Wiki per tutti

Sabato 19 marzo si tiene a Palazzo Re Enzo a Bologna una doppia presentazione, o meglio una presentazione incrociata: Turismo Emilia Romagna presenta il suo progetto Adotta una parola, Wikimedia Italia presenta Wikipedia e alcuni progetti correlati e tiene la sua assemblea associativa (pubblica).

Adotta una parola è questo: si compila un’anagrafe di parole di rilievo per la regione Emilia Romagna e si invitano i cittadini, ma anche le agenzie per la promozione turistica delle varie località ad adottarne qualcuna, nutrirla e crescerla fino a farla diventare una bella voce di Wikipedia.

Che io sappia, si tratta di uno dei primissimi progetti italiani in cui un’istituzione pubblica, la Regione Emilia Romagna in questo caso, abbia deciso di collaborare con quell’esperimento globale di creazione collettiva che è Wikipedia. Mi pare perciò che sia interessante rifletterci un po’ sopra, individuando qualche aspetto dell’esperienza che potrebbe incuriosire chiunque lavori nell’amministrazione pubblica

  • il crowdsourcing: il sapere e la passione collettive possono (a determinate condizioni) produrre effetti migliori della somma del lavoro dei singoli. Il tema non è nuovo ma, per chi volesse comunque chiarirsi le idee in modo veloce, la lettura consigliata è Surplus cognitivo, di Clay Shirky.
  • l’adozione di strumenti consolidati della rete, superando l’antica e sempre risorgente titubanza sulla loro affidabilità. “Se una voce è troppo magra, ingrassatela voi”, suggerisce qualcuno, probabilmente ispirato dalle mortadelle che ad eterno monito della cucina emiliana troneggiano in fondo al salone in attesa dell’ora del buffet…
  • la trasparenza: un lavoro che esplicitamente punta alla promozione turistica si adatta alle regole di “totale visibilità” dell’enciclopedia online. La voce, e ogni fase della sua creazione, comprese correzioni e diatribe, resteranno per sempre leggibili.
  • la fatica: “babbi e mamme” che hanno già alle spalle un’esperienza di adozione raccontano come adattarsi alle regole di forma e di sostanza di Wikipedia sia tutt’altro che uno scherzo, alla faccia della sua presunta anarchia! Lettura consigliata per farsi un’opinione informata sul tema: La rivoluzione di Wikipedia, di Andrew Lih.
  • l’apprendimento: solo mettendosi a scrivere e sottoponendo quello che si è scritto al giudizio altrui si scopre quante cose non si sapeva di non sapere. Cosa che rende un uso attivo di Wikipedia raccomandabile anche in molti contesti educativi. Lettura consigliata: nessuna. Abbiamo detto scrivere, non leggere! ;-)

Durante la giornata vengono anche presentati la video-guida a Wikisource, uno dei diversi progetti paralleli che gravitano intorno a Wikipedia e che può cogliere l’interesse di molti bibliotecari, trattandosi di una vera e propria biblioteca digitale completamente libera e prodotta in modo autonomo dal lavoro volontario di persone comuni. Se volete provare a partecipare, tentate con la modalità “rilettura di una pagina a caso”, utile per capire come gli oceani siano composti da un insieme molto grande (ma non infinito!) di gocce nel mare. La guida sarà online a breve, intanto si possono vedere le altre guide già disponibili, quella a Wikipedia e quella a Wikimedia Commons.

Molto interessante anche l’intervento di Mehdi Tekaya che illustra il suo progetto Inside Tunisia, reportage “in diretta” dei recenti eventi che hanno avuto luogo nel paese, e che Mehdi promette di continuare ad arricchire almeno fino alle prossime elezioni. Un bell’esempio per capire che cosa significhi in concreto citizen journalism: qualcuno come Wikimedia Italia, ma anche come me o voi, finanzia direttamente una persona per svolgere sul campo un lavoro di tipo giornalistico in senso classico, ma fondato in questo caso su una sorta di rapporto di fiducia diretto: torna l’idea della trasparenza, e va ad aggiungersi a quello dell’immediatezza consentita dal web.

