprio, in questo momento, la possibilità di applicazioni di questo genere per le biblioteche italiane. Ho passato gli ultimi 1-2 anni a parlare di comunicazione per le biblioteche, ora abbandono un po’ questo tema anche perché mi sono resa conto che in tutto questo tempo non siamo avanzati di una virgola dall’idea della pagina Facebook della biblioteca come “vetrina”. La pagina Facebook dovrebbe essere solo un primo mattoncino, la digitalizzazione delle lettere di interesse locale un altro mattoncino, il reference fatto con chi ha senso farlo un altro mattoncino. Mi sembra che stiamo costruendo poco o nulla. Miriadi di incontri con gli autori e gruppi di lettura a cosa hanno portato?

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