L’imbarazzo della carta

“I libri che leggiamo e con cui viviamo davvero non sono i libri che immaginiamo. Come è tipico della nostalgia, ricordiamo gli aspetti luminosi di un’esperienza e ne dimentichiamo i lati oscuri.”

In questo inizio del 2013 in cui ebook reader e tablet hanna cominciato davvero a farsi vedere tra le mani di tante persone, sarebbe molto prudente sostenere che carta e digitale coesisteranno felicemente nel nostro futuro: è possibile, anzi probabile, ha un sapore di politicamente corretto perché pare più rispettoso dei gusti di tutti o, più precisamente, rimanda all’idea della coesistenza di tecnologie diverse a diversi stadi evolutivi. Tutto sembra molto ragionevole e io vorrei aderire a questa prudenza, se non fosse per il fatto che la mia visione apocalittica laterale (una specie di scherzo evolutivo pure questo) continua a gridare a gran voce che la carta si trova in uno stato di malattia terminale. Avanzata. Sarah Connor direbbe che la carta è già morta, siete voi che non lo sapete (prendetevela con lei, non con me).

Uno dei motivi a sostegno di questa sensazione è che si affollano – già oggi – i segnali della fine. E non nelle voci di chi per motivi professionali è portato a vedere i vantaggi del digitale rispetto al mondo delle pubblicazioni cartacee, ma perché proprio chi esalta il valore della carta lo fa in un modo che rivela spesso un sottotesto di incertezza.

Si mostrano alberi di Natale fatti di libri. Banconi di biblioteche fatti di libri. Usi alternativi dei libri, che ne sottolineano la bellezza, il richiamo alla tradizione, ma basati sulla negazione della funzione originaria dell’oggetto: quei libri lì, di sicuro, non li leggerà più nessuno.

Ci si arrampica sugli specchi ammantandosi di argomentazioni intellettualistiche che suonano come cortine di fumo (ci riesce persino Cacciari).

Si crea uno specifico genere letterario della lode del libro basato su un lessico e un immaginario molto precisi: l’odore della carta, il libro come oggetto con una sua fisicità sensuale, la serendipity dello scaffale, tutte cose che è fin troppo facile mettere in ridicolo, tanto è vero che è nato anche un uguale e contrario genere letterario di scherno: il libro che puzza di colla chimica e di polvere, che si spezza e si ingiallisce, per non parlare del tristissimo grado di serendipity concesso dallo scaffale (diciamo) di mia nonna paragonato, (che so?) a quello di Anobii.

In questi giorni mi sono capitati fra le mani dei libri di carta particolari, che mi hanno fatto pensare che persino gli editori si diano da fare per produrre oggetti basati su un’idea immaginaria del libro. Si tratta della Serie cult degli Oscar classici di Mondadori.

07012013788Le copertine rigide, a volte ricoperte di tessuto, la grafica retro, persino in qualche volume il bordo colorato in tinta, tutto contribuisce a donare a questi oggetti un aspetto insolito e decisamente non attuale.

Si tratta di bei libri? Posto che non trovo niente di male nel fatto che qualcuno li apprezzi come tali (nessuno scherno quindi), vi dirò perché secondo me non lo sono. Non sono belli perché sono un falso al quadrato. Un falso dichiarato che evoca la nostalgia di un mondo che, in realtà, non abbiamo neppure vissuto veramente. Libri evidentemente stampati oggi ma fatti per sembrare di modernariato, che rispondono ad una generica aspettativa di quale aspetto dovessero avere i libri d’epoca (quale? non importa) e che si appellano ad un sentimento piuttosto che ad una funzione precisa (per funzione potremmo intendere qui il fatto di essere una bella edizione, senza refusi, su carta decente eccetera). In termini di marketing, potremmo paragonarli senza troppo sforzo alle pubblicità del Mulino Bianco: un mondo immaginario che sfrutta una visione nostalgica e inventata del passato, a cui il consumatore finge di credere. Libri anticati, biscotti della tradizione contadina (provate ad invertire i termini, è divertente!)

Chi ha espresso bene quale bisogno si nasconda dietro la retorica dell’odore del libro è sempre Weinberger in La stanza intelligente (viene da lì anche la citazione in testa a questo post, entrambe nel cap. 6):

“La glorificazione del vecchio mezzo assomiglia spesso alla sublimazione dell’imbarazzo dovuto all’improvvisa messa a nudo delle sue debolezze.”

