Bologna è un posto qualunque

Bologna – 388.257 abitanti, capoluogo di regione di un piccolo paese del mondo, l’Italia.

Ho abitato qui praticamente tutta la vita, per caso, anzi per mancanza di alternative. Ho fatto qui le scuole, l’università, qui ho finito per lavorare fatta eccezione per quattro anni di pendolarismo verso città vicine, qui ho una casa e alcuni amici.

La cosa più notevole di Bologna, quella che davvero credo la contraddistingua intimamente, è il pessimo rapporto che i bolognesi hanno con la realtà. A Bologna, secondo i bolognesi, tutto è speciale. Questo – è vero – accade in tutti i luoghi, si chiama campanilismo. Ma, a Bologna, anche il campanilismo è speciale.

Qui tutti ricordano le osterie, che già negli anni ’80 si sarebbero potute definire tranquillamente bar. L’osteria è fondante nell’immaginario collettivo bolognese anche se le sue tracce si perdono nella notte dei tempi. A Bologna la piazza non è quel luogo che attraversato di traverso permette di raggiungere più velocemente il lato opposto: la piazza è la piazza Maggiore degli anni ’70 dove i sessanta-settantenni di oggi hanno lasciato i loro ricordi di gioventù. Bologna, città poverissima di alberi e giardini, e inquinata come ogni città della pianura padana, si pensa come città verde. Si vanta dei suoi canali, interrati nel corso dei secoli. Va da sé che ha la migliore gastronomia del paese, forse del mondo. L’amministrazione pubblica bolognese ha ereditato annusandola nell’aria la maestria tutta comunista del buon governo. I cittadini sono partecipi della cosa pubblica. L’università è popolata da grandi maestri – che diventano grandissimi nel momento in cui muoiono.

A Bologna c’è la “bolognesità”. Quello che accade “accade solo a Bologna”. A Bologna, insomma, ci si compiace. Ci si compiace di un racconto tutto speciale che si impartisce a se stessi e a chi transita dalla città o vi si trasferisce per periodi più o meno lunghi. Per ottenere la cittadinanza bolognese bisogna aderire a questo racconto, senza remore. I bolognesi, probabilmente, sono gli inventori dello storytelling. Devono averlo inventato in osteria.

Naturalmente anche le lotte sociali e le proteste a Bologna sono speciali, ci mancherebbe. Una delle città più ricche del paese è immaginata come luogo di scontri sociali estremi, epocali, epici. Qui tutto può essere simbolo di oppressione: il controllore sull’autobus, la museruola al cane, il badge universitario per entrare in una biblioteca universitaria. Nello storytelling bolognese, con un equilibrismo tutto democristiano, c’è spazio per la bonarietà dei modi (l’aperitivo per strada, la spesa a chilometro zero fatta nel centro sociale generosamente concesso dal Comune) come per l’idea della lotta. Dura e pura. La città è un parco giochi – perché venire qui a frequentare facoltà che si trovano ormai in tutta Italia, altrimenti? Che cosa aspettarsi di meno dalla città culla del movimento studentesco più trendy della seconda metà del ventesimo secolo, quello a cui basta accennare per ottenere lo sguardo grave e al tempo stesso nostalgico del bolognese doc?

A Bologna tutti sono di sinistra come in Italia tutti sono cattolici. Finché non chiedi, non sai se significa che sei stato battezzato per non fare dispiacere alla nonna o che sei iscritto a Comunione e liberazione. Sicché a Bologna bisogna vedere le scelte che le persone fanno, per sapere chi sono politicamente, e non accontentarsi del racconto che fanno di sé. Il racconto è sempre “più in là”, un’ideazione fantastica, basata sull’idea di essere diversi, anzi senza dubbio migliori di amici e di nemici.

Nel grande parco giochi della bolognesità, quelli che rimangono nascosti sotto al tappeto sono i problemi reali, che naturamente non mancano affatto: i problemi sociali, economici, amministrativi, politici di una città di dimensioni medio-piccole, simili a quelli di molte altre città medio-piccole, derivanti da questa stessa piccolezza (le lobby inamovibili, la piccola corruzione, la mancanza di talenti) o prodotti da squilibri globali infinitamente più grandi. Tutto sta nel non ammettere – per nessuna ragione – di trovarsi in un posto come tanti altri, che poi i problemi bisognerebbe chiamarli col loro nome e affrontarli. Qualunque cosa accada, il bolognese resta complice di se stesso, si guarda allo specchio e si piace.

Bibliotecari in libreria

Sono una persona fortunata. Ultimamente ho conosciuto alcuni giovani bibliotecari (alcuni giovani nel senso italiano della parola, cioè meno vecchi di me, altri giovani e basta) che, per motivi che non mi spiego del tutto, mi hanno preso in simpatia. Parlare con loro è una boccata d’aria fresca, in senso professionale e in senso personale.

