Slam the boards!

Nei giorni scorsi diversi bibliotecari americani (ma non solo) hanno lanciato una campagna di promozione del reference digitale quantomeno inedita: invadere per un giorno i servizi di reference “commerciale” come Yahoo Answers, Askville, Wikipedia Reference Desk, proponendosi come esperti per rispondere alle domande di utenti che in genere mostrano di ignorare di avere un’analoga possibilità attraverso le biblioteche.
L’obiettivo è stato dare a questi utenti risposte di buona qualità fornite da persone che si dichiarano palesemente bibliotecari e che, se serve, invitano la gente ad andare nelle loro biblioteche per proseguire le ricerche.

E’ in rete anche un wiki dedicato all’iniziativa: http://answerboards.wetpaint.com/
Ci trovate la descrizione del progetto, i partecipanti, una rassegna stampa, esempi di risposte ecc.

L’iniziativa è stata per ora limitata al 10 settembre, perciò cominciano ad apparire anche i primi commenti su come è andata.

Un paio di commenti passati su dig_ref, la lista americana (e internazionale) di discussione sul reference:

“The bigger question might not be whether they prefer Yahoo Answers, but whether they even know of an alternative! I think we’re still trying to come to grips with the OCLC Perceptions report that essentially stated that for the vast majority of people “Libraries=Books”…period. The library’s reference services may never have even been on that user’s radar. Now it might be…and then we can start thinking of it in terms of preferences. Pop culture isn’t helping us any in terms of informing the mass market, so we have to go out and show off on our own, one user at a time.”
Bill Pardue, 11 sett. 2007

“I don’t understand why so much time seems to be spent on shining a light on the obvious: the library for books and reading. We do other things too, and many librarians and libraries do them well. Are you going to get reference service in a book store? We need to focus on the unique, not the obvious.”
Pam Morgan, sempre l’11 settembre

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La legge del Chinotto

La coda lunga : da un mercato di massa a una massa di mercati / Chris Anderson ; traduzione di Susanna Bourlot. – Torino : Codice, 2007

Non farò una recensione di questo libro perché l’ha già fatta Maurizio Zani sul numero 2/2007 di Bibliotime.

Come al solito, invece, riporto le cose che hanno colpito me, a ruota libera.
Il libro tratta di economia delle reti, distribuzione, logistica… tutte cose lontane dai nostri problemi? Nient’affatto e per due motivi: 1) attraverso le reti passa una gran mole di contenuti culturali e 2) la logistica e le sue limitazioni fisiche hanno molto a che fare con le biblioteche.

Il principio della coda lunga è ormai noto: l’abbattimento dei costi della distribuzione via rete fa sì che anche nicchie di mercato piccolissime risultino produttive.
Ma soprattutto svela il fatto che tali nicchie esistano.
Perché al bar è difficile trovare il Chinotto e ci viene sempre propinata la Coca Cola? Non perché i gusti della gente siano così livellati come siamo abituati a pensare, ma semplicemente perché la distribuzione fisica delle merci in uno spazio ristretto (il tir che porta in giro le casse, il magazzino del bar) rende improduttivo portare nei bar sia il Chinotto sia la Coca Cola.

Pensate a cosa questo significhi per i contenuti culturali: con la distribuzione in rete di musica e video, ma anche coi grandi rivenditori di libri come Amazon che usufruiscono di un catalogo unificato e un mega-inventario distribuito, hanno cominciato a vendere materiali che nessun imprenditore avrebbe prima corso il rischio di distribuire.
Esiste quindi una enorme domanda presente nella nostra cultura che fino ad ora è rimasta schiacciata dietro quella che Anderson definisce “l’economia della scarsità” imposta dal modello dominante di distribuzione. Quindi i soliti discorsi del tipo “gli italiani non leggono”, “alla gente non importa niente” e così via forse non sono altro che qualunquismi appena mascherati e, per chi fa il nostro mestiere, alibi per non farlo davvero…
“Oggi, la nostra cultura è una crescente commistione di testa e coda, hit e nicchia, istituzioni e individui, professionisti e amatori. La cultura di massa non sparirà, semplicemente sarà meno di massa. E la cultura di nicchia sarà meno di nicchia” (p. 181). Con un’altra espressione: “stiamo assistendo a un passaggio dalla cultura di massa a una cultura massicciamente parallela” (p. 184).

Davanti agli enormi mercati (possiamo anche chiamarli richiesta di cultura) che si aprono, naturalmente si aprono anche nuovi problemi.

