2012 Ebook Usage in U.S. Public Libraries

Library Journal pubblica l’edizione 2012 della sua indagine sulla penetrazione degli ebook nelle biblioteche statunitensi pubbliche, accademiche e scolastiche. Tutti e tre i documenti sono scaricabili gratis facendone richiesta da qui.

(Di recente si è manifestata sulla lista di discussione aib-cur una certa riluttanza a fornire dati personali in cambio di contenuti gratuiti. Se avete dubbi di questa natura sappiate che, oltre a trattarsi di un normale modello economico del web, c’è di peggio).

Le Survey sono alla loro terza edizione, segno di come il tema sia divenuto in breve assolutamente centrale in un paese in cui un quarto del mercato dell’editoria è già digitale e il sorpasso del digitale sulla stampa è atteso per il 2014 (i dati A.T. Kearney-Bookrepublic più aggiornati sono stati presentati da poco a If Book Then).

Provo a riassumere qualche elemento riguardante le biblioteche pubbliche, perché da anni ciò che accade nel mercato digitale americano si trasferisce in Europa nel giro di poco ed è veramente ora che questi temi siano considerati urgenti. Peraltro, fin dalle prime righe dell’Executive Summary, l’indagine non cela (con una certa grazia letteraria) che la situazione sia complessa:

“Le biblioteche pubbliche, più di ogni altro tipo di biblioteche analizzato, sono in prima linea nel tiro alla fune non risolto tra editori, rivenditori di ebook e biblioteche. Prezzi draconiani, restrizioni sull’accesso, DRM rovinosi e un pantano di formati e di device presentano sfide reali alle biblioteche pubbliche. Al tempo stesso, la richiesta di ebook è in aumento e le biblioteche – che non sono le istituzioni finanziate con più generosità neppure nei momenti economici migliori – si stanno muovendo per far fronte a queste sfide con aplomb.”

Ma vediamo che cosa significa esattamente considerare questi temi come urgenti e che cosa accade negli USA:

  • 9 biblioteche pubbliche su 10 offrono ebook ai loro utenti secondo un qualche modello
  • 2 su 3 lo fanno tramite consorzi
  • il numero medio di ebook per biblioteca è 10.000 (si era partiti da un modesto 1.500 nel 2009)
  • il 79% delle biblioteche afferma che la richiesta di ebook da parte degli utenti è “drammaticamente salita”
  • il formato ePub risulta il più richiesto (anche rispetto all’AZW per Kindle, lettore diffusissimo negli USA)
  • l’ebook reader prevale fra gli utenti lasciando ad una certa distanza sia i tablet che i device mobili
  • l’uso degli ebook si concenta per l’89% sul download, lasciando un 11% sullo streaming
  • la maggioranza delle biblioteche (ma con un calo rispetto all’anno precedente) consente di scaricare gli ebook da remoto e non da postazioni interne
  • praticamente ogni genere di libro viene offerto in formato digitale (fiction e non fiction per adulti e bambini, con percentuali minori per le opere di reference e il graphic novel)
  • le tipologie di fiction più scaricate sono i bestseller, il mistery/suspence e il romance, il romanzo d’amore (sorpresa!)
  • nella non fiction prevalgono nettamente le biografie e i libri di memorie e i bestseller
  • in pochi casi gli ebook provengono dal settore del selfpublishing, ma quest’anno il 27% delle biblioteche dichiara di voler prendere in considerazione l’ipotesi
  • gli utenti più interessati al servizio si situano nella fascia d’età 35-54 (sorprsa n. 2!)
  • il tasso di circolazione degli ebook è quadruplicato nel giro di 3 anni
  • la percentuale media di budget dedicato agli ebook sul totale del budget per le risorse è passato dal 3,3% del 2010 al 6,2% del 2011, con una previsione di spesa di qui a 5 anni che raggiunge il 12% e che si intende sostenere tramite riallocazione del budget:

budget

Oltre ai dati sulle collezioni e sul loro uso, questo documento offre diverse informazioni sulle modalità di acquisizione e sui modelli di licenze utilizzati, sulla discussa questione del possesso di device per gli utenti da parte delle biblioteche, sui rapporti coi fornitori e sulle barriere incontrate dagli utenti nella fruizione del servizio. Che sono molte, e spiegano insieme ai costi l’aplomb richiesto ai nostri colleghi:

hinders

Tempi di attesa troppo lunghi, disponibilità complessiva di ebook limitata, titoli che non vengono commercializzati per le biblioteche, procedimenti di download complessi, DRM, ma anche la mancanza di conoscenza del servizio e accesso limitato ai device di lettura sono tutti problemi riportati da diverse biblioteche, con un limitato 22% di esse che riporta la preferenza degli utenti per la stampa come limite del servizio di digital lending.