Vedere Medhi mi ha fatto particolarmente piacere, e non solo per quella specie di senso di baratro che si chiude che si prova davanti alla presenza fisica di persone che ti parlano di mondi diversi. Mi ha fatto piacere anche perché è uno degli autori di 70 chilometri dall’Italia. Tunisia 2011: la rivolta del gelsomino, instant book pubblicato da Quinta di Copertina e che ha dimostrato senza tanti giri di parole come un instant book possa essere realmente tale solo se è un instant ebook. Ecco la storia della sua nascita.

Insomma, alla fine della giornata mi ritrovo iscritta a Wikimedia Italia. Solo un piccolo aiuto, considerato che come wikipediana sono molto meno attiva di quanto vorrei, ma è sempre un modo per cominciare!

Ebook Lab Italia: le parole chiave

Mentre continua ad arrivare qualche commento al post precedente, il mio personale racconto della giornata di sabato 5 marzo, quella che vedete è invece la lista delle parole chiave che la mia collega Simona Brighetti di Salaborsa ha riportato dalla prima giornata di convegno.

Ed ecco il suo resoconto degli interventi sentiti:

Le tre giornate di Ebook Lab Italia 2011 di Rimini organizzate da Simplicissimus Book Farm inaugurano giovedì 3 marzo – giorno dedicato in particolare a editori e distributori – con l’intervento di Gino Roncaglia, uno dei promotori dell’iniziativa. Purtroppo, per colpa della neve che scendeva forte quella mattina, noi – io e l’amico editore digitale Simone Bedetti di Area 51 Publishing – siamo arrivati a discorso concluso, peccato. Anche se Roncaglia l’ho già sentito parlare diverse volte, e seguo e leggo con costanza, è sempre interessante ascoltarlo per la sua capacità di spiegare e chiarire questioni ancora assai complicate almeno per me e per il suo essere sempre molto attento a tutte le continue evoluzioni in atto.

Durante gli applausi a fine intervento ci siamo accomodati in sala. La disposizione con tavoli rotondi dava quasi la sensazione di essere a un matrimonio, quando capita di ritrovarsi seduti al tavolo con degli invitati che non conosci, magari amici della sposa mentre tu sei amico dello sposo. Se in un primo momento la cosa sembrava curiosa poi invece si è rivelata congeniale per conoscere gli altri astanti.

Finito Roncaglia e finite le tante domande a Roncaglia, è la volta di Cristina Mussinelli (AIE) che mette in mostra una quantità infinita di tabelle e numeri. La cosa che mi colpisce è che si tratta principalmente di numeri e andamenti del mercato relativi al 2009 e subito penso che siano poco significativi per ragionare su un fenomeno e un mercato come quello degli ebook in Italia appena partito in maniera significativa da poco più di sei mesi. Non voglio dire che i dati non servano però, sarebbe stato più utile avere qualche dato di fine 2010 e inizio 2011 per vedere i primi andamenti. Forse…

Comunque, oltre ai numeri, si parla di diffusione della lettura su dispositivi con accesso in mobilità e di nuovi comportamenti di lettura su schermi, computer, smartphone, device e di quelle categorie di prodotti dell’editoria che potrebbero avere un grande sviluppo per questa modalità, come per esempio le guide turistiche che possono offrire un intreccio significativo dato da prodotto + contenuto + servizio.

Mussinelli segnala che tra le applicazioni più vendute in Italia si trovano, dopo i giochi, i libri, e si accenna alla nuova release dell’iPad2 presentata pochi giorni prima da Steve Jobs a Londra, che permetterà un’integrazione maggiore tra testo, immagini e suoni.

L’intervento di Matteo Ulrico Hoepli – editore, editore digitale, libraio, librario online – è dedicato, in particolare, al futuro delle librerie. Parte citando una frase del nonno che gli diceva “ricordati, quando ti dicono che il libro è morto, andrà meglio”, evidenziando anche lui che l’arrivo degli ebook non vuole necessariamente dire la fine del libro ma solo una possibilità in più a cui ci si dovrà adeguare.

E infatti, lui che è anche un libraio, vede al momento le librerie come l’anello debole del sistema che si sta sviluppando sempre di più grazie a una serie di benefici significativi sia per l’impresa/editore sia per il privato/cliente.