Uno in sintesi è il fatto che diventa più difficile orientarsi perché l’offerta è più ampia e complessa. In un mondo virtuale di liquori all’anice sceglierò la Sambuca classica, la Sambuca alla liquirizia, il Varnelli, il Pastice o l’Ouzo? (Per fortuna del mio fegato il portafoglio mi impedirà di sceglierli tutti quanti!)
La risposta a questo problema è il concetto di filtro: la ricerca in un database deve essere tanto potente e raffinata quanto più si amplia la quantità di informazione contenuta. Ovviamente si apre qui tutta la questione dell’indicizzazione, dei metadati, della catalogazione. Ma non è tutto qui. Quello che emerge dai rivenditori online di musica (quello più citato qui è Rhapsody) è l’attenzione per altre forme di filtro, più direttamente “umane”, cioè che sfruttano direttamente i consigli che gli utenti di un servizio si danno fra loro o i loro comportamenti di consumo (anche se magari se ne occupa un software piuttosto elaborato). Anderson li definisce “servizi di raccomandazione”. Se volete fare una prova, andate su uno dei tanti siti che vendono file mp3 e cercate il vostro gruppo preferito: troverete sicuramente anche una selezione del tipo “se ti piace X, potrebbe piacerti anche Y”. Ma anche uno strumento vecchio come la classifica dei più venduti/ascoltati/scaricati può funzionare in questo senso, a patto che sia la classifica di un sotto-sotto-genere iperspecializzato, e non la top ten delle vendite in assoluto che, livellando i gusti di tutti in un unico contenitore, non dà indicazioni sensate per i singoli.

E per quanto riguarda direttamente le biblioteche?

Già diverse persone hanno notato che le biblioteche hanno preservato per secoli materiali per mercati di nicchia. Le biblioteche pubbliche oggi lo fanno acquistando sia il bestseller del momento, sia il testo pubblicato dal piccolo editore che in libreria è completamente invisibile. E’ vero, lo scaffale della biblioteca è una splendida democrazia delle idee: tutti in fila, tutti pari, e metadati per tutti.

Mi sembra che ci siano però due possibilità che non abbiamo indagato.

La prima è una questione di logistica. Non abbiamo mai fatto alcun calcolo relativo alla visibilità sullo scaffale, ad esempio a seconda del livello dello sguardo umano, quando sappiamo tutti che i libri sullo scaffale più in basso, (quelli che per vederli bisogna chinarsi) escono di meno in prestito. Eppure i gestori di supermercati studiano da anni come posizionare su ogni centimetro di scaffale le merci (e conseguentemente quanto farsi pagare dai fornitori).
La biblioteca non è un supermercato?
E invece la biblioteca (almeno quella a scaffale aperto) è esattamente un supermercato, più molte altre cose. Non c’è comunque motivo di non utilizzare l’esperienza di settori che potrebbero dirci qualcosa, anche se è chiaro che un equilibrio fra i massimi sistemi del povero vecchio Dewey e la logica delle vendite a un indistinto pubblico di consumatori non sarà impresa da poco!

Se vogliamo un bell’esempio di come il supermercato cortocircuiti sulla biblioteca nell’organizzazione semantica degli scaffali:

“una scatoletta di tonno non può esistere simultaneamente in plurime categorie, anche se gli interessi e i percorsi di ricerca di ciascun cliente potrebbero suggerirne molte: ‘pesce’, ‘cibo in scatola’, ‘farcitura per panini’, alimenti magri’, ‘in promozione’, ‘molto venduto’, ‘sotto i 2 dollari’ e via dicendo” (p. 152).

Non vi ricorda qualcosa a noi molto noto? ;-)

Inutile dire che Anderson cita proprio la Dewey come sistema di collocazione del materiale a scaffale poco efficiente…
In compenso, cita una biblioteca come esempio positivo (ma quanto?): “nella biblioteca pubblica di Seattle i numeri di Dewey sono segnati a terra, su mattonelle di gomma che interrompono il cemento. Quando le file di libri si estendono e si spostano in base alle priorità d’informazione del mondo, si spostano anche le mattonelle di gomma. E se, un giorno, Dewey avrà fatto il suo tempo, queste mattonelle di gomma potranno essere ribaltate e diventare un ottimo zerbino su cui pulirsi i piedi. Una biblioteca a prova di futuro non formula ipotesi sul panorama dell’informazione di domani” (p. 159)

La seconda questione attiene al problema dei filtri.
Paul Sturges del Committee on Free Access to Information and Freedom of Expression dell’IFLA, parlando della catalogazione come strumento del diritto d’accesso:
“lo sviluppo di sistemi sempre più sofisticati di recupero dell’informazione ha occupato i pensieri delle menti migliori della biblioteconomia per gran parte del ventesimo secolo … Questo magnifico progetto è stato per certi versi efficace e produttivo, e tuttavia la grande produzione di cataloghi online, di basi dati e di sistemi computerizzati di recupero non ha risposto in maniera chiara a tutte le necessità di chi cerca informazioni e degli utenti della biblioteca. In effetti, l’attenzione posta prevalentemente sulla logica dei sistemi di metadati per il raggiungimento dell’obiettivo del recupero automatico ha trascurato la banale realtà degli stili di apprendimento umano e delle strategie di ricerca. “ (in Bibliotime 1/2007).