Ieri due di loro mi fanno una sorpresa: sono a Bologna e passiamo il pomeriggio insieme. Li raggiungo all’Ambasciatori, posto centralissimo molto bello in cui convivono una libreria Coop e Eataly. A Bologna di questi giorni è caldissimo, perciò restiamo praticamente tutto il tempo nell’orbita di questo posto, che ha un po’ d’aria condizionata e che dà libero sfogo a conversazioni senza fine sui libri. Sì, perché i miei amici, quando fanno conversazione, snocciolano bibliografie ragionate che stenderebbero parecchi di noi – o almeno me.

Non c’è posto come l’Ambasciatori che rappresenti il radical chic a Bologna, tranne forse la mitica Osteria del sole, un iperfalso in cui tutto è stato mantenuto come era una volta per far credere ai ragazzi degli anni ‘70 che il tempo non è mai passato. E di essere di sinistra, perché le sedie sono vecchie e traballanti. E, proprio lì di fianco, c’è l’Ambasciatori, libreria standard uguale a tutte le librerie di catena del paese, e cibo slow. Bologna e radical chic, capite che qualcosa da dire c’è.

Stiamo giocando al generatore di titoli di romanzi quando notiamo un angolo della libreria diverso dal resto dell’esposizione.
(Che cos’è il generatore di titoli di romanzi? Guardate tutte insieme le copertine sbrilluccicose dei romanzi impilati nelle zone più in vista delle librerie e capirete: Le ossa del diavolo, La voce delle ossa, Ossa fredde, L’altare delle ossa maledette, La cacciatrice di ossa, un sobrio Ossa: tutti titoli realmente in commercio).
L’angolo che vediamo, però, è diverso. E’ l’angolo del bibliofilo. C’è una bella scelta di titoli colti (certi Adelphi così grossi che potresti usarli come arma di offesa) e niente sfumature di ossa. E’ un angolo che vuole distinguersi, che si segnala anche visivamente a partire dalle scaffalature che, a differenza della colorata e semplice accoppiata di rosso, metallo e legno delle librerie Coop, è tutta in legno anticato, con un leggero decoro. L’Ikea cede il posto allo shabby chic.

Bene in evidenza di piatto, notiamo le edizioni Henry Beyle, piccoli libretti stampati su carta grossa e granulosa, in parte coi fogli ancora da tagliare, con una scelta di titoli minori o rari, prevalentemente dedicati a al mondo della scrittura e della lettura, insomma “libri sui libri”.

Quello che vedete in foto in posizione centrale è Una vera signora in libreria, di Giovanni Ansaldo. Leggo dal sito dell’editore:

“Euro 21,00 – pp. 24 – 575 copie numerate – carta Zerkall Bütten
caratteri Garamond monotype corpo 12
formato cm 13,50 per 19,50”

Ora, in realtà le pagine occupate realmente dal testo sono 16 (le ho contate io), per un prezzo di 1.30 euro a pagina. Ma se quello che vi attira è la carta Zerkall Bütten, e l’opportunità di potere finalmente utilizzare il tagliacarte in osso del bisnonno, avete diritto a fare il conto su tutte e 24, per un più onesto costo di 0.84 centesimi a pagina.

Che cosa penso di primo acchito di opere come queste? Signori amanti del profumo della carta, tenetevi pure questa roba, se avete i soldi per comprarvela. Siete una nicchia di mercato pure voi, come quella degli amanti della birra artigianale e dell’affettatrice di salumi di design. Quello che di primo acchito ne pensa uno dei miei due amici, invece, non lo posso trascrivere (è illegale).

Che cosa ne penso più seriamente? Penso che proprio questo focalizzarsi sull’elemento carta, in questa particolare chiave nostalgica, denunci che della carta non c’è più bisogno. Ce n’è così poco bisogno che – almeno in questo caso – il testo è puramente pretestuale. E’ sufficiente che si tratti di qualcosa di raro, raffinato, élitario, vecchio (insomma, fuori diritti. Pensate a quanto costerebbe, sennò!). Ma se celebriamo la carta a prescindere dal suo contenuto, o la spalmiamo per l’intera libreria in forma di copertine sgargianti e rilegature fatte per durare mezza lettura, è l’intera libreria per come la conosciamo oggi ad essere messa in dubbio, mi pare.

Postilla: stamattina mi arriva sul cellulare un sms delle Librerie Coop, a cui devo aver lasciato il mio numero per qualche ordine in passato. Il messaggio dice così:

“Dal 27-08 la Libreria Coop Minganti cessa la sua attività. Ti aspettiamo nella libreria Coop CentroLame con uno sconto di benvenuto del 15% sul primo acquisto”.

Sì, perché di librerie Coop, a Bologna, ne è stata aperta quasi una per ogni supermercato, anche se più piccole e più modeste di questa. E ora stanno chiudendo. Dobbiamo stupirci? Dobbiamo scandalizzarci e gridare alla morte della cultura? Secondo me no. Ma è evidente, io non sono una vera signora in libreria. Oggi scatto queste foto, e me ne vado subito da Coin a guardare la bigiotteria di plastica. In saldi.