La libreria Hoepli online ha molti più accessi e “business” di quella fisica in centro a Milano e molti meno costi (affitto, personale, magazzino); permette, grazie a un notevole lavoro organizzativo e strutturale, diversi vantaggi: l’aumento dell’informazione e nella ricerca titoli; la comodità dell’approvvigionamento; la discesa dei prezzi e l’allargamento del mercato.

Per le librerie “offline” Hoepli prevede una riduzione del business che porterà a un minor bisogno di personale non specializzato (es: magazzinieri) a favore di una maggiore necessità di personale con precise “skills”e competenze tecniche. Inoltre, gli spazi della libreria si allargheranno per ospitare altri prodotti come, per esempio, reader e tablet.

Tra le maggiori resistenze che Hoepli e il suo staff riscontrano per uno sviluppo decisivo del mercato online c’è la scarsa capacità/volontà degli italiani a comprare online tramite carta di credito e il prezzo ancora troppo alto degli ebook. Tra i Twitter che vengono proiettati nel fondo della sala si legge “la soglia psicologia del prezzo di un ebook si abbassa sempre di più: un ebook a 1,99 dollari vende 14 volte di più di uno che ne costa 7,99”

Dopo l’intervento di Hoepli, è la volta di Chiara De Servi che illustra il progetto Google eBooks (già Google Edition) attivo in America e a breve anche in Europa.

E qui scatta subito la mia ammirazione, perché Google è Google, e non si scappa…

Google Books è attivo dal 2004 e permette di ricercare e sfogliare direttamente online libri non protetti da copyright o parti di libri offerti da editori e scrittori.

Google eBooks prevede la realizzazione di una piattaforma che permette di acquistare libri in formato digitale nella innovativa versione “buy anywhere, read anywhere”. Permetterà infatti di acquistare i libri per poi poterne usufruire con un device qualsiasi grazie alla digital cloud.

De Servi spiega che l’esperienza di Google Book online parte, come sempre, dalla ricerca, dal motore di ricerca. E mi sembra una partenza significativa!

L’utente/cliente parte da “cosa cerco?” e immette nella “buca di ricerca” di Google un insieme di parole chiave per individuare e trovare qualcosa. Questo qualcosa in Google Edition è un titolo accompagnato da un abstract/anteprima limitata, tutto disponibile nella digital cloud. La pagina del risultato della ricerca presenta il link all’editore per comprare l’ebook se desidera farlo direttamente dal sito dell’editore. Inoltre, permette di embeddare/disseminare l’anteprima all’interno del web e attraverso i social network come per esempio aNobii e Goodreads.

De Servi ribadisce che la forza di Google è nella ricerca. Per l’editore che sottoscrive il Partner Program Account con Google questo è un grande vantaggio insieme alla possibilità e all’opportunità di scelta che l’utente/cliente ha. Grazie agli accordi con gli editori, si viene a formare una grande biblioteca virtuale in cloud computing: l’utente /cliente non ha più bisogno di possedere le copie e di scaricare: “viene sorpassato di fatto il problema delle diverse tipologie di device, si va verso l’accesso a questa biblioteca in digital cloud, sempre disponibile dove, come, quando, nel modo e con lo strumento che si preferisce o che si ha a disposizione in quel momento perché tutto è compatibile – Android phones, iPhone, iPad, iPod touch, web browsers e molti altri readers.”

Qui il video, che spiega il progetto Google Ebook store.

Davide Schmid ha illustrato l’attività “ongoing” del progetto Biblet di Telecom Italia. Obiettivo: essere un abilitatore e un fruitore di contenuti attraverso l’asset maggiore dell’azienda che è la connettività: nei 20 minuti a disposizione (invece che i 7 o 10 degli altri) Schmid ha fatto un vero e proprio spot aziendale, poco significativo a mio parere.

Molto interessante e un po’ “fuori dal coro”, è l’intervento del “mobile fiction author” Piotr Kowalczyte, autore indipendente che scrive testi pubblicati e distribuiti su mobile. Attraverso una suggestiva presentazione (sviluppata con Prezi), Kowalczyte ha illustrato le possibilità e potenzialità del self publishing, una notevole risorsa per autori per la possibilità di pubblicare e sperimentare nuove forme di letteratura e scrittura, con una grande attenzione al lettore, fattore che a suo dire, al momento manca nel campo editoriale e che sarebbe da tenere in maggiore considerazione. Tra le tante informazioni presentate, segnalo il sito The Book Designer che offre consigli, informazioni e servizi per creare libri migliori per chi desidera intraprendere la strada dell’auto-produzione in digitale.

