Aaron Swartz (Chicago, 8 novembre 1986 – New York, 11 gennaio 2013)

Aaron_Swartz_at_Boston_Wikipedia_Meetup,_2009-08-18_Foto by Sage Ross, alcuni diritti riservati

Sono l’ultima persona che possa parlare utilmente di Aaron Swartz, programmatore e attivista per le libertà digitali morto suicida l’11 gennaio. Prima di questa notizia non ne avevo neppure sentito parlare, e stamattina vedo che molti, moltissimi pezzi sono già usciti che possono raccontare su di lui molte delle cose che ci sono da sapere. Vi consiglierei di partire dal blog della Wikimedia Foundation ad esempio.

Perché allora sprecare parole?

Perché Aaron era una delle tante persone che hanno lavorato nell’ombra per fare in modo che io, voi e tutti possano usare la rete così come facciamo, dandola per scontata (mentre non lo è). Perché fra le moltissime cose che aveva fatto, aveva contribuito a scrivere il codice delle licenze Creative Commons che io utilizzo da anni, e i debiti vanno riconosciuti. Perché la sua età, e vorrei dire persino la sua faccia me lo fanno sentire simile a tanti che conosco. Perché il mondo è piccolo, e la rete grande (come direbbe il mio amico Luca R.) e non riesco ad escludere che quella persona avrei potuto incontrarla veramente prima o poi. E anche perché il mondo dovrebbe essere un posto meno duro in cui vivere.

La voce dedicata ad Aaron su Wikipedia italiana, creata ieri pomeriggio, questa mattina conta già 56 modifiche successive, e questo immagino sia un bel modo per rendergli onore. Se sapete qualcosa di lui, scrivete.

La proprietà intellettuale non esiste

“La proprietà intellettuale non esiste. Esistono solo le eccezioni alla libertà intellettuale”

Ieri sera ho fatto un ulteriore, piccolo passo avanti in un processo che in metafora potrei descrivere come prendi la rete e guarda che cosa c’è dietro. La rete con le sue pagine patinate, i suoi strumenti preimpostati, l’abbondanza e la facilità della pubblicazione per tutti.

Sono andata – metà per interesse, metà per supporto – ad un incontro bolognese sul copyleft che ha messo insieme in modo abbastanza originale attivisti, scrittori, una compagnia teatrale, un docente universitario e un bibliotecario, Andrea Zanni, in questo caso in veste di responsabile dei progetti di Wikimedia Italia. Andrea non ha bisogno della mia presentazioni, ma anche per lui possiamo tentare un “prendi andrea e guarda cosa c’è dietro” grazie al suo personalissimo e mai scontato blog.

Il senso dell’iniziativa era fare informazione sulle basi del copyleft e delle licenze libere e far parlare delle loro esperienze persone che sulla base di quelle licenze lavorano. Per me, niente di completamente nuovo ma il piacere di vedere una collezione di facce notevole: dall’insospettabile pensionato in sandali allo sviluppatore duro e puro all’anarchico in dreadlock alla studentessa in calze ricamate. Un pubblico nutrito e attento.

Invitato speciale, Renzo Davoli, docente di Sistemi operativi all’Università di Bologna e nome storico della storia (si potrebbe dire dell’archeologia) dell’informatica in Italia.

Ora devo dire che, di fronte a persone come queste, ogni preconcetto acquisito su che cosa significhi essere un nerd scolorisce fino ad azzerarsi. Nel corso della serata, intervento dopo intervento, Davoli ha messo insieme una tale combinazione di precisione espositiva, capacità definitoria e affermazioni ideali da sbaragliare anche le poche obiezioni avanzate dal pubblico, e da far pensare che essere nerd significa probabilmente qualcosa come “avere uno spessore”, più che essere degli appassionati di serie tv o dei collezionisti di gadget tecnologici ;-)

Che cosa significa coniugare ideale e puntualità terminologica da matematico di formazione?

Significa, ad esempio, affermare che l’idea di proprietà intellettuale è concettualmente sbagliata, poiché la conoscenza nasce libera e poco si può fare per renderla meno che libera. E che quindi, ribaltando i termini usuali della questione, si dovrebbe legittimamente parlare del diritto d’autore solo come di una serie di eccezioni alla libertà intrinseca delle conoscenza, e non come di un sistema basato sulla proprietà.

Significa puntualizzare (beh, io non lo ricordavo, o forse non l’avevo mai saputo) che non si dà copyleft senza richiesta di replicare la licenza adottata (la condizione dello share-alike, in termini Creative Commons), cioè senza messa in moto di un circolo virtuoso di diffusione e di potenzialità di riutilizzo.

Significa ricordare come alla base delle licenze libere stia una concezione liberale del comportamento e del diritto: nessuno impedisce che grazie a licenze libere qualcuno guadagni e si arricchisca, così come nessuno vuole imporre licenze libere universali. Sta alla scelta degli individui decidere caso per caso quale comportamento adottare. Liberale, insomma, nel senso originario della parola e non nel suo appiattimento sul significato deteriore di liberista.

Significa, infine, inquadrare il tema della condivisione e della circolazione della conoscenza in un’ottica che definirei di urgenza e che mi pare sommamente necessaria e al tempo stesso pericolosamente poco diffusa: urgenza nel mettere insieme le forze disponibili per cercare soluzioni a problemi che non saremo fra un po’ di tempo più in grado di affrontare. Inaccettabilità degli steccati e delle rendite di posizione. Rischio delle chiusure che limitano e ritardano (pensate alle conoscenze scientifiche, pensate alla tendenza a brevettare ogni cosa).
Questo, davvero, è fuori dal comune e – per inciso – risponde secondo me alla domanda “perché mai dovremmo interessarci al copyright?”

“A democracy can’t survive if a generation believes that democracy is a waste of time”

L’11 marzo Lawrence Lessig, uno degli ideatori di Creative Commons e autore (ultimo tradotto in italiano) dell’imperdibile Remix:il futuro del copyright (e delle nuove generazioni), era in Parlamento al convegno Internet è libertà: perché dobbiamo difendere la rete.

Qui il video di una breve intervista fatta dopo l’incontro, con un bell’attacco sulle due condizioni necessarie perché cessi l’inutile guerra contro l’uso che i giovani fanno della rete: che i nativi digitali esercitino in prima persona il loro potere politico e che gli uomini politici comincino a pensare creativamente (!):

Per quanto riguarda invece l’intervento vero e proprio, segnalo a chi ancora non li avesse visti il link alle slide e all’audio originale del discorso di Lessig, Internet is Freedom, slide senza le quali non è peraltro completamente comprensibile neppure la trascrizione in italiano dell’intervento che si trova sul sito de La Stampa.

Molta la discussione in rete, parte integrante dell’evento, dalle osservazioni fiorite intorno all’hashtag #difenderelarete su Twitter (come sempre in questi casi, più apprezzabili in tempo reale che post evento) a quelle di Giovanni Boccia Artieri su Mediamondo.

Per completezza, va segnalato anche l’intervento introduttivo al convegno tenuto da Gianfranco Fini di cui ho trovato una trascrizione qui.