Benvenuti! Se state leggendo queste parole significa che avete ricevuto un invito…

Ma vi chiederete forse perché mai un bibliotecario non dovrebbe essere anche un bibliofilo. Che intendo con questo titolo di blog che è (anche) una provocazione?

In estrema sintesi questo:

L’amore per il libro in sé distrae i bibliotecari dal senso profondo del loro lavoro. In Italia, dove arriviamo sempre un po’ col fiato corto a sperimentare le nuove tecnologie, forse li distrae più che in altri contesti. Forse, paradossalmente, siamo distratti anche dall’immane patrimonio che custodiamo. Quello che il bibliotecario non bibliofilo invece tenta di ricordare è che ciò di cui dovremmo occuparci è che le informazioni giuste arrivino alle persone giuste nel momento giusto. Direte: bella scoperta! D’accordo, ma pensate ad es. a quanto ancora sia vista con sospetto la pratica dello scarto!
Chi di voi non ha sentito (o detto, o pensato) frasi del tipo “è sempre un peccato buttare via un libro”?
Beh, rassegnamoci, il libro è solo un oggetto.
Il libro è bello se è utile, e potete intendere “utile” nel senso che volete. Tanti libri sono utili per un po’ (l’elenco del telefono) o saltuariamente (il libro di ricette). Altri non sono utili praticamente mai (l’ennesima versione del “grande libro delle insalate”). Molti altri sarebbero utili per sempre, e ciò nonostante le culture umane finiscono per dimenticarsene. Perciò vedete il libro e tutti i suoi confratelli semplicemente come una transitoria forma di supporto della conoscenza umana. La conoscenza è umana, perciò siamo noi a decidere cosa farne. Tanti libri possono essere utilmente conservati nella biblioteca giusta (non una qualsiasi, non in miliardi di copie). Tanti altri possono essere buttati via e riciclati in carta nuova.
Un’implicazione della bibliofilia dei bibliotecari è che dimenticano di chiedersi chi siano i loro utenti, specie quell’enorme fetta di cittadini che in biblioteca non ci va neanche morta. E quell’enormità non è meno grave solo perché le cose sono sempre andate così, anzi.
Certo le responsabilità sono distribuite fra tanti, per prenderla davvero alla lontana possiamo partire dalla particolarità della formazione dello Stato italiano per arrivare alle mancanze di fondi di oggi. In mezzo metteteci tutto quello che volete.
Ma quando potremo vedere un bibliotecario italiano farsi voce in prima persona del senso politico del suo lavoro, premere sui suoi amministratori affermando che il valore della biblioteca non è quello di essere una bella vetrinetta della cultura ma un’infrastruttura necessaria ad un paese civile?

Perciò ho pensato di condividere con persone che stimo alcune cose che mi vengono in mente, in particolare qualche riflessione nata da alcuni saggi che cercano di colmare quel gran vuoto di conoscenza che tutti abbiamo su pubblico potenziale, consumi culturali, cambiamenti sociali, nuove tecnologie.

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Un adolescente in biblioteca

”La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scriveva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per andare a leggere i giornali dell'epoca nell'emeroteca della biblioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Arrivavo presto la mattina, in anticipo sull'apertura del portone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il 'Corriere della Sera'. Partii dalla strage di piazza Fontana per arrivare al giorno dell'omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un'altra epoca, perdevo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo completamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un'esperienza totalizzante. Alcune volte ero preso da una curiosità da spettatore, distante, come se la vicenda non mi appartenesse, altre invece l'angoscia mi toglieva la saliva, mi tagliava le gambe. Allora mi alzavo, riavvolgevo il microfilm e mi spostavo di poche decine di metri, nella sala cineteca. Un luogo meraviglioso, pieno di fascino, con una collezione di titoli che mi sembrava eccezionale. Sceglievi un film, poi aspettavi alla tua postazione di fronte al video che lo caricassero nel videoregistratore. La consideravo una cosa straordinaria, un servizio pubblico da privilegiati, degno di una grande città all'avanguardia come era Milano. Per restare in tema, o forse prigioniero di quegli anni, chiedevo pellicole degli anni Settanta: Fellini, Truffaut, Kubrick. Sempre da solo, sempre in silenzio. Per tornare al presente, alla fine di ogni mattina, andavo dietro piazza del Duomo, al panificio Luini. I panzerotti con la mozzarella e il pomodoro sono stati per anni la mia ancora di salvezza, l'interruttore per riaccendere la vita. Ne prendevo due e li mangiavo camminando verso il Castello.”