Sarei stata curiosa di sentire l’intervento di Marino Sinibaldi, che invece non è arrivato causa neve. Durante l’intervallo/pranzo ho assistito alla presentazione di Marco Calvo del progetto Liber Liber per la messa online gratuita di testi fuori diritto. Una frase di Calvo mi ha particolarmente colpito, e non solo me visto che poi l’ho ritrovata rimbalzata in diversi Twitter: “i governi non capiscono che Internet è un territorio e continuano a trattarlo come un media”.

Nel pomeriggio ci sono stati gli incontri/scontri al vertice, tutti assai interessanti, a tratti sorprendenti, soprattutto per una come me poco abituata ad ascoltare chi fa business. Il primo, dal titolo Grande distribuzione e store digitali: come evolvono i canali di vendita, vedeva protagonisti Maurizio Motta (MediaWorld), Mauro Zerbini (Ibs.it) e Fernando Mantovani (laFeltrinelli.it). Tra i tre vince la simpatica schiettezza di Motta nel raccontare il mercato e gli andamenti dal suo punto di vista. Mauro Zerbini mostra “alla maniera di Steve Jobs” in semi anteprima Leggo, il reader da loro prodotto in uscita in questi giorni per Ibs.

Di seguito, nell’intervento dal titolo Piattaforme di distribuzione per ebook, la road map dei protagonisti hanno preso parola Marco Ferrario (BookRepublic), Renato Salvetti (Edigita) e Marco Croella (Simplicissimus Book Farm), rappresentanti di tre piattaforme di distribuzione solo di libri digitali. Gli amici editori al mio fianco erano particolarmente interessati a capire movimenti, accordi e sviluppi di relazioni, tra cui alcune annunciate durante l’incontro, come l’accordo tra BookRepublic e Simplicissimus e quello tra Edigita e MediaLibraryOnline.

Per tutti vale l’esempio/guida di Amazon.com che ha sviluppato la più grande “Library” di titoli, fornendo il miglior servizio al cliente, offrendo per primi un device, il famoso, ma assai poco nominato, Kindle. Per tutti la discesa in campo in Italia dei tre grandi colossi americani Amazon, Google e Apple porta a sviluppare strategie e pensieri innovativi.

Tra tutti la presentazione di Simplicissimus è quella che segnala alcune novità: Simplicissimus/Stealth è la piattaforma sia di distribuzione che di servizi che sta sviluppando alcune azioni significative e innovative. Marco Croella illustra brevemente la situazione attuale: 120 editori, 2800 ebook, 14 store.

A brevissimo partono con un servizio di noleggio 1/7 giorni degli ebook dietro accordo con l’editore, con un relativo pagamento in percentuale (99 centesimi per un giorno) e con STOP, l’edicola italiana che presenta quotidiani e riviste disponibili online.

E poi, ancora, tra i servizi per gli editori: Digital Assett Management, motore di ricerca semantico IDOL, impaginazione ebook online, print on demand.

Grande attenzione viene data anche ai Social Reading tool ovvero tutte quelle possibilità per l’utente/cliente di personalizzare la sua lettura di un ebook attraverso la possibilità di evidenziare, inserire bookmark, annotazioni e permettere la condivisione.

Infine grande finale, con il maggiore editore italiano: per Mondadori parla, e un po’ ammalia, Riccardo Cavallero (Libri Mondadori). Si presenta subito con le sue strategie: pubblicare tutto, pubblicare subito, pubblicare economico.