Difficoltà che – su proporzioni di servizio totalmente diverse – ci troviamo ad affrontare anche in Italia, con un solo vero vantaggio a nostro favore: essendo radicalmente più indietro degli USA possiamo usufruire della loro esperienza, renderci conto della varietà dei modelli possibili, della necessità della cooperazione (persino a livello di comunicazione!) e del fatto che il digitale non è solo roba da nativi digitali (che in Italia e forse ovunque sono una categoria di censo più che anagrafica). A patto, forse, che di ritardo non se ne accumuli troppo.

L’impero bibliotecario, visto dalla luna

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Adoro questa foto (grazie alla NASA che l’ha messa in pubblico dominio la possiamo ammirare tutti). E’ una specie di invito perenne a cambiare la prospettiva da cui guardare le cose. Cogliendo questo invito, pubblico oggi un guest post in risposta all’articolo di Anna Galluzzi Che ne sarà dell’impero bibliotecario? che a sua volta commenta Steve Coffman.
L’autore è Federico Leva, Socio Wikimedia Italia e membro del CdA dell’Università degli Studi di Milano dal 2009 al 2012.

Anche per chiarezza di lettura va detto che la conversazione proviene dalla lista di discussione di Wikimedia Italia, in cui le persone interessate al mondo delle biblioteche sono tutt’altro che assenti. Da qui anche il tono informale delle osservazioni, e delle mie risposte, che metto sotto in commento. Coffman solleva alcune questioni interessanti, su alcune sbaglia secondo me, ma ha il pregio di non sottostare a nessuna visione dominante sul futuro delle biblioteche. Il punto di vista di Federico è paradossalmente molto più tecnico ma anche più a favore delle biblioteche come luoghi fisici di quanto lo sia il mio, che sono invece allettata dall’idea che solo integrandosi in specifiche comunità digitali le biblioteche manterranno un senso nel futuro. Evidentemente, terrestri e lunari condividono il detto sull’erba del vicino :-)

Mi pareva comunque un peccato che noi bibliotecari non potessimo usufruire del punto di vista di persone estranee alla nostra professione, ma molto informate, su questi temi. Inoltre, dalle parole di Federico emergono alcuni possibili progetti che bibliotecari e wikimediani potrebbero sviluppare insieme. Perciò ecco qui (grazie naturalmente alla disponibilità dell’autore):

«Per quanto riguarda le web directories, Coffman ricorda i tempi nei quali i bibliotecari ambivano a catalogare il web con progetti quali CORC (Collaborative Online Resource Catalog), ovvero offrivano ai propri utenti lunghe liste annotate di risorse web (realizzate anche attraverso progetti collaborativi).» Questo è un buon esempio di cose piuttosto assurde a farsi. Sono piuttosto sicuro che già ai tempi DMOZ faceva un lavoro migliore, e nel frattempo Jimbo Wales accumulava milioni con Bomis.

Sul servizio di virtual reference: se davvero esistono biblioteche che costruiscono banche dati chiuse di domande e risposte qualcuno deve intervenire e ricollocare colla forza chi ci sta lavorando… Però non sono d’accordo che il reference sia un lavoro morto in generale: è ancora valido, ma solo in campi molto specifici e per utenti molto selezionati. Per esempio, in università ho sostenuto la creazione di una nuova biblioteca che fornirà anche questo servizio, perché sono convinto che per quanto le banche dati e la ricerca a tutto testo siano potenti gli studenti hanno ancora bisogno di imparare a cercare informazioni in modo piú strutturato, per i loro studi, e i bibliotecari del settore in questione sono gli unici a poterli aiutare.

I progetti Wikimedia sono un altro esempio di utenti privilegiati: i wikimediani sono fra i pochi a cui interessi ancora l’informazione strutturata, la catalogazione, l’ordinamento dell’informazione. I bibliotecari possono aiutarli a trovare le informazioni di cui hanno bisogno. Un’alleanza è necessaria, perché persino Wikipedia potrebbe essere destinata a morire tanto quanto le biblioteche, per lo stesso motivo e cioè l’espansione della ricerca a tutto testo con algoritmi sempre piú potenti su masse di informazioni sempre piú vaste e delle banche dati di domande e risposte mostruosamente grandi. Il terrore della Wikimedia Foundation sembra essere che Wikipedia sia sostituita da qualcosa come Quora, una specie di “Yahoo! Answers acculturato” che secondo alcuni ha già piú utenti attivi di Wikipedia (che invece declina). Non è affatto impossibile.

È ridicolo che le biblioteche provino a interagire cogli utenti e a portare visitatori sui propri siti, anche chi cerca di fare cose simili va fermato immediatamente… Ormai l’informazione passa per portali centralizzati e tutto il resto è perso nell’ombra. Funziona openlibrary.org, che è un catalogo parzialmente wiki, e può funzionare VIAF che porta alla luce le banche dati di controllo di autorità assurdamente tenute chiuse nei cassetti dai bibliotecari: solo lí si possono aggregare gli utenti. Wikipedia stessa può essere un tale centro di aggregazione e di interazione fra gli “utenti” e le biblioteche, in modi ancora tutti da immaginare… di nuovo, è solo con pubblici specializzati che le biblioteche possono sperare di avere un ruolo con servizi analoghi a quelli già disponibili per tutti ovunque in forme meno raffinate.