Chi parla è Mario Calabresi, figlio del commissario Calabresi ucciso nel 1972.

La citazione è tratta da p. 9 e 10 di Spingendo la notte più in là : storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo / Mario Calabresi. – Milano : A. Mondadori, 2007 … e non ha bisogno di particolari commenti.

Può tornare utile per ricordarsi che le implicazioni di quello che facciamo in biblioteca possono estendersi molto oltre la portata delle apparenze.

Un tesoro nascosto

Mappe del tesoro : atlante del capitale sociale in Italia / Roberto Cartocci. – Bologna : Il mulino, 2007

Una lettura possibile per avere qualche dato certo in più sul nostro pubblico (che, ahimé, resta quasi sempre un pubblico prevalentemente potenziale).

Si tratta di una rilevazione di indicatori del capitale sociale, un concetto che comprende “fiducia, senso di obbligazione e di responsabilità verso gli altri e le istituzioni, solidarietà e partecipazione” (p. 13), allo scopo di interpretare le differenze sociali e culturali tra le varie parti d’Italia in un modo più raffinato di quello puramente economicista che guarda solo ai redditi e al PIL, o a quello giornalistico che sfrutta gli eventi della criminalità senza inserirli in un contesto di senso. Un tentativo di misurare con gli strumenti della statistica quello che viene comunemente definito il “senso civico”:
“Lo stock del capitale sociale determina il grado di coesione sociale, l’ampiezza e la profondità dei legami orizzontali (di solidarietà tra sconosciuti) e la natura delle relazioni con le istituzioni. In breve, l’espressione designa un insieme di caratteristiche che attestano la qualità della società civile … Questo tipo di dotazione collettiva non può che riflettersi anche sulla qualità delle istituzioni politiche e sullo sviluppo delle relazioni di mercato, determinando il tessuto etico in cui avvengono transazioni economiche e relazioni cittadini-istituzioni: affidabilità degli attori, rispetto delle regole, ridotta incidenza di comportamenti opportunistici, lealtà verso le istituzioni.” (p. 53).
Che indicatori si usano per fare una ricerca del genere?
Diffusione dei quotidiani, partecipazione elettorale, diffusione di associazioni sportive di base e delle donazioni di sangue.
Categorie apparentemente abbastanza lontane fra loro, ma come si sa in un’indagine sociologica bisogna ottimizzare il rapporto fra dati disponibili (ad es. disaggregati allo stesso livello, in questo caso provinciale) e loro significatività. Come ammette lo stesso autore (p. 58), sarebbe stato ancora più interessante monitorare comportamenti informali e dimessi come rispettare le file, non calpestare l’erba nei giardini pubblici, soccorrere uno sconosciuto per strada… Ma ciò che non si può misurare in modo standardizzabile  non può essere oggetto di analisi. Impariamo ad appoggiare le nostre opinioni su dati e non su impressioni personali (ovvero: “statistica” non è una parolaccia!).

