Mansplaining

Mansplaining is a blend of the word man and the informal form splaining of the verb explaining and means attempting to teach or otherwise explain something to a woman in an arrogant or condescending manner… Lily Rothman of The Atlantic defines it as “explaining without regard to the fact that the explainee knows more than the explainer, often done by a man to a woman”…
Fonte: Wikipedia

Qui una spiegazione in italiano.

Potete leggere lo scambio originale qui.

Naturalmente, io non so se chi gestisce l’account Twitter di Einaudi sia un uomo o una donna, ma l’esempio resta ottimo. Adesso ti spiego io, povera cara, che cosa devi pensare e anche che cosa devi provare.

Sono contenta di non essere stata la sola a trovare sgradevole l’idea di cercare qualcosa di positivo in una campagna nata proprio per raccontare il negativo solitamente non detto. Il positivo è la campagna in sé (non era chiaro?)
Sono meno contenta del fatto che io mi sia trovata a fare questa conversazione non con un account privato qualsiasi, ma con quello, istituzionale, di un nome famoso nel propio campo. È una misura di quanto l’essere accondiscendenti e passivo-aggressivi sia percepito come una normale forma di comunicazione.

Avrei comunque un consiglio per gli uomini che si ritrovino in situazioni del genere: non è sempre necessario pretendere di avere ragione a tutti i costi. Anzi, ci sono tante cose su cui fareste bene a starvene semplicemente zitti.

Uno può anche non leggere

È il titolo che Claudio Giunta dedica a un post sull’iniziativa dell’AIE #ioleggoperché. Lo trovate qui.

Non c’è molto da aggiungere. Io lavoro in una biblioteca pubblica e per di più seguo anche la comunicazione sui social media di quella biblioteca. Come biblioteca, seguo su Twitter in particolare gli account di decine e decine di editori. Mi trovo continuamente esposta a campagne più o meno strutturate di promozione della lettura a suon di promozione dei titoli del proprio catalogo. Vendere è bello, guadagnare è bello e io auguro a quelle iniziative ogni bene. Ma che siano in grado di conquistare un solo lettore, cioè una persona che non leggeva e che ha cominciato a farlo perché ha letto una variante qualsiasi del #libridavacanza, #chileggeama, #libroèbelloquindifìdati, è una cosa che prima o poi andrebbe provata. Potremmo tutti, noi bibliotecari, noi editori, noi librai, noi operatori della comunicazione, fare un passo indietro e tentare di guardarci da fuori. Forse da tutto quel twittare emergerebbe il ronzio di una massa di insopportabili secchioni (e speriamo dunque che continuino a non invitarci alle feste).

Si può anche non leggere. Alla signora che arriva a banco e srotola fuori dalla borsa ritagli di settimanali con la pubblicità dell’ennesimo ultimo libro che tutte le signore vogliono leggere contemporaneamente, io vorrei che si potesse anche dire: signora, arriva la primavera, faccia una passeggiata. Guardi le vetrine. Guardi un bel film in tv. Si senta libera di fare quello che le piace. Non glielo dico mai, perché so che forse quella signora ha bisogno di passare del tempo fuori dal mondo, di nascondersi là, dentro il suo libro pessimo, e il suo nascondiglio dal mondo non glielo voglio negare io. Però voglio sperare che verrà un giorno in cui l’espressione “promozione della lettura” verrà abbandonata (se accadrà quando sarò vecchissima venite ad avvisarmi all’ospizio, per cortesia). Leggere non è bello, può esserlo. E non leggerò perché qualcuno mi dice di farlo, ma se sono messo in grado di capire che ne ho bisogno.

Un unico appunto al post di Giunta: conosco medici ingegneri economisti e avvocati che, di “libri veri”, nella vita, ne hanno letti molti più di me che sono bibliotecaria e promuovo la cultura ecc. ecc. Non sosterrei questo tipo di generalizzazioni.

 

La selezione naturale, secondo Facebook

Devo dire che non sono più molto interessata a Facebook come strumento per la promozione delle biblioteche. Zuckerberg ci ha sostanzialmente buttato fuori – noi, ovvero i (non pochi) gestori di pagine che non possono o non vogliono comprare le visualizzazioni degli aggiornamenti di stato per i loro fan (è ormai noto, ma ne potete leggere anche qui).

fb1Però oggi ho notato una cosa abbastanza interessante (cliccate sull’immagine per leggere meglio).

