I nuovi ceti popolari

Credo che come categoria professionale dovremmo occuparci di più dei lavori dei sociologi che possono aiutarci ad avere un’idea più precisa del pubblico delle nostre biblioteche. Tutti abbiamo impressioni che piano piano diventano certezze su chi frequenta le nostre biblioteche e su che cosa cerca: ma sarà veramente così? Quanto invece ci basiamo sul nostro pregiudizio?

E inoltre: il pubblico potenziale, la grande massa degli italiani che fa a meno di noi, chi sono queste persone? In che modo potremmo rivolgerci a loro?

Vi consiglio perciò di leggere I nuovi ceti popolari : chi ha preso il posto della classe operaia? / Mauro Magatti, Mario de Benedittis. – Milano : Feltrinelli, 2006

Si tratta di un’analisi “dura” di sociologia: campione, analisi incrociata dei risultati, ecc.

Che cosa mi ha colpito?

Innanzitutto il campione scelto: come indicatore di appartenenza alla ex classe operaia si è scelto il titolo di studio, diploma di scuola media inferiore. Bene, appartiene a questa categoria il 53% degli italiani nella classe 20-49 anni! (p. 40) Già interessante per chi è abituato a vedere tutto attraverso il prisma della cultura e dell’informazione…

Si tratta di una grande categoria di persone non necessariamente deboli dal punto di vista economico (anche se tendenzialmente più fragili di fronte a eventi quali la perdita del lavoro, l’insorgere di malattie gravi, ecc.). La loro “povertà” si colloca invece sul fronte della capacità tutta culturale di comprendere la realtà circostante, darle un senso sia cognitivo sia operativo, inserirsi nei suoi meccanismi e sfruttarne le potenzialità: “la strutturazione dei processi di disuguaglianza contemporanei può essere collegata alla disponibilità di capitale culturale” (p. 39).

Esiste ad es. una correlazione positiva fra maggiore disponibilità di competenze culturali (avere frequentato qualche anno di scuola dopo la terza media), coinvolgimento nel mondo del lavoro, esposizione mediatica variegata, rete di socialità allargata e consumo.

Ma resta esclusa da tutto ciò un larga fascia di persone, tipicamente donne, casalinghe, residente nel Sud in centri medio-piccoli, completamente abbandonate ad un consumo ipertrofico di televisione e senza legami relazionali al di fuori della famiglia. Sono le stesse persone che si dichiarano più preoccupate dai temi legati alla “sicurezza” (la fragilità del mondo del lavoro, l’immigrazione come potenziale concorrente nell’accesso alle risorse, un terrorismo tanto temuto quanto lontano nella realtà quotidiana).

Basterebbe forse per scalzare questa specie di zoccolo duro dell’ignoranza un livello appena maggiore di esposizione a diversi media. Impossibile non pensare alle tante biblioteche pubbliche inesistenti nel Sud!

Inutile poi dire che per il 50% del campione analizzato Internet resta un mezzo totalmente sconosciuto… digital divide o gender digital divide?

Che cosa ne è stato allora dei discendenti dell’ex classe operaia?: “individualizzazione, estetizzazione della vita quotidiana, subordinazione invisibile, dispersione dell’autorità, tradizionalismo, attaccamento localistico, angoscia diffusa, assenza di criteri di lettura del tempo storico” (p. 222)

In sostanza lavoro incerto anche se talvolta remunerativo, famiglia come unica rete affidabile di protezione, bar, centro commerciale, consumismo e ancora consumismo (le Nike ma qualche volta anche il bestseller di turno).

Gli autori concludono sintetizzando così: “è importante lavorare per costruire e rafforzare nuovi canali di mediazione di senso e di interesse tra i nuovi ceti popolari e la realtà sociale circostante, in modo da rompere l’isolamento nel quale rischiano di cadere, ampliare l’insieme delle opportunità alle quali possono concretamente aspirare, ridurre i margini di oscillazione e instabilità” (p. 232).

Sono i dati stessi a dimostrare che “la possibilità di aver avuto accesso a qualche anno in più di istruzione contribuisce a moderare l’instabilità economico-lavorativa e culturale”.

Per tutte le persone ormai escluse da questa possibilità forse rimangono solo le biblioteche. E allora smettiamola di coccolare i lettori forti che leggerebbero anche senza di noi e andiamo a cercarceli, questi famosi utenti potenziali. Magari li troviamo al bar o al centro commerciale…

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Google Story

Ho letto di recente Google story / David Vise, Mark Malseed ; prefazione di Roberto Vacca. – Milano : EGEA, 2005.

Sono arrivata in fondo all’ultima pagina perché la vicenda è interessante, ad esempio per diventare un po’ meno ingenui quando apriamo quella famosa pagina e digitiamo questo e quello… insomma, lì dietro c’è un’industria che lavora, e conoscerne i meccanismi può essere utile.

Ma cito qusto libro anche come esempio del livello scandaloso a cui è arrivata la cura redazionale dei testi nell’editoria italiana: complimenti alla casa editrice! aprite le pagine del testo e vi apparirà il più alto numero di refusi mai visti su carta… quasi una teofania dell’errore! Parlando con amici di questo strano caso, mi hanno suggerito che la traduzione fosse stata fatta col traduttore automatico di Google: un omaggio implicito alla potenza delle sue applicazioni? ;-) Il libro non è sempre un oggetto di valore, a volte può essere confezionato peggio della carta igienica del discount!