Tutto qui? Probabilmente sì. Quando ho letto questa frase, mi sono tornate in mente le tante persone che stimo e i tanti lettori in biblioteca che ho visto accampare scuse pur di evitare di provare ad affrontare la lettura in digitale, e le loro facce appunto imbarazzate quando raccontavo loro come leggere su un ereader sia – secondo me – più comodo che leggere sulla carta. Non così diverso, o moderno, o rivoluzionario, ma solo e semplicemente più comodo.

Ecco perché penso che i lettori che dicono di amare la carta vadano rispettati, ma le operazioni commerciali tese a sfruttarne le debolezze un po’ di meno.

Mondi grandi e scaffali piccoli: l’ultimo libro di Weinberger

Weinberger2“Pensavamo che la conoscenza fosse un bene scarso, ma erano solo i nostri scaffali ad essere piccoli.” (Cap. 9)

David Weinberger, filosofo, studioso della rete nonché attualmente anche co-direttore dell’Harvard Library Innovation Lab, è un personaggio molto noto. Si può certamente annoverare frai i tecnoentusiasti ma di certo non fra i tecnodeterministi, il che rende sempre articolate e interessanti le sue tesi. Inoltre, è fornito di un inusuale talento per la divulgazione, il che rende i suoi libri, da qualche anno tradotti anche in italiano, di grande valore anche quando non sostengano tesi del tutto inedite. E’ questo il caso di Too big to know, ovvero La stanza intelligente: la conoscenza come proprietà della rete, Codice edizioni, 2012.

Di che cosa parla questo libro? Parla della forma che la conoscenza assume dopo l’avvento della rete, e di molte altre cose di cui non riuscirò neppure lontanamente a dare conto integralmente qui. Parla di dimensioni, di un mondo “troppo grande per essere conosciuto” secondo criteri di certezza assoluta. Parla di che cosa sia un “fatto” e di come in diversi momenti storici sia stato diversamente considerato un fondamento della conoscenza. Parla di che cosa significhi essere un esperto oggi, e di che cosa significasse un tempo. Parla di intelligenza collettiva. Parla di come una comunità virtuale possa essere mantenuta in salute o indebolita da un grado eccessivo di diversità, ma anche di omogeneità interne. Parla di come si prendono decisioni verticali in un mondo in cui la conoscenza ha assunto una forma orizzontale e diffusa. Parla del processo della ricerca scientifica e di come il prossimo Darwin non sarà un esploratore solitario ma la persona capace di leggere un senso nell’anomalia rilevata da un computer intento ad elaborare enormi quantità di dati. Parla molto di un fraintendimento ben radicato in tutti noi, quello che confonde la conoscenza espressa in documenti finiti con la forma che il conoscere ha in sé, nel suo formarsi. E parla di libri, di scaffali, di reti e di connessioni.

“La conoscenza tradizionale è ciò che si ottiene quando la carta è il suo supporto. Non c’è niente di mistico riguardo a questo. Per esempio, se il tuo supporto non permette di correggere gli errori con facilità, la conoscenza tenderà ad essere esaminata con cura. Se pubblicare è dispendioso, allora si creeranno dei meccanismi per vagliare i contendenti. Se si pubblica su carta, si creeranno luoghi centralizzati in cui ammassare libri. La proprietà della conoscenza come un corpo di opere ben curate deriva direttamente dalle proprietà della carta. La conoscenza tradizionale è un accidente della carta.” (Cap. 3)

Ci si accorge dei limiti di un mondo che si è abitato per lunghissimo tempo solo quando un mondo diverso appare all’orizzonte, e con non poche resistenze. Per questo è utile fare un confronto tra la conoscenza ben definita e contenuta nella forma chiusa di un’opera libraria tradizionale con la forma che assumono certe elaborazioni pubbliche e collettive di idee, ad esempio in un post con molti commenti. Due diverse forme di pubblicazione, insomma. Weinberger ne parla nel capitolo 6, Forma lunga, forma a rete:

“Il ragionamento in forma lunga assume il suo caratteristico aspetto poiché i libri erano formati in quel modo. E dato che i libri sono stati il mezzo della conoscenza, abbiamo creduto che quello fosse il modo in cui la conoscenza doveva essere formata.”