Al di là dei risultati sui singoli indicatori, che pure dicono molte cose (ad es. in Sardegna si leggono moltissimi quotidiani: qualcuno sa come mai?), i risultati complessivi confermano in pieno l’idea di un’Italia spezzata da una frattura così netta da essere sorprendente.
A p. 98 trovate la carta d’Italia con l’indice complessivo di capitale sociale: al di sotto della linea Ancona-Perugia-Grosseto l’indice precipita! “Il Mezzogiorno” esiste ancora come un monolite interrotto da poche eccezioni.
Alle radici della ricerca di Cartocci si trova una precedente ricerca curata da Robert Putnam (Tradizione civica nelle regioni italiane) che utilizzava dati degli anni ’70 e ’80. Bene (anzi, male), il senso generale dei risultati delle due ricerche è esattamente lo stesso.
Il capitale sociale è messo anche in correlazione con indicatori relativi alla funzionalità delle istituzioni regionali. Istituzioni in senso lato, perché come esempio viene preso l’utilizzo delle strutture sanitarie sul proprio territorio o, viceversa, il fenomeno delle migrazioni in altre regioni italiane a scopo di cura. Anche in questo caso, capitale sociale e rendimento delle istituzioni  disegnano una stessa geografia: la mappa d’Italia resta spezzata esattamente in due, con un centro-Nord che si attesta su valori positivi e il contrario per Sud e isole.
Infine, segue la stessa traiettoria il divario di sviluppo economico (misurato sul reddito).
C’è nelle dimensioni analizzate una forma di “casualità circolare, in un gioco di rimandi dalla precarietà economica alla carenza di comunità civica, all’inefficienza delle istituzioni … , allo sviluppo dell’economia informale, al deficit di legalità, alla difficoltà di attirare investimenti dall’esterno, per giungere di nuovo alla precarietà economica.” (p. 119)
Cartocci tira le sue conclusioni:
“A questo punto occorre l’onestà intellettuale di riconoscere un fallimento storico della Repubblica: l’incapacità di risolvere il problema del divario Nord-Sud quando le condizioni del mercato mondiale erano risultate più favorevoli all’Italia: ovvero quando si era aperta la finestra di opportunità offerta dai ‘gloriosi’ trent’anni compresi tra la fine della guerra e il primo shock petrolifero. Le cospicue risorse investite in quegli anni non sono state sufficienti per venire a capo del problema, soprattutto per il loro uso spesso distorto, in vista dell’acquisizione di consenso elettorale a breve. Uno scambio politico che si è tradotto in mancato decollo autosostenuto e in pedagogia negativa delle istituzioni.” (p. 116)

Una conclusione che invece si può allargare alle biblioteche in quanto istituzioni pubbliche:
“le istituzioni hanno obiettivi esplici e circoscritti, ma nel loro agire è embedded la produzione o distruzione di capitale sociale. Questa ricaduta pedagogica non può essere messa in parentesi: le istituzioni alimentano valori, ma anche disvalori nel momento in cui tradiscono gli scopi per cui sono nate, in quanto incoraggiano la sfiducia e la slealtà.” (p. 126)
Lascio a voi chiedervi quanto le biblioteche possano o non possano fare in una di queste direzioni… Voglio però sottolineare le espressioni sfiducia e slealtà… sono parole che mi fanno pensare al modo in cui Zygmunt Bauman analizza i termini minuti dei cambiamenti sociali, i micro-mutamenti nelle relazioni tra persone che riflettono i cambiamenti sulla società nel suo complesso.

Altro risultato che ho notato: il fatto di ospitare una metropoli è praticamente ininfluente rispetto alla collocazione geografica della provincia. In pratica, la provincia di Roma ha un valore in linea con quello del Lazio (medio-basso), mentre le province di Bologna e Firenze sono perfettamente allineate ai valori delle loro regioni (alti). La presenza di una grande città non cambia praticamente nulla da questo punto di vista.

Per chi è curioso di vedere a quale valore di capitale sociale arrivino le singole provincie, i dati li trovate in Appendice a p. 138.

Un’ultima notazione: mi ha colpito questa come definizione di una popolazione di cittadini portatori di capitale sociale: “Non una popolazione di eroi, ma componenti di una cultura che prevede, nel suo repertorio di normalità – banalità – codificate, un’immagine non antagonista degli altri e delle istituzioni.” (p. 52).
Non antagonista? Quanti slogan della sinistra vengono in mente… Ma su questo lascio la riflessione aperta… che ne pensate?