Nei termini di Anderson, “un unico filtro non va bene per tutti” (p. 106).
Quali strumenti possiamo usare per far incontrare più efficacemente utenti e materiali?
La prima risposta è: reference! Ma che discorso enorme che si apre…
La seconda è: strumenti del Web 2.0!
Penso ad es. a strumenti banali (e tecnicamente gratuiti!) come i blog della biblioteca, in campo anglosassone già molto diffusi (su Google cercate “library blog” e buon divertimento…).
In modo semplice potremmo rispondere a un’esigenza di:

  1. pubblicazione rapida (novità sui servizi, ultimi acquisti…)
  2. promozione di temi e materiali (l’evento della settimana linkato alle news online che ne parlano e ai saggi di approfondimento presenti in biblioteca)
  3. interazione con gli utenti (possibilità di leggere i loro commenti)

Oppure penso alle tante presentazioni di libri e incontri con gli autori che si perdono nel nulla appena terminati.
Non è uno spreco di lavoro? Quanto pubblico potenziale è andato perso? Si potrebbe mettere sui siti delle biblioteche l’audio di questi eventi scaricabile in mp3.
Bastano questi esempi, anche perché siamo in un mondo, come dice David Lankes, di permanent beta ed è inutile cercare di prevedere le evoluzioni prossime future degli strumenti di comunicazione via web. Non sarebbe male però cominciare a farci un po’ di esperienza diretta…

 

 

 

L’accesso ai contenuti culturali digitali

Sul Giornale della Libreria, luglio/agosto (2007), c’è una presentazione dei risultati della ricerca svolta dall’Osservatorio permanente dei contenuti digitali (creato da AIE e associazioni di categoria simili) sulle modalità di accesso a tutti i tipi di contenuti digitali (testi, musica, cinema…) attraverso qualunque piattaforma tecnologica.
In realtà l’articolo riprende da vicino la sintesi dell’analisi, online su http://www.osservatoriocontenutidigitali.it/leftmenu/Lindagine/tabid/596/Default.aspx

Qualche dato:

  • 52% di italiani che non usano mai internet
  • 23% di heavy user (si connettono ogni giorno o quasi)
  • nella fascia d’età 14-36, gli heavy user sono prevalentemente donne, quindi dovremo rivedere l’idea della maggiore diffusione di internet fra gli uomini che era rimasta vera fino ad oggi. Sta arrivando l’ondata delle generazioni nate insieme alle nuove tecnologie e questo cambia anche il quadro di genere. Chissà però se allo scadere dei 36 anni anche le donne prossime future non saranno catturate dal meccanismo lavoro-spesa-lavatrice-corsa all’asilo ecc.? ;-)
  • l’uso delle tecnologie di per sé si può accompagnare sia ad un alto, sia ad un bassissimo livello di consumo culturale: si può essere dei fanatici delle nuove tecnologie ma occuparsi solo degli ultimi modelli di cellulari usciti e dei loro infiniti gadget, oppure (aggiungo io) passare ore al pc di casa ma solo davanti a videogiochi dementi. Viceversa, si possono scaricare film, ascoltare in mp3 l’ultima puntata della trasmissione radiofonica preferita, e così via…
    “Sembra dunque che sia la discriminante culturale a permettere e orientare gli utenti verso un utilizzo attivo o passivo delle nuove tecnologie: la tecnologia di per sé costituisce un elemento neutro. Più che di digital divide appare più corretto parlare di cultural divide”.

Molto utile l’immagine a p. 30, che rappresenta graficamente le aree in cui ricadono i consumatori culturali incrociando livello tecnologico e livello culturale (per visualizzare completamente l’immagine, scorrete 2 p. in basso), mettendo insieme mezzi digitali e tradizionali. Ne emergono alcune categorie che le biblioteche dovrebbero considerare come loro target da recuperare: sia l’area dei forti consumatori di sola tv, sia quella di appassionati della tecnologia ma sul solo versante cellulare/navigatore satellitare, ecc.