Svolgimento lineare, strutturazione in argomenti e sotto-argomenti, risposta preventiva a possibili obiezioni e punti fermi basati tanto sulla coerenza dell’argomentazione quanto sull’idea precedente di autorità di chi scrive, vengono confrontati con il “pensare in pubblico” che la rete consente e con i suoi specifici vantaggi:

“Primo, l’argomentazione assume la sua naturale lunghezza…
Secondo, l’argomentazione corrisponde maggiormente al campo che copre…
Terzo, il lavoro è incorporato in una discussione dai confini ampi che più naturalmente riflette la confusa e aggrovigliata topologia degli argomenti…
Quarto, ai lettori vengono lasciate meno ragioni per abbandonare la discussione a metà…
Quinto, le idee vengono esposte al loro pubblico molto più velocemente che nel vecchio modello ‘scrivi in privato, pubblica quando hai finito’…
Sesto, le idee si sottraggono al controllo dell’autore con più successo, in modo da poter avere un impatto sul mondo circostante…
Settimo, i lettori sono sono più coinvolti intellettualmente ed emozionalmente perché possono ora essere parte della discussione…
Ottavo, l’autorità dell’autore viene valutata correttamente…
Nono, non è solo l’autore a non trovarsi più nella sua landa deserta, ma sono i lettori stessi ora ad essere connessi…”

Quello che io noto in questo elenco è che richiede un pubblico fortemente partecipativo. Ma andiamo oltre. Ci sono naturalmente anche degli svantaggi: un’argomentazione a più voci può risultare confusa, presentare i propri argomenti tutti insieme può avere una maggiore efficacia retorica, alcune idee non sono economicamente sviluppabili se lo si fa in pubblico gratuitamente. Ma ciò che conta notare è come la rete e il suo abituarci a ragionamenti in fieri, collettivi e sempre contraddittori, ci abbia svelato la forma non definita del ragionare che la forma libro, unita ai meccanismi della pubblicazione, tendeva a nascondere nella sua finitezza e rigidità. Intendiamoci, Weinberger non profetizza né la fine del libro né la fine del ragionamento “in forma di libro”, ma mostra come l’essere sempre maggiormente esposti a tipologie multiple di ragionamento pubblico finirà per incidere anche su quei modelli tradizionali.

Insomma, che cosa accadrebbe se quel rumoroso andirivieni di chiacchiere che conosciamo personalmente dal web e dai social network si rivelasse qualcosa di più vicino a come gli umani si fanno un’idea delle cose di tutti i manuali che abbiamo ordinatamente studiato all’università?

Sfidando il ridicolo per l’enormità della domanda, potemmo anche chiederci che ne sarà delle biblioteche quando la forma finita “libro” (fisico o digitale poco importa) sarà solo uno dei modi in cui la conoscenza si crea e si comunica, quando quello che si dovrà gestire saranno non collezioni finite di oggetti finiti ma reti di argomenti e di persone. Indirettamente Weinberger ci viene in soccorso nell’ultimo capitolo del libro, Costruire la nuova infrastruttura della conoscenza, quando si chiede:

“Che cosa possiamo fare? Ho sostenuto per tutto questo libro che la conoscenza sta diventando una proprietà della rete, piuttosto che degli individui che sanno le cose, degli oggetti che contengono la conoscenza e delle istituzioni tradizionali che facilitano la conoscenza. Perciò, vediamo che cosa potremmo fare per aiutare questa rete di sovrabbondanza ipertestuale ad essere un ambiente migliore per la conoscenza.”

Che cosa si potrebbe fare è sintetizzato in cinque punti:

  1. Aprire l’accesso, ovvero favorire un’ecologia aperta basata sull’idea del pubblicare tutto e del fornire filtri che i lettori presenti e futuri possano utilizzare a posteriori a loro piacimento per trovare ciò di cui hanno bisogno: motori di ricerca, sistemi di navigazione personalizzati che diventeranno sempre più sofisticati, sistemi sociali di filtro.
  2. Fornire appigli per l’intelligenza, ovvero lavorare sui metadati (“La soluzione al sovraccarico informativo è creare più informazione: metadati”) passando dall’idea del Semantic Web a quella dei Linked Data. In sostanza e fuori da ogni tecnicismo: fornire tutto di metadati, aprire gli archivi e accontentarsi pragmaticamente di farli parlare fra loro in modo approssimativo, ma immediatamente realizzabile.
  3. Linkare tutto. Il link rappresenta il trionfo della fonte primaria (e conseguentemente l’abbandono di un’idea meccanica di autorità), l’apertura ad altri contesti e quindi all’approfondimento e al contradditorio e, in ultima istanza, la prova tangibile del fatto che nessuna argomentazione è mai finita e che sta a noi la responsabilità di decidere dove fermarci e a che cosa credere.
  4. Non lasciare indietro la conoscenza istituzionale, ma anzi farsi forti di tutto il lavoro già fatto.
  5. Insegnare a tutti. Ovviamente Weinberger delinea spesso un mondo ideale di persone colte capaci di interagire online in modo critico e costruttivo (quello che io chiamo un pubblico partecipativo). Ma è consapevole che usare la rete con successo dipende dai sempre presenti divari in termini di classe, ricchezza e formazione:

“Se vogliamo che la rete sviluppi la conoscenza, allora avremo bisogno di educare i nostri bambini fin dalla loro prima età su come usare la rete, su come valutare le diverse posizioni e su come amare la differenza”.