Dell’intervento, devo dire assai brillante, la parte che mi ha più incuriosito è quando denuncia che le tecniche di marketing (creare azioni per favorire il consumo) in uso adesso sono morte: “le cose sono cambiate e il potere ora passa nelle mani del consumatore”. E, sul finire dice “stiamo studiando le modalità per poter arrivare a vendere abbonamenti anziché singoli ebook al prezzo di copertina. A quel punto l’editore diventerà una sorta di grande bibliotecario: non venderà libri in senso proprio ma licenze d’uso, così come fanno, per la tv, Sky o Mediaset Premium”. E rivolgendosi a una bibliotecaria in sala che precedentemente aveva fatto qualche domanda sulla visione futura delle biblioteche, le ha risposto “saremo in concorrenza.”

Finisce così questa prima bella e intensa, giornata. Complimenti all’organizzazione per il lavoro svolto. Solo una piccola nota: lo stress da tempo!!! Davano 7 minuti per gli interventi. 7 minuti sono pochi quando si parla di cose complesse; se poi si viene interrotti in continuazione da qualcuno che dice di fare attenzione al tempo che passa, ecco non si rende un bel servizio né a chi parla e nemmeno a chi ascolta. Ma questo è solo un piccolo neo… Grazie di tutto.

Ebook Lab Italia 2011

Lo dico subito a scanso di equivoci: penso che se ci sono dei convegni a cui i bibliotecari (e l’AIB) dovrebbero assolutamente partecipare di questi tempi, si tratta di convegni come questo.

Sono stata a Rimini solo per la giornata finale, sabato 5 marzo, giornata intensa come d’altra parte mi hanno detto essere state le precedenti. Dato che tutti i materiali (registrazioni video, slide, discussioni) saranno rilasciati sul sito nei prossimi tempi, provo qui a darvi un’impressione generale, qualche dettaglio e, spero, a restituirvi un po’ di sensazioni.

Arriviamo alla fiera di Rimini che è appena cominciato l’intervento di Giorgio Spedicato dell’Università di Bologna, una panoramica dei concetti del diritto d’autore in gioco nell’editoria digitale. Dal fallimento della politica del DRM nell’industria discografica (che ha tentato di rendere tecnicamente impossibile compiere un illecito) al social DRM, sistema inteso a dissuadere dal compiere illeciti (siccome è più facile vederlo in opera che spiegarlo, vi rimando all’immagine che trovate in questo post). Dai rapporti fra autore ed editore alla tipologia di contratti più adatti all’ebook. In generale, un intero mondo di norme da riformare. Vale come esempio la storia dei libri di Ian Fleming, l’ideatore del personaggio di James Bond, i cui libri sono ancora in commercio ma per i quali Penguin, l’editore che a suo tempo ne acquistò i diritti, non può produrre degli ebook. A quel tempo i diritti sulla digitalizzazione non avevano ragione di essere. Non essendo espressamente previsti nei contratti, non si possono considerare trasferiti in modo implicito o in senso estensivo. “Tutti i diritti riservati”, insomma, significa “tutti quelli citati nel contratto”.

A quanto detto da Spedicato si possono ricollegare nel corso della giornata gli interventi di Antonella De Robbio e Alessandro Bottoni, personaggi meno diversi fra loro di quanto si potrebbe supporre dalle loro qualifiche: bibliotecaria a 360° gradi la prima, segretario del Partito Pirata italiano il secondo.

Antonella De Robbio illustra – ad una platea prevalentemente composta da editori e operatori della comunicazione – la molteplicità delle problematiche legate ai diritti che hanno un impatto sui servizi delle biblioteche. “A ciascuno il suo” è il titolo del suo intervento, sull’onda dell’idea che le biblioteche debbano spingere per un bilanciamento dei diritti di proprietà e di quelli di accesso. Il quadro sottostante, quello di grandi progetti di digitalizzazione divisi fra quelli “pubblici” riguardanti le opere di pubblico dominio, le piattaforme commerciali e le piattaforme “pseudopirata”, e un mercato degli ebook contrassegnato in Europa da un’IVA alta (20% contro il tradizionale 4% dei libri) e una normativa non favorevole.

Le biblioteche potrebbero svolgere un ruolo di osservatori della situazione non solo rispetto all’evoluzione della normativa, ma anche a quello dei device. Su questo punto, si sottolineano i temi dell’interoperabilità e della standardizzazione dei formati e delle modalità di accesso ai contenuti.

