Come non pubblicare un libro, ovvero la triste storia di Carocci

Era il febbraio 2013 (ho controllato nella mia posta) e stavo per firmare un contratto per Carocci editore. Anzi, due. Uno per un capitolo di un noto manuale universitario e l’altro per un titolo mio in una collana di ebook che avrebbe presto visto la luce, manualetti agili e veloci con un taglio pratico, per fare cose in biblioteca, diciamo buone pratiche, l’argomento del mio sarebbe stato infatti Facebook, il mio cavallo di battaglia in quel periodo.

A febbraio era arrivato, un po’ in ritardo, il testo del contratto di edizione per l’ebook e non avendone mai visto uno prima lo avevo fatto leggere a un paio di persone che lavorano nell’editoria digitale, chiedendo un loro franco parere. Il loro franco parere fu che il contratto era una fotocopia del contratto di edizione per il classico testo a stampa, che la percentuale sulle vendite che mi si riconosceva era ridicola, e insomma che era un peccato che un editore di qualità come quello avviasse la sua avventura nel digitale in quel modo.

Ma io ero io, o meglio la io del gennaio 2013. Legata all’idea che sarebbe stato bello dare qualcosa alla biblioteconomia e, contemporaneamente, molto consapevole del mio essere un “piccolo” autore. E quindi chi ero io per immaginare di rifiutare questa occasione, e magari poi mi avrebbe procurato nuovi contatti per tenere delle docenze, che era il modo in cui integravo lo stipendio da qualche anno, e poi non volevo deludere il curatore delle collane che è persona che stimo, e poi non avevo mica così chiaro che cedere tutti i diritti all’editore fosse una fesseria, e poi è sempre un’esperienza, come chi ti dice di solito chi occupa un angolo di mondo più comodo del tuo.

Quindi i contratti li ho firmati, quello per il capitolo di carta e quello per l’ebook, ed ero persino contenta che qualcuno al telefono mi avesse parlato di social DRM (me ne aveva parlato con circospezione, in uno scenario surreale in cui si supponeva che io, l’Autore, avrei insistito per avere un DRM duro e puro e magari anche i carabinieri sul frontespizio).

Per qualche mese ho lavorato su quei testi. Testi brevi, ma io ci ho lavorato. Ore e ore (è stato il momento in cui ho scoperto che scrivere ascoltando i Converge alza la produttività di molti punti). Li ho consegnati entrambi in anticipo rispetto ai termini di scadenza, perché io odio procrastinare le cose e perché mi sembrava che fossero cose da fare per bene, perché chi ero io eccetera eccetera, e poi anche perché un po’ volevo togliermi il pensiero e cominciare a pensare ad altro, perché la me stessa del febbraio 2013 si stava allontanando velocemente e se ne stava formando un’altra abbastanza diversa, erano successe delle cose che mi facevano credere sempre meno al fatto che la biblioteconomia avesse bisogno di me o per meglio dire che lavorare in biblioteca in Italia in questi anni fosse davvero un’occasione, insomma la nuova me stessa era di certo meno ossequiosa nei confronti di alcune aspettative date per scontate nella professione, era più sicura del fatto che cedere tutti i diritti di un’opera fosse una sciocchezza, si era parecchio stancata dell’autoreferenzialità un po’ piagnosa dei bibliotecari e si stava – in sostanza – cercando una nuova occupazione. (Ecco, lo stipendio lo prendo sempre lavorando in biblioteca, ma di fatto ho una nuova occupazione).

Dunque passa qualche mese, e io comincio a chiedermi perché sono stata così veloce a consegnare i miei testi. Nel caso del manuale, mi si dice che il ritardo è dovuto al ritardo di altri autori (e d’altra parte intralciare il lavoro altrui è il destino dei procrastinatori, a meno che non facciano i pecorai sulla cima di una montagna e non incontrino anima viva per un’intera stagione). Nel caso dell’ebook mi si dice invece che il titolo non verrà pubblicato finché la collana non avrà pronti almeno diversi titoli. Ora questo è un elemento che appare davvero particolare, per una collana di manualetti pratici che non ambisce ad altro che a essere utile nell’immediato. Perciò candidamente segnalo all’editore che la trattazione che ho fatto del tema rischia di diventare obsoleta molto velocemente (è Facebook, dopotutto). Non accade nulla. Lo ripeto dopo alcuni mesi e non mi ricordo neppure se qualcuno mi ha risposto, forse sì, però in sostanza non accade nulla. Poi qualcuno mi segnala che ci sono grossi problemi economici dentro Carocci, che ora è stato acquisito da Il Mulino, e io comincio a ricordarmi delle ore passate a lavorare su quei testi, e i Converge cominciano a essere la parte migliore di quel ricordo (questo è di certo un miracolo operato dalla biblioteconomia).

