“Entrare a far parte del meccanismo della conoscenza” (combattendo il colonialismo digitale)

casatiSe uno legge molto, o legge poco, dipende molto dal caso, dall’aver avuto lettori intorno a sé quando era bambino, dall’aver avuto maestri e insegnanti che sanno far vivere un testo, dalle proprie curiosità, da incidenti di percorso. O dal vivere in un mondo in cui molti leggono.

Dato che io mi riconosco nel primo caso (leggo molto per caso, solo perché da bambina mi annoiavo e non avevo di meglio da fare), e non mi appartengono né la mistica del libro né quella della lettura in sé (perché faccio di mestiere la bibliotecaria, e non nonostante), mi sono avvicinata al libro di Roberto Casati Contro il colonialismo digitale: istruzioni per continuare a leggere con alcuni pregiudizi. Mi ci sono avvicinata soprattutto grazie alla recensione di Laura Testoni che condivido in pieno. Mi ci sono avvicinata in ritardo, in realtà, dopo che molti insegnanti ne avevano parlato su Doppiozero (disclaimer: non ho letto questi commenti, non amo Doppiozero, ma voi leggeteli), dopo che ne aveva scritto Luca Ferrieri su Gruppo/i di lettura, e dopo che Gino Roncaglia aveva messo a disposizione il video intervista con l’autore.

Si trattava di pregiudizi infondati. In realtà, l’ironia e l’intelligenza di Casati conquistano subito. Conquistano la sua attenzione politica a che cosa siano il leggere e l’educazione. Conquista la sua sensibilità per il contesto, l’architettura (il design) degli ambienti che ci permettono di leggere, apprendere, fare ricerche.

Da bibliotecaria quale sono ci si aspetterà che io affronti prima di tutto il tema ebook vs libro cartaceo. Lo faccio, ma trovo che questa sia la parte più debole del libro. Niente affatto ingenua o semplificatoria, ma neppure forte.

Due sole cose.

Casati manca un solo vero e sostanziale pregio dell’ebook rispetto al libro. Non le raffinate possibilità del social reading o le meraviglie dell’ipertestualità (cose che in buona misura dobbiamo ancora vedere), ma la sua facilità di distribuzione.
Mi pare che l’autore si indirizzi principalmente agli insegnanti. Sulle biblioteche dice alcune cose (un po’ ingenue, queste sì): auspica più biblioteche scolastiche (dio ci scampi, di biblioteche in Italia ce ne sono anche troppe secondo me, brutte e collocate nei posti sbagliati, in un trionfo di anti-economicità) e auspica spazi di lettura personali dentro le biblioteche (ai 25 lettori di Manzoni forse possiamo garantirlo un servizio di questo genere, ma sinceramente non mi sembra un obiettivo ambiziosissimo). Manca un po’ di pratica: diciamo che, se hai passato molte giornate della tua vita a gestire quell’ammasso di cartaccia che è – fisiologicamente – una biblioteca, sai benissimo come l’ebook vinca perché la sua gestione materiale è più economica. E soprattutto sai (o dovresti sapere) che ogni utente relegato in una zona periferica della città o della nazione è escluso da quella distribuzione fisica di libri cartacei che le biblioteche possono facilitare.

Ancora sulla distribuzione: e regalare un libro? Il bel gesto simbolico di un tempo, se piace a me potrebbe piacere anche a te? Scartare il pacchetto, capire che cosa la persona che ti regala il libro ci ha visto? Metterlo sullo scaffale come una promessa da scoprire appena si avrà un po’ di tempo a disposizione? Mai sottovalutare le capacità sociali di creare nuovi gesti simbolici attraverso nuove tecnologie. Esempio: essere invitati a condividere una collezione su Dropbox (una collezione, costruita con criterio, non un torrent qualsiasi). Da tempo vorrei scrivere un post che si intitolerebbe “Perché regalare un libro quando puoi regalare un’intera biblioteca?”. Prima o poi lo farò, sperando che i confini della legalità nel frattempo si siano spostati in una direzione più sensata.

La seconda cosa è questa. Dato che il device tablet (multifunzionale e dispersivo) sta prevalendo sulla tipologia ebook reader (dedicato alla lettura e che favorisce il mantenimento di un’attenzione prolungata), l’opposizione che Casati affronta è fra tablet e libro cartaceo. Ho letto il libro su carta (poi ho comprato l’ebook, a prezzo pieno, 9,49 €, troppo alto per un epub con DRM). L’ho letto in un pomeriggio e in una sera, perché io sono in un certo senso il lettore tipo di Casati, quello che predilige la saggistica e apprezza il valore di una lettura lineare e attenta. Ma niente mi ha impedito di controllare ogni 10 minuti un Android che cinguetta ogni volta che mi arriva un’email e che tengo sempre a non più di un metro di distanza. Intendo dire che – device a parte – è proprio l’educazione (anche nella sua versione basic, l’abitudine) a insegnarti ad apprezzare un testo lineare.

Ma mettiamoci dal punto di vista opposto: avrei letto le 762 pagine della biografia di Turing (questa) spezzettate su Twitter in frasi di 140 caratteri? Certamente no perché, come sostiene Casati, il design è importante. E se il design è importante non vedo perché non dovremmo rivendicare il diritto a continuare ad avere device dedicati alla lettura anziché essere invasi dall’offerta di “vetrine per il consumo”, come giustamente possiamo definire un tablet. Non rileggerei la biografia di Turing su Twitter, ma su un ebook reader sì, e molto volentieri. Molto più volentieri che riprendendo in mano il libro di carta, che dovrei o acquistare o prendere in prestito in biblioteca (in una copia vecchia, sporca e scomoda da tenere in mano). Bollati Boringhieri, ascolta le richieste dei tuoi lettori e metti in vendita una versione in ebook per favore!