Sul fronte dei servizi, invece, si tratta di discutere della sensatezza del servizio di prestito dei device agli utenti, e di esplorare le modalità del digital lending, che pare far collassare i concetti, in passato separati, di prestito e di distribuzione. E che assomiglia (troppo?), nel suo modello one title, one user al prestito di oggetti fisici.

Intervengono Gino Roncaglia per ricordare come la biblioteca abbia da sempre creato un mercato di lettori evoluti che aiuta il settore dell’editoria a crescere e Spedicato, obiettando che più di uno dei servizi che le biblioteche vorrebbero offrire in digitale è precluso dall’attuale normativa. Le biblioteche non possono dunque che seguire la strada del lobbying nei confronti di chi amministra il paese da un lato, e dell’aggregazione nella ricerca di accordi da stringere con gli editori dall’altro.

Alessandro Bottoni chiude un po’ il cerchio dei discorso chiarendo, per prima cosa, quale sia l’approccio del Partito Pirata in Italia: non certo l’abolizione del copyright quanto una riforma del diritto d’autore in senso più favorevole ad utenti e lettori. Il suo intervento è una breve guida al funzionamento tecnico del DRM, per intenderci in quanti e quali modi una chiave di cifra possa essere inserita nel pacchetto di file che acquistiamo come ebook, e che ci dovrebbe impedire di farne una copia e di stamparlo, ma che di fatto ci impedisce anche di farne un backup, di utilizzare lo stesso file su un secondo dispositivo e di prestarlo, tutti usi che un utente benintenzionato potrebbe legittimamente desiderare di fare.

Ovvero, è una breve guida a quanti e quali modi esistano per eliminarla, quella chiave di cifra, visto che non esiste DRM che non sia stato craccato e che pare che non esisterà in futuro (date un’occhiata a questo video).

La situazione non è molto diversa neppure per il watermark (social DRM), in cui si tratta quasi di semplice aritmetica: date 2 versioni di un ebook protetto da questo sistema, l’unica cosa che le rende diverse è… il watermark stesso, cosa che lo rende facilmente identificabile e quindi eliminabile.

Certo si tratta di cose non alla portata di tutti, ma di molti sì. Vale dunque la pena mettere nei guai l’utente che del suo ebook vuole fare un uso legittimo per una difesa che non funziona?

La domanda ha una risposta indiretta nella piccola presentazione che ha luogo durante la pausa pranzo, tenuta da Camilla Cerioli e Laura Re Fraschini, due giovanissime ricercatrici dell’Università Cattolica di Milano che raccontano i risultati di una ricerca appena svolta sulla reperibilità dei bestseller italiani nei canali pirata.

La ricerca, limitata nei numeri e nel periodo di tempo osservato, ha riguardato i primi 35 titoli nella classifica delle vendite pubblicata da Informazioni Editoriali nel febbraio 2011. Di questi, il 70% viene commercializzato anche in versione digitale, per la maggioranza protetta con DRM Adobe.

La reperibilità su canale web, Torrent ed Emule (rete kad) risulta del 46% sul totale. Si trovano anche titoli che non esistono in versione digitale legale. La qualità dei file è generalmente buona o discreta, specie per il formato epub. La narrativa è dominante. Il 61% dei titoli protetti da DRM Adobe è presente come copia pirata. Un’altra variabile considerata, il prezzo, porta a concludere che i titoli più piratati in generale sono quelli che non esistono in versione digitale legale e quelli con un prezzo alto.

Sembrerebbe di poter concludere che l’offerta di ebook sia inferiore alla domanda, e che il prezzo faccia la differenza. Il buon senso ha sempre qualcosa da dire… Difficile comunque non concordare con Bottoni quando dice che per l’editore la fiducia meritata dei lettori è l’unico modo efficace di difendersi dalla pirateria.

Ancora sul versante biblioteche: Giovanni Solimine sintetizza i dati sulla lettura e sulle biblioteche in Italia già presentati nel suo ultimo libro, L’Italia che legge. Qualche dato di base: la frequenza delle biblioteche tocca l’11% dei cittadini, e i titoli prestati dalle biblioteche rappresentano il 3-3,5% del valore del mercato librario, per un 5% totale dei libri letti. Un impatto quantitativo veramente basso, difficile da paragonare all’abitudine statunitense a frequentare le biblioteche e al 72% delle biblioteche pubbliche USA che già oggi prestano ebook.