Open up access, provide hooks for intelligence, link everything, leave no institutional knowledge behind, teach everyone. Ad ogni bibliotecario il compito di trovare il suo spazio :-)

Nota: ho letto il libro in inglese, perciò alcune delle citazioni qui riportate sono state tradotte da me, mentre altre derivano dall’edizione italiana pubblicata da Codice edizioni. Ogni errore è ovviamente mio e non del traduttore di quella edizione. Inoltre, ho letto il libro in ebook: per questo le citazioni sono riferite ai capitoli e non alle pagine.

Everything in its right place?

Everything in its right place è sia il verso di una vecchia canzone dei Radiohead, sia, narrativamente, il primo capitolo del film Vanilla Sky. Li avete presenti? Due begli esempi di come la cultura pop sia in grado di cogliere certe oscillazioni nell’aria…

Sempre proseguendo coi lavori del mio trasloco, oggi pomeriggio mi sono messa a pulire i termosifoni della casa che lascerò, per evitare che i futuri inquilini pensino troppo male di me…

Mentre constatavo per l’ennesima volta quanto la polvere si appiccichi ovunque con una costanza che ha della volontà divina, mi è tornata in mente una conversazione con un amico restauratore. Aveva letto in un manuale di restauro di ceramiche una definizione di “sporcizia” che più o meno suonava come “lo sporco è quella parte di materia che si trova nel luogo inappropriato”. Ci era sembrata una buffa, ma forse inevitabile, definizione.

Sta per uscire tradotto in italiano Everything is miscellaneous, un meraviglioso libro di David Weinberger che porta come dedica “To the librarians”.
La scheda di Wuz lo dà in uscita per aprile col titolo Disordine digitale. Come internet trasforma la nostra mente in un iPod.

Ora, il titolo originale per intero è Everything Is Miscellaneous: The Power of the New Digital Disorder. Pensa davvero l’editore che banalizzando a questo punto il titolo venderà più copie? Quasi vi suggerirei di comprarvi l’edizione originale, adesso anche in versione paperback… se non fosse che non suggerisco mai di acquistare libri, ma solo di farli acquistare alle vostre biblioteche!

Comunque, si tratta di una lettura davvero divertente per l’intelletto dei bibliotecari, piena di stimoli e ricca di quella elasticità mentale che un po’ manca alla nostra più tradizionale letteratura professionale.

Non voglio parlare dei contenuti (il libro non l’ho ancora finito… accidenti… leggere in inglese!) ma solo invogliarvi a leggerlo anche voi.

Come la definizione del concetto di “sporco” abbia a che fare col disordine digitale si può intuire dal fatto che Weinberger sceglie per le sue argomentazioni esempi come il modo di ordinare le stoviglie dentro i mobili (con una fantasticheria su un Melvil Dewey che mette a posto la spesa rispettando un rigoroso sistema decimale, inciampando in qualche problema), i sistemi per ordinare i vestiti puliti nell’armadio, fino ad arrivare a come Linneo ha creato una struttura della conoscenza del mondo fisico ad albero, a che cosa si può considerare una mappa geografica, al fatto che la scritta “da prendere in farmacia” che spicca nella nostra lista della spesa è un metadato e così via…

Non c’è gesto più minuto della nostra vita quotidiana che non si appoggi su categorizzazioni molto più elaborate di quanto appaia a prima vista (lo sporco è la cosa sbagliata nel posto sbagliato).

Ma il nostro modo di creare categorie (cioè di pensare) è profondamente legato ad un mondo fisico (cassetti, armadi, schedari, liste, cataloghi) che comincia ad essere ribaltato dal mondo digitale.

Per sapere se questo porterà ad una rivoluzione nel nostro modo di pensare oltre che in quello di cercare informazioni bisognerà intanto leggere il libro per intero, e poi stare a vedere!

Per approfondire c’è il post che mesi fa Bonaria Biancu ha dedicato a questo testo ma anche un sito interamente dedicato che può essere interessante.