Gradi di separazione: Aaron (3)

Aaron Swartz (Chicago, 8 novembre 1986 – New York, 11 gennaio 2013).


Quando Aaron morì, nella marea di articoli e commenti online da cui il suo mondo fu sommerso, trovai una prova della teoria dei 6 gradi di separazione che mi colse del tutto di sorpresa. danah boyd, ricercatrice statunitense che lo aveva fra i suoi amici, ne scrisse ripetutamente (qui e, poco dopo, qui) con la profondità che le è consueta e con una capacità ammirevole di andare oltre il suo dolore personale, cosa non certo dovuta in quella circostanza.

Naturalmente io non “conosco” danah boyd nel senso pre-internet del termine. Ma l’avevo incontrata una volta (nel mondo fisico) e questo mi aveva già fatto sentire abbastanza a mio agio da mandarle mail private su cose che aveva detto o scritto. Prima della morte di Aaron. Quindi in quell’occasione le scrissi di nuovo, rischiando l’invadenza e l’inopportunità, principalmente per un senso di solidarietà personale. I gradi di separazione fra me e Aaron si rivelarono essere = 1. Mi sembrò una cosa pazzesca, data l’oggettiva distanza di tempo/spazio/formazione/qualunque altra cosa.

Dopo 3 anni, e molti eventi e altrettanti incontri che certamente non posso imputare ad Aaron ma che la sua vicenda ha certamente contribuito ad accellerare, mi muovo in un modo diverso. Se muore qualcuno del nostro mondo, mettiamo un Ian Murdock, prima di parlarne coi miei amici chiedo loro se lo conoscevano personalmente perché so che, per quanto non probabile, è una cosa sempre possibile, o che sarebbe potuta accadere se il tempo non si fosse fermato per una delle parti.

Sono tornata a leggere quello che avevo scritto a danah in quel triste gennaio del 2013. La ringraziavo per aver parlato in pubblico dei suoi sentimenti, per aver ragionato in pubblico, per aver scritto. Forse il motivo per cui le avevo mandato quell’email non era solo solidarietà o simpatia personale, ma solidarietà collettiva, o almeno così ho imparato a pensarla nel tempo che è seguito.

Ho la fortuna di frequentare molte persone più giovani di me, con le quali ha senso parlare del “come si viveva prima di internet”. Beh, mettiamoci tranquilli, si viveva di merda. Si viveva considerando come propri migliori amici i compagni di scuola. Si sposava qualcuno che viveva nella propria città, tendenzialmente della stessa età, che si era incontrato in qualche occasione sociale basata su interessi comuni (immaginatela in termini di insiemistica: non vi sentite soffocare dalla limitatezza?). Si ascoltava la stessa musica dei propri amici. Si aveva i loro stessi interessi, a meno di non voler passare una vita intera senza incontrare un altro essere umano con la stessa passione per il proprio strambo hobby. Quando si era soli, si era definitivamente soli, perché non c’erano altre porte da aprire.
Naturalmente, è una bellissima cosa restare amici coi compagni di scuola e avere la fortuna di innamorarsi del vicino di casa. Ma io abito in una città a cui sono affezionata ma che non amo (diciamo brevemente che è stata molto avara di opportunità con me). Abito in questa città, ma non ci vivo. Non la frequento particolarmente, non sono aggiornata sugli ultimi locali che hanno aperto, non amo il modo in cui si racconta. Vivo altrove, con persone che incontro raramente ma con cui posso comunicare e lavorare e ragionare continuamente. Abito anche un mondo molto più vasto, un mondo potenziale a cui so che posso affacciarmi dicendo chi sono e che cosa faccio e trovando risposta. Un mondo che è quasi sempre a grado di separazione = 1.

Non amo le figure degli eroi, non sopporto neppure che si usino le facce dei partigiani morti combattendo il fascismo per farci le magliette il 25 aprile. Quindi non parlerò di Aaron come di un eroe: Aaron dovrebbe essere vivo oggi e noi dovremmo essere qui a parlare di qualcos’altro. Ma nella limitatezza di quello che posso dire di lui, so che gli devo anche la consapevolezza di vivere in un mondo collettivo, un mondo migliore di qualunque altro abbia incontrato prima.

1 thought on “Gradi di separazione: Aaron (3)”

  1. Quanti, a metà degli anni ’80, almeno in Italia possedevano una consolle per videogiochi o un Comodore erano pochissimi, come pochissimi erano quanti potevano vantare un pc con installato il OS DOS. Windows e meno Apple introdussero il computer tra gli usuali oggetti presenti nelle nostre case, l’OA invece avvicinò al cuore dei processi di sviluppo della scrittura dei codici.
    Tutto favorì, in maniera di fatto casuale, la nascita di un nuovo soggetto sociale: il mondo prima di internet non conosceva i nativi digitali. Non poteva nemmeno immaginarli.
    Al di là delle considerazioni che si possono fare sui nativi digitali, l’introduzione della tecnologia ha di sicuro cambiato il modo di vivere le relazioni tra persone e il modo di leggere i contenuti web, entrambi non più a grado =1 ma a grado=3. E lo sperimentiamo ogni giorno, tutte le volte che accendiamo un pc o condividiamo un post da un dispositivo. Lego ero sum si potrebbe dire: la rete a moltiplicato in maniera esponenziale la nostra possibilità e capacità di lettura, in maniera sovrabbondante forse, ma assolutamente libera, permettendo a ognuno di noi di riappropriarsi del diritto alla conoscenza come diritto all’esistenza.

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