Le biblioteche (anche universitarie) potrebbero avere un ruolo nello sviluppo dell’editoria digitale? Negli USA pare che sia successo. Bene allora prendere la strada della cooperazione, come nel caso di Medialibraryonline, mentre progetti come quello della Biblioteca di Cologno Monzese, che ha al suo attivo da qualche mese il prestito di device caricati di contenuti, pare rivestire un carattere prevalentemente sperimentale.

Restano aperti alcuni temi: indagare in quale misura oggetto del lavoro della biblioteca sia l’apprendimento e in quale la lettura. La doppia natura, sociale e documentaria, della biblioteca, e la possibilità che si riesca ad aggregare una comunità solo a partire dalla funzione documentaria specifica di questa istituzione. Il fatto che la crisi economica farà si che, in Italia, crollino le biblioteche che già oggi ricoprono un ruolo marginale, allargando la forbice fra ciò che funziona bene e ciò che è più debole e quindi meno difendibile.

(Magari, mi sentirei di aggiungere. Nella mia esperienza non c’è limite allo spreco di risorse neanche di fonte a tagli netti dei budget: si salva tutto e niente per amor della parola “biblioteca”, senza alcuna considerazione di quello che i cittadini mostrano di preferire).

Sta di fatto che, di fronte a numeri come 16.000 biblioteche in Italia, di cui 12.000 effettivamente funzionanti, e alle 6000 biblioteche pubbliche, di cui 2000 di buona qualità, non si sa bene cosa pensare. Qualcuno, dal pubblico, pensa semplicemente che siano troppe, paragonate ai loro risultati.

Le novità su Medialibrary sono illustrate da Giulio Blasi, e toccano diversi aspetti della piattaforma. I contenuti: è stato concluso l’accordo, operativo da maggio, con Edigita. Concretamente, questo significa prestito digitale dei titoli distribuiti dalla piattaforma (un nome? Feltrinelli), con download dei file, protetti da DRM Adobe, sul computer dell’utente finale, leggibili per 14 giorni. Inoltre una nuova collezione Casalini, un arricchimento sostanziale dei contenuti musicali (da 15.000 a 115.000 pezzi), titoli Springer per l’università (DRM free!), un accordo con Garamond per la scuola. Dal punto di vista gestionale, uno shop per i responsabili delle collezioni in cui sarà possibile scegliere i titoli uno ad uno e costruire puntualmente la propria collezione digitale.

Si è invece ancora indietro sul versante cinema. Sono ancora lontane soluzioni paragonabili a Netflix, servizio statunitense di noleggio film via web direttamente all’utente finale. L’interesse per questo campo è però molto alto, basti pensare ai 6 euro di costi di transazione che è possibile calcolare per ogni prestito di dvd o di cd in biblioteca, che vanno ad aggiungersi al costo dei contenuti. Recuperare la natura nativamente digitale di questi oggetti e distribuirli in un formato totalmente virtuale sembra essere un passaggio obbligato.

Anna Maria Tammaro tenta di delineare un quadro generale della posizione delle biblioteche rispetto al digitale rifacendosi ad un linguaggio e a un orizzonte mentale più tradizionalmente biblioteconomici. Sinceramente trovo però che non sia riuscita a comunicare efficacemente il suo punto di vista: forse, in un contesto di questo genere, puntare sui concetti della selezione dei titoli, dell’archiviazione e della catalogazione, senza apparentemente prendere atto dell’importanza dei cambiamenti in atto, può dare l’impressione di una certa autoreferenzialità della disciplina. Speriamo che occasioni future le diano modo di riprendere il discorso.

Ma non si parla di editoria innovativa senza esempi di prodotti finiti. Luca Pianigiani, già fra i creatori di Jumper Photo Magazine, un magazine sulla fotografia che ha scalato le classifiche di vendita per iPad (la storia qui), illustra in questo caso Music Album, applicazione iPad e Android, oggetto musicale composto da musica, video, animazioni, testo, interviste, il tutto a contenuto aggiornabile. L’idea è creare nuovi contenitori per la musica, che restituiscano un’esperienza immersiva all’ascolto oggi frammentato in miriadi di mp3.

