Un tesoro nascosto

Mappe del tesoro : atlante del capitale sociale in Italia / Roberto Cartocci. – Bologna : Il mulino, 2007

Una lettura possibile per avere qualche dato certo in più sul nostro pubblico (che, ahimé, resta quasi sempre un pubblico prevalentemente potenziale).

Si tratta di una rilevazione di indicatori del capitale sociale, un concetto che comprende “fiducia, senso di obbligazione e di responsabilità verso gli altri e le istituzioni, solidarietà e partecipazione” (p. 13), allo scopo di interpretare le differenze sociali e culturali tra le varie parti d’Italia in un modo più raffinato di quello puramente economicista che guarda solo ai redditi e al PIL, o a quello giornalistico che sfrutta gli eventi della criminalità senza inserirli in un contesto di senso. Un tentativo di misurare con gli strumenti della statistica quello che viene comunemente definito il “senso civico”:
“Lo stock del capitale sociale determina il grado di coesione sociale, l’ampiezza e la profondità dei legami orizzontali (di solidarietà tra sconosciuti) e la natura delle relazioni con le istituzioni. In breve, l’espressione designa un insieme di caratteristiche che attestano la qualità della società civile … Questo tipo di dotazione collettiva non può che riflettersi anche sulla qualità delle istituzioni politiche e sullo sviluppo delle relazioni di mercato, determinando il tessuto etico in cui avvengono transazioni economiche e relazioni cittadini-istituzioni: affidabilità degli attori, rispetto delle regole, ridotta incidenza di comportamenti opportunistici, lealtà verso le istituzioni.” (p. 53).
Che indicatori si usano per fare una ricerca del genere?
Diffusione dei quotidiani, partecipazione elettorale, diffusione di associazioni sportive di base e delle donazioni di sangue.
Categorie apparentemente abbastanza lontane fra loro, ma come si sa in un’indagine sociologica bisogna ottimizzare il rapporto fra dati disponibili (ad es. disaggregati allo stesso livello, in questo caso provinciale) e loro significatività. Come ammette lo stesso autore (p. 58), sarebbe stato ancora più interessante monitorare comportamenti informali e dimessi come rispettare le file, non calpestare l’erba nei giardini pubblici, soccorrere uno sconosciuto per strada… Ma ciò che non si può misurare in modo standardizzabile  non può essere oggetto di analisi. Impariamo ad appoggiare le nostre opinioni su dati e non su impressioni personali (ovvero: “statistica” non è una parolaccia!).

Al di là dei risultati sui singoli indicatori, che pure dicono molte cose (ad es. in Sardegna si leggono moltissimi quotidiani: qualcuno sa come mai?), i risultati complessivi confermano in pieno l’idea di un’Italia spezzata da una frattura così netta da essere sorprendente.
A p. 98 trovate la carta d’Italia con l’indice complessivo di capitale sociale: al di sotto della linea Ancona-Perugia-Grosseto l’indice precipita! “Il Mezzogiorno” esiste ancora come un monolite interrotto da poche eccezioni.
Alle radici della ricerca di Cartocci si trova una precedente ricerca curata da Robert Putnam (Tradizione civica nelle regioni italiane) che utilizzava dati degli anni ’70 e ’80. Bene (anzi, male), il senso generale dei risultati delle due ricerche è esattamente lo stesso.
Il capitale sociale è messo anche in correlazione con indicatori relativi alla funzionalità delle istituzioni regionali. Istituzioni in senso lato, perché come esempio viene preso l’utilizzo delle strutture sanitarie sul proprio territorio o, viceversa, il fenomeno delle migrazioni in altre regioni italiane a scopo di cura. Anche in questo caso, capitale sociale e rendimento delle istituzioni  disegnano una stessa geografia: la mappa d’Italia resta spezzata esattamente in due, con un centro-Nord che si attesta su valori positivi e il contrario per Sud e isole.
Infine, segue la stessa traiettoria il divario di sviluppo economico (misurato sul reddito).
C’è nelle dimensioni analizzate una forma di “casualità circolare, in un gioco di rimandi dalla precarietà economica alla carenza di comunità civica, all’inefficienza delle istituzioni … , allo sviluppo dell’economia informale, al deficit di legalità, alla difficoltà di attirare investimenti dall’esterno, per giungere di nuovo alla precarietà economica.” (p. 119)
Cartocci tira le sue conclusioni:
“A questo punto occorre l’onestà intellettuale di riconoscere un fallimento storico della Repubblica: l’incapacità di risolvere il problema del divario Nord-Sud quando le condizioni del mercato mondiale erano risultate più favorevoli all’Italia: ovvero quando si era aperta la finestra di opportunità offerta dai ‘gloriosi’ trent’anni compresi tra la fine della guerra e il primo shock petrolifero. Le cospicue risorse investite in quegli anni non sono state sufficienti per venire a capo del problema, soprattutto per il loro uso spesso distorto, in vista dell’acquisizione di consenso elettorale a breve. Uno scambio politico che si è tradotto in mancato decollo autosostenuto e in pedagogia negativa delle istituzioni.” (p. 116)

Una conclusione che invece si può allargare alle biblioteche in quanto istituzioni pubbliche:
“le istituzioni hanno obiettivi esplici e circoscritti, ma nel loro agire è embedded la produzione o distruzione di capitale sociale. Questa ricaduta pedagogica non può essere messa in parentesi: le istituzioni alimentano valori, ma anche disvalori nel momento in cui tradiscono gli scopi per cui sono nate, in quanto incoraggiano la sfiducia e la slealtà.” (p. 126)
Lascio a voi chiedervi quanto le biblioteche possano o non possano fare in una di queste direzioni… Voglio però sottolineare le espressioni sfiducia e slealtà… sono parole che mi fanno pensare al modo in cui Zygmunt Bauman analizza i termini minuti dei cambiamenti sociali, i micro-mutamenti nelle relazioni tra persone che riflettono i cambiamenti sulla società nel suo complesso.