Sui libri elettronici concordo, non possono in sé essere il futuro delle biblioteche: la biblioteca digitale è per definizione una biblioteca che può essere ovunque e non me ne importa nulla, mica la visito. Il digitale può essere un companatico ma se fosse tutta la carne allora le biblioteche potrebbero anche chiudere: le biblioteche universitarie sono prevalentemente digitali, ma potrebbero continuare a esistere fornendo i servizi di assistenza/reference di cui sopra. E di nuovo, lo stesso vale per Wikisource: non serve a nulla come biblioteca digitale generalista, è semplicemente ridicolo rispetto all’Internet Archive o Google Libri (anche fosse mille o centomila volte piú grosso del granellino che è al momento, cosa per me non impossibile); serve nella misura in cui fornisce cose che nessun altro può fornire.

E finalmente, da fanatico della carta e dell’odore dei libri, penso anch’io che la fisicità delle biblioteche sia il loro bene piú prezioso, e non perché si possono fare cartolarizzazioni alla Tremonti, vendere tutti gli edifici e investire in borsa… Per questo le biblioteche non devono svendere il proprio “monopolio fisico” sui libri trasferendolo a giganti come Google attratte dalla seducente illusione di una veloce e gratuita digitalizzazione a buon mercato che le trasformerà in fantasmagoriche “biblioteche digitali”. È suicida e criminale che le biblioteche concludano accordi con Google concedendogli l’esclusiva sull’uso commerciale e tenendosi il privilegio del tutto inutile di poter mettere le copie digitali su siti che nessuno visiterà mai: dovrebbero invece pensare prima di tutto alla conservazione dei libri fisici (questo penso lo facciano), in secondo luogo a che le copie digitalizzate servano a portare utenti a quelle fisiche grazie alla ricerca molto facilitata (questo non lo fanno, Google Libri/Drive ti porta solo a comprare da lui) e in terzo luogo a che le digitalizzazioni siano nel pubblico dominio, altrimenti vanno solo a rafforzare il monopolio del gigante che poi si mangerà tutte le biblioteche in un boccone dopo averle spolpate.

Quello che le biblioteche possono e devono continuare a fare è essere luoghi di aggregazione personale e di scoperta casuale, di incitazione ed educazione alla lettura… Queste sono le cose che i bibliotecari sanno fare bene e fanno in continuazione con una miriade diffusa di piccoli invisibili successi che tutti sommati fanno una forza immensa. Parlo delle visite degli alunni alle biblioteche fin dalle elementari, delle iniziative di lettura ecc. offerte quotidianamente agli anziani e alla popolazione in generale in migliaia di biblioteche e naturalmente delle sale di lettura che non siano semplicemente parcheggi o “spazi di coworking”… per andare a pescare e crescere i futuri lettori a uno a uno, a casa loro.” (CC-BY-SA)

Che ne sarà dell’impero bibliotecario?

Esce su AIB Studi n. 3 del 2012 il commento di Anna Galluzzi all’articolo The decline and fall of the library empire di Steve Coffman, apparso su Searcher in aprile.

L’articolo è ad accesso libero e questo spero ne faciliti la lettura e la discussione da parte di chiunque sia interessato ai temi dell’accesso alla cultura e non solo da parte dei bibliotecari. Peccato che gli altri articoli sullo stesso numero della rivista non godranno della stessa diffusione, essendo ad accesso riservato.

Coffman ha scritto una sana analisi dei maggiori progetti di sviluppo intrapresi in particolare dalle biblioteche americane nell’ultimo decennio: le web directories gestite dai bibliotecari (anche in Italia ne manteniamo ancora viva una, Segnaweb), il web 2.0 in molte delle sue declinazioni, il reference digitale, l’idea delle biblioteche come luoghi che assicurano l’accesso alla rete ai cittadini combattendo il digital divide e, ultimo arrivato, ma che pesa come un macigno andando a toccare il cuore stesso dell’idea di biblioteca come collezione di documenti, il digital lending.

L’approccio di Coffman è improntato ad un realismo critico che non fa molti sconti: concentrando l’attenzione sul fatto che difficilmente le biblioteche riescono a mettere in campo una massa critica sufficiente di utenti e di servizi, mostra come il loro vantaggio competitivo sia piuttosto ridotto rispetto ai moltissimi concorrenti che tutte queste aree di sviluppo hanno visto e vedono nascere continuamente. In gioco ci sono i temi della biblioteca come modo di utilizzo del denaro pubblico, come strumento del welfare insomma, e quello della possibilità stessa della sua sopravvivenza in un futuro più o meno remoto. Con una chiusura non del tutto pessimistica (ma che secondo me è la più discutibile). Il tutto reso più stimolante dalle osservazioni e dalle obiezioni di Galluzzi, quindi certamente da leggere.