E per finire.

Per finire, due presentazioni di aziende straniere attive nel campo dei servizi e della produzione dei contenuti. Per quella americana, Baker & Taylor, Joe Schick illustra Blio, applicazione software per e-reader (e store) che punta ad una fruizione arricchita dei contenuti, che vada oltre la semplice trasposizione di testo in formato digitale. Fra gli altri, libri illustrati per bambini, manuali di cucina, libro+audio con funzione text-to-speech (attenzione particolare per le disabilità visive), titoli per la didattica dal cui testo si può partire per controllare online le proprie risorse di reference preferite, tutti contenuti portabili su device diversi. Da giugno 2011 Blio sarà anche partner delle biblioteche pubbliche e scolastiche USA, sempre secondo il modello one copy, one user, mentre in Italia il primo partner di Blio è Simplicissimus.

Della presentazione dell’azienda inglese Touch Press parlo per ultima perché è quella che ha strappato più applausi in tutta la giornata. Max Whitby ci racconta per prima la storia di The Elements, progetto nato dal collezionismo tutto fisico di un appassionato (a dal suo tavolo di legno!) e divenuto nel corso del tempo libro fotografico, poster, sito web e infine ebook nella forma di un’applicazione per iPad. Di quest’ultima è inutile dire quanto sia bella la grafica o che è integrata col raffinatissimo motore di ricerca Wolfram Alpha. Potete semplicemente vederla (ci sono anche il collezionista e il suo tavolo).

L’idea che sta dietro anche al nome – trasparente – dell’azienda, è il ripensamento alla radice di cosa significhi essere un editore oggi, in un contesto di cambiamenti rapidissimi e definitivi (“disrupting” dice Whitby). Autori, editori e ingegneri software partecipano in Touch Press a creare prodotti che siano altro rispetto al libro tradizionale, che creino un’esperienza per il lettore. Interessante anche un altro dato, però: libro a stampa ed app iPad continuano a vendere entrambi, non si sostituiscono e anzi, probabilmente, si promuovono a vicenda.

Seconda applicazione: Solar System, grafica mozzafiato, interattività spinta, canzone di Bjork inclusa. Provate a parlare di astronomia con un bambino con questo oggetto fra le mani…

E infine, quando ci siamo ormai convinti che Touch Press si occupi di divulgazione scientifica, ecco arrivare una vera anteprima, The Waste Land, applicazione per iPad del poema di T. S. Eliot. Alla prima occhiata, un testo integrale accompagnato dal video di un’attrice che lo recita. Un video-libro, che si può scorrere in avanti e indietro, facendo ripartire la lettura-recitazione dove si vuole. Poi appaiono i contenuti aggiuntivi: un paratesto di interventi di esperti di Eliot e, a sorpresa, alcune versioni audio lette da voci differenti. Per farvi un’idea, ascoltate un po’ della registrazione del testo che fece lo stesso Eliot (si trova su Open Culture) e immaginate di metterla a confronto con altre, più moderne, fatte con stili differenti, e di poter intanto leggere il testo (sì, perché questo è un libro, dopotutto!).

Quanto costano applicazioni come queste? Per produrle, dai 50.000 ai 250.000 dollari. Per il pubblico, intorno ai 15, ma sono così tante le copie vendute che il modello non solo si sostiene, ma rende.

In conclusione di questo post già troppo lungo.

Ringrazio Antonio Tombolini di Simplicissimus e la sua organizzazione per avermi gentilmente accordato un accredito stampa.

Segnalo, lasciandolo alle vostre considerazioni, questo twit che qualcuno ha lanciato nell’incredibile backchannel che ha accompagnato la giornata (già disponibile come documento a sé in diversi formati):

“S a t , 0 5 M a r 2 0 1 1 – 1 6 : 1 1 : 4 0
Non so, continuo a pensare alla pirateria come alla migliore delle biblioteche possibili, condivisione ed accesso alla conoscenza”

In via del tutto personale, credo che fra qualche anno mi ricorderò dei libri cartacei in un modo simile a cui ricordo oggi i libri per bambini di quando ero piccola: erano bruttissimi ;-)