Altro risultato che ho notato: il fatto di ospitare una metropoli è praticamente ininfluente rispetto alla collocazione geografica della provincia. In pratica, la provincia di Roma ha un valore in linea con quello del Lazio (medio-basso), mentre le province di Bologna e Firenze sono perfettamente allineate ai valori delle loro regioni (alti). La presenza di una grande città non cambia praticamente nulla da questo punto di vista.

Per chi è curioso di vedere a quale valore di capitale sociale arrivino le singole provincie, i dati li trovate in Appendice a p. 138.

Un’ultima notazione: mi ha colpito questa come definizione di una popolazione di cittadini portatori di capitale sociale: “Non una popolazione di eroi, ma componenti di una cultura che prevede, nel suo repertorio di normalità – banalità – codificate, un’immagine non antagonista degli altri e delle istituzioni.” (p. 52).
Non antagonista? Quanti slogan della sinistra vengono in mente… Ma su questo lascio la riflessione aperta… che ne pensate?

I nuovi ceti popolari

Credo che come categoria professionale dovremmo occuparci di più dei lavori dei sociologi che possono aiutarci ad avere un’idea più precisa del pubblico delle nostre biblioteche. Tutti abbiamo impressioni che piano piano diventano certezze su chi frequenta le nostre biblioteche e su che cosa cerca: ma sarà veramente così? Quanto invece ci basiamo sul nostro pregiudizio?

E inoltre: il pubblico potenziale, la grande massa degli italiani che fa a meno di noi, chi sono queste persone? In che modo potremmo rivolgerci a loro?

Vi consiglio perciò di leggere I nuovi ceti popolari : chi ha preso il posto della classe operaia? / Mauro Magatti, Mario de Benedittis. – Milano : Feltrinelli, 2006

Si tratta di un’analisi “dura” di sociologia: campione, analisi incrociata dei risultati, ecc.

Che cosa mi ha colpito?

Innanzitutto il campione scelto: come indicatore di appartenenza alla ex classe operaia si è scelto il titolo di studio, diploma di scuola media inferiore. Bene, appartiene a questa categoria il 53% degli italiani nella classe 20-49 anni! (p. 40) Già interessante per chi è abituato a vedere tutto attraverso il prisma della cultura e dell’informazione…

Si tratta di una grande categoria di persone non necessariamente deboli dal punto di vista economico (anche se tendenzialmente più fragili di fronte a eventi quali la perdita del lavoro, l’insorgere di malattie gravi, ecc.). La loro “povertà” si colloca invece sul fronte della capacità tutta culturale di comprendere la realtà circostante, darle un senso sia cognitivo sia operativo, inserirsi nei suoi meccanismi e sfruttarne le potenzialità: “la strutturazione dei processi di disuguaglianza contemporanei può essere collegata alla disponibilità di capitale culturale” (p. 39).

Esiste ad es. una correlazione positiva fra maggiore disponibilità di competenze culturali (avere frequentato qualche anno di scuola dopo la terza media), coinvolgimento nel mondo del lavoro, esposizione mediatica variegata, rete di socialità allargata e consumo.

Ma resta esclusa da tutto ciò un larga fascia di persone, tipicamente donne, casalinghe, residente nel Sud in centri medio-piccoli, completamente abbandonate ad un consumo ipertrofico di televisione e senza legami relazionali al di fuori della famiglia. Sono le stesse persone che si dichiarano più preoccupate dai temi legati alla “sicurezza” (la fragilità del mondo del lavoro, l’immigrazione come potenziale concorrente nell’accesso alle risorse, un terrorismo tanto temuto quanto lontano nella realtà quotidiana).

Basterebbe forse per scalzare questa specie di zoccolo duro dell’ignoranza un livello appena maggiore di esposizione a diversi media. Impossibile non pensare alle tante biblioteche pubbliche inesistenti nel Sud!

Inutile poi dire che per il 50% del campione analizzato Internet resta un mezzo totalmente sconosciuto… digital divide o gender digital divide?

Che cosa ne è stato allora dei discendenti dell’ex classe operaia?: “individualizzazione, estetizzazione della vita quotidiana, subordinazione invisibile, dispersione dell’autorità, tradizionalismo, attaccamento localistico, angoscia diffusa, assenza di criteri di lettura del tempo storico” (p. 222)

In sostanza lavoro incerto anche se talvolta remunerativo, famiglia come unica rete affidabile di protezione, bar, centro commerciale, consumismo e ancora consumismo (le Nike ma qualche volta anche il bestseller di turno).

Gli autori concludono sintetizzando così: “è importante lavorare per costruire e rafforzare nuovi canali di mediazione di senso e di interesse tra i nuovi ceti popolari e la realtà sociale circostante, in modo da rompere l’isolamento nel quale rischiano di cadere, ampliare l’insieme delle opportunità alle quali possono concretamente aspirare, ridurre i margini di oscillazione e instabilità” (p. 232).

Sono i dati stessi a dimostrare che “la possibilità di aver avuto accesso a qualche anno in più di istruzione contribuisce a moderare l’instabilità economico-lavorativa e culturale”.

Per tutte le persone ormai escluse da questa possibilità forse rimangono solo le biblioteche. E allora smettiamola di coccolare i lettori forti che leggerebbero anche senza di noi e andiamo a cercarceli, questi famosi utenti potenziali. Magari li troviamo al bar o al centro commerciale…