Da qualche mese assisto ormai rassegnata al crollo delle visualizzazioni della pagina che gestisco. Ne ho preso atto, tanto che con la redazione che la segue abbiamo deciso di modificare il calendario delle pubblicazioni, rendendolo più snello (per non sprecare lavoro) ma anche più elastico (per non perdere opportunità quando per caso si presentano).
Oggi però vedo questo e di colpo lo percepisco come una conferma a qualcosa a cui stiamo assistendo da un po’ di tempo, in particolare se confrontato, ad esempio, con questo:

fb2Perché la narrazione di un episodio tenero e piacevole, ma sostanzialmente non informativo, ottiene 12 condivisioni e riesce a raggiungere 2.774 persone, e il rilancio di un post che racconta cose utili e non note, e che su WordPress ottiene buone visualizzazioni, ne raggiunge su Facebook solo 208? Facebook, la grande piattaforma dalla quale era insensato restare fuori un paio di anni fa, è passata come un meteorite sulle pagine e ha prodotto l’estinzione di intere specie di aggiornamenti di stato, facendo del nostro lavoro qualcosa che abita dalle parti degli  “algorithmic pariah” (è lungo, leggetelo lo stesso). In attesa del prossimo balzo evolutivo, dunque, che cosa funziona oggi su Facebook e – contemporaneamente – che immagine rispecchiata della biblioteca ci restituisce?

Quello che mi viene in mente è che su Facebook sembra trovare molto più spazio di prima una visione simbolica della biblioteca, quella che rimarca il suo valore di significato astratto e, probabilmente, affettivo. Un’idea di biblioteca rassicurante, accogliente, che rimarca alcuni valori che tradizionalmente le vengono attribuiti (almeno se consideriamo i casi di biblioteche amate). Il racconto dello scambio con gli utenti, del lato più umano delle cose che vi accadono, gli episodi che hanno per protagonisti i bambini, un’idea sorridente (diciamo anche leggermente consolatoria) della biblioteca.

Questa è la biblioteca secondo Facebook. O almeno questo è ciò che Facebook ha fatto emergere come specie vincente, come effetto secondario certamente non ricercato delle sue attività di sviluppo della piattaforma, ma che forse svela qualcosa di un certo immaginario della biblioteca che esiste realmente.

Non sto dando un giudizio di questa immagine, ma vedo che c’è e mi chiedo da che parte stia il punto di equilibrio fra la conferma evidente del fatto che la biblioteca può essere un luogo amato e il sospetto che di essa ci si accontenti come di luogo caldo ma non del tutto – o non primariamente – legato al mondo dell’apprendimento e dell’informazione.

Oggi ho letto questo breve intervento di Anna galluzzi su Vedianche dal titolo Dove vanno le biblioteche pubbliche? Appunti sparsi. È una riflessione che vede la luce a cinque anni dalla pubblicazione di Biblioteche per la città. Nuove prospettive di un servizio pubblico, il miglior libro che sia uscito da tempo sulle biblioteche pubbliche (ok, gli ultimi non li ho letti, in realtà). Questo nuovo intervento riprende alcuni temi di allora e ne racconta le trasformazioni. Tratta di dimensioni spaziali dei servizi, di grandi e piccole biblioteche, di edifici, ma anche di ampliamento delle loro funzioni, in direzioni abbastanza indeterminate e di cui si chiede (non retoricamente) quale sarà la tenuta nel tempo.

Sarebbe bello avere una riflessione simile su quanto si sia modificata la percezione simbolica della biblioteca negli ultimi cinque anni, su quanto sia servizio e quanto idea di un mondo possibile, forse anche edulcorato, di quanto serva bisogni diffusi e quanto desideri di una nicchia tendenzialmente colta, conservatrice, forse più femminile che maschile.

Sulla base di quali indicatori si potrebbe fare una ricerca simile? Non ne ho idea. Ma spero con qualcosa di più affidabile degli oscuri funzionamenti interni di Facebook e della sua grazia sterminatrice.