Pochi giorni fa mi è arrivata la notizia che finalmente (ormai direi a sorpresa) verrà pubblicato almeno il manuale universitario. Rivedendo le bozze del mio capitolo mi accorgo che alcune cose sono invecchiate, ma ormai non ha senso rimetterci mano, né mi pare corretto vista la situazione di inadempienza in cui si trova l’editore. Quindi alla fine dei conti verrà pubblicato, in un autorevole manuale, uno strambo capitolo che fotografa “il digitale” di un certa frazione del tempo (pensate agli astronomi che osservano un evento accaduto nello spazio milioni di anni fa, congelato nella condizioni di uno specifico momento), e già mi immagino i poveri studenti costretti a leggerlo chiedersi perché mai stiano guardando col cannocchiale un tempo lontano quando il digitale sarà lì sotto il loro naso in una forma diversa.

Infine, esattamente negli stessi giorni esce la notizia che praticamente la metà delle persone che lavora alla Carocci rischia il licenziamento a causa di un pesante piano di ristrutturazione. Queste persone hanno tutto il mio rispetto e capisco il loro problema, di certo più grave di quello che ho io nei confronti della Carocci edizioni. Però mi chiedo se fra di loro ci sia anche chi aveva scelto di proporre per un ebook un contratto di edizione ricalcato su quello per la stampa e che – a volere essere precisi – dava anche per scontato che chi pubblica non ha bisogno di lavorare per vivere. Quella, o quelle persone che non si sono preoccupate di studiare come l’editoria stava evolvendo, o che non ne hanno voluto tirare delle conclusioni.

Ieri ho visto che è stata lanciata una petizione per “il rilancio” della casa editrice Carocci in nome del rischio di un “impoverimento del panorama editoriale”. A me pare che le petizioni abbiano senso per motivi politici, contro qualcuno che sta per prendere una decisione sbagliata nei confronti della collettività o a favore di una causa che si considera giusta. Non per mantenere forzatamente in vita un’azienda che non vuole adattarsi a un mercato mutato. È come per le sempiterne richieste di fondi per tenere in vita i quotidiani politici italiani: ma se nessuno vi compera il giornale, vorrà ben dire che quel giornale è morto oppure no? E invece ci sono dei bei nomi che sostengono quella petizione, non lo si può negare. Forse sostenuti dalla simpatia umana per chi rischia di perdere il posto di lavoro, forse spinti dalla naturale tendenza all’accanimento terapeutico di questo paese.

Io non spero affatto che Carocci venga tenuta in vita a tutti i costi. Il panorama editoriale italiano resta povero con o senza questa casa editrice. Spero che le persone che ci lavorano e che hanno le capacità per continuare a farlo utilmente in questo settore riescano a non vedere sprecate le loro competenze (al contrario di quanto è stato fatto delle mie), ma questa è cosa molto diversa.

3 thoughts on “Come non pubblicare un libro, ovvero la triste storia di Carocci”

  1. Brava! Molto ben scritto, chiaro e condivisibile in molti punti (comprese l’autoreferenzialità e l’accanimento), anche in base alla mia esperienza. Mi sa che se abbiamo qualcosa da comunicare al mondo ci conviene di più scriverlo in una bella pagina HTML e metterlo in rete gratis…

  2. cara Virginia, sono completamente dì’accordo con te. Il mercato editoriale italiano – anche quello scientifico – è vetusto, elitario e ricattatorio. Il guaio è che anche il mondo accademico ragiona come gli editori gli hanno insegnato a fare, ovvero che pubblica chi ha già pubblicato oppure ha abbastanza denari per pagarsi un congruo numero di copie cartacee, da tenere inscatolate per anni e poi buttare al macero.

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