Scegliere il futuro (e leggere un estratto conto)

In un passato ormai abbastanza lontano, quando ero una bibliotecaria che lavorava nel settore reference di una grande biblioteca pubblica, proposi un corso per gli utenti che avrebbe avuto come obiettivo mostrare come i dati statistici relativi alla vita quotidiana di tutti noi potessero essere letti e capiti – almeno nei loro elementi essenziali – da chiunque. Si sarebbe trattato di un piccolo percorso durante il quale avrei accompagnato i cittadini interessati allo scaffale dove si potevano consultare l’Annuario statistico e il Rapporto ISTAT, il Rapporto sulla situazione sociale del paese del Censis e altre pubblicazioni di tipo divulgativo dello stesso genere. A me l’idea di poter discutere delle cose basandomi sulla sicurezza di quei numeri sembrava una cosa quasi eccitante. Posizione sicuramente un po’ ingenua ma che si scontrò contro l’evidenza che dovevo essere l’unica a pensarla così: se ben ricordo, a quel corso non chiese di partecipare nessuno, e alla fine non fu mai tenuto.

Qualche settimana fa ho sentito parlare Enrico Giovannini al Festival delle comunità del cambiamento organizzato dall’associazione RENA, a Bologna. Giovannini è stato presidente dell’ISTAT, ha lavorato all’OCSE e – recentemente – è stato anche per un breve periodo ministro del lavoro e delle politiche sociali. Del suo intervento di quel giorno, in un contesto tutto puntato alle idee dell’innovazione nelle politiche pubbliche e non solo, mi è rimasta in mente in modo molto chiaro una frase:

Open data non significa nulla se la maggioranza dei cittadini non è in grado di leggere un estratto conto.

giovannini_coverHo quindi cercato il piccolo libro che Giovannini ha scritto di recente, Scegliere il futuro: conoscenza e politica al tempo dei Big Data, pubblicato per Il Mulino. Un libro che rappresenta in qualche modo l’equivalente relativo alla statistica dei libri che Giovanni Solimine dedica all’ignoranza degli italiani (Senza sapere: il costo dell’ignoranza in Italia e il precedente L’Italia che legge, entrambi Laterza). Un libro che, semplicemente, “analizza il modo in cui si assumono le decisioni, individuali e collettive, e il ruolo che la conoscenza della realtà economica e sociale che ci circonda ha in questo processo” (p. 17).
Dall’effetto spaesante che il diluvio di dati a cui siamo sottoposti ha sul dibattito pubblico, alla responsabilità dei media nel fare di essi un uso strumentale alla cronaca. Dalla fiducia che i cittadini ripongono negli enti deputati alla produzione di statistiche ufficiali (inevitabimente legata al livello di fiducia nelle istituzioni pubbliche), al ruolo distorto che i politici possono avere la tentazione di fare dei dati. Dal deficit di capacità di comprensione dei dati e delle informazioni rilevato fra gli italiani a livelli molto gravi (la mancata literacy statistica o numeracy), alla necessità che le stesse agenzie di statistica sviluppino nuovi modelli e indicatori capaci di dare una lettura ricca della realtà, ma anche nuove forme di comunicazione che possano incidere sul dibattito reale e sulla capacità di orientare le scelte dei cittadini.

Si trattarebbe di passare, insomma,

da una concezione di produzione della statistica ufficiale basata sul numero di microdati e macrodati prodotti e di volumi stampati, cioè sui classici indicatori dell’attività del produttore, a una basata sull’aumento di conoscenza della realtà nella popolazione” (p. 104).

Dai dati, i prodotti, i documenti all’effetto complessivo che essi hanno sul livello della conoscenza. Una sorta di visione “alla David Lankes” anche per la statistica ufficiale?

4 thoughts on “Scegliere il futuro (e leggere un estratto conto)”

  1. magari qualcuno riuscisse a mostrare a un pubblico ampio come disinnescare le più frequenti truffe perpetrate attraverso la presunta neutralità e oggettività dei dati…

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