Per il resto, Casati ha ragione su diverse cose: sul fatto che la categoria dei “nativi digitali” non dica quasi nulla, sul fatto che quello dell’attenzione è un mercato su cui si giocano partite importanti, sul fatto che rischiamo di scambiare il web per uno spazio libero quando è conteso da giganti interessati al solo profitto, sull’ingenuità dell’idea di procedere a un passaggio dalla lavagna al tablet come se si trattasse di un atto in sé risolutivo, su tutto quanto dice della scuola (credo). La parte migliore del libro – e quella che dovrebbe interessare i bibliotecari più della questione dei supporti alla lettura, perché altrimenti non siamo molto altro che passacarte – è insomma dove Casati parla di competenza tecnologica, senza la quale non si dà più alcuna forma di information literacy:

A medio termine, sarebbe già molto importante permettere agli insegnanti e alle famiglie di riconoscere la distinzione tra «nativi digitali» (nell’accezione innocua di «abituati alle tecnologie») e «competenti tecnologici». Si può essere digitali di nascita e restare poi tutta la vita incantati da una tecnologia di cui non si comprendono i meccanismi e che viene quindi vissuta in modo quasi magico. Aiutare a comprendere il funzionamento delle architetture informatiche, la ricerca scientifica e tecnologica, le strutture economiche e di potere dietro i prodotti di uso anche più comune (perché compare la sequenza «http://», chi assegna i nomi di dominio, chi possiede i miei dati personali, chi ha i permessi per modificare la mia pagina web e come viene costruito il mio profilo a fini pubblicitari) sarebbe già un primo, utile passo, del tutto in linea con i compiti generali della scuola e tale, forse, da levare l’affanno della rincorsa rispetto a una tecnologia rapida che viene soltanto subìta. La velocità dell’innovazione tecnologica genererà inevitabilmente una continua carenza quanto alla comprensione teorica delle tecnologie: dobbiamo spiegare che cosa è un algoritmo, in che modo gli algoritmi di Google determinano il design dei sistemi di raccomandazione e in che modo quest’ultimo determina poi le scelte di chi le tecnologie le usa… Si deve spiegare come si paghino a distanza di anni certe scelte di design riciclato nel grande copia-e-incolla della costruzione del software. Piuttosto che introdurre con affanno le tecnologie in classe, la scuola ha molto margine per insegnare a studiare le complessità non solo tecniche ma anche sociali e cognitive del design tecnologico.

E poi c’è la sorpresa.

Da qualche tempo arriva persino in Italia l’eco dell’idea che – dopo anni in cui si è passati dalla derisione al sospetto alle strategie di ignoramento – in fondo Wikipedia sia un oggetto di studio serio. Lo ha fatto un autore come Peter Burke nella seconda versione della sua Storia sociale della conoscenza, che nell’edizione pubblicata nel 2013 dal Mulino si intitola appunto Dall’Encyclopédie a Wikipedia: storia sociale della conoscenza, 2. (anche questo inesistente in formato ebook. Ma perché, editori, perché?)

Burke parla in realtà di Wikipedia solo per poche pagine alla fine del libro, in modo puramente descrittivo ma corretto e coerente con l’impostazione generale della sua opera. La sdogana, però. Storia sociale della conoscenza. Qualche anima cattiva potrebbe dire che usa la parola famosa con il W iniziale come strategia editoriale, ma noi ci accontentiamo di essere accostati, niente meno, che all’Encyclopédie ;-)

Per Casati, invece, l’esempio di Wikipedia è molto di più, costituisce un caso di possibile adozione intelligente della tecnologia, o meglio di una pratica sociale basata su tecnologie, che produce un “oggetto” particolare, un’enciclopedia:

Invitare i lettori a non leggere gli articoli di Wikipedia e a preferire loro la Treccani, la Britannica o un’altra enciclopedia, cartacea o online, ma comunque provvista di un comitato editoriale è una cosa; convincerli davvero a farlo è un’altra. Di fatto, il problema dell’autorevolezza si pone a chiunque cerchi un’informazione. E dato che chiunque cerchi un’informazione ha molte probabilità di farlo usando Google, se un articolo di Wikipedia si trova in cima alla pagina di risposta di Google, come spesso capita, allora è inevitabile che si vada poi a guardare l’articolo di Wikipedia. La battaglia da combattere quindi non è invitare a non consultare Wikipedia o cercare di convincere che sarebbe meglio non guardare Wikipedia, quanto cercare di migliorare la qualità di quello che vi si trova, dato che è lì e non altrove che è probabile che i vostri amici, figli, colleghi e studenti finiranno per guardare, e dato che Wikipedia può venir editata.

Invitare ad intervenire su Wikipedia non è certo esente da rischi; innumerevoli possibilità di inquinamento si profilano all’orizzonte: persone che scrivono elogi ai propri beniamini (inclusi se stessi) e filippiche contro i propri nemici, interventi pubblicitari, vandalismo tribale o religioso, incapacità di mettere due parole in croce, impertinenza, dilettantismo e via dicendo. Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole. L’aneddotica invita a una certa cautela anche nel caso di enciclopedie cartacee di vecchio pelo. L’impareggiabile Edwards, luminosa enciclopedia di filosofia degli anni ’60 dello scorso secolo, avendo subappaltato le voci sulla filosofia italiana, offre al lettore una voce sull’assai marginale ‘Gallarate movement’ che tradisce la volontà del subappaltatore di dar lustro alle sue amicizie. Il Lexicon der Renaissance pubblicato nella ex Germania Orientale poco prima del crollo del Muro di Berlino può servire per un corso sulla cultura di regime della ddr e molto meno per ottenere informazioni sul Rinascimento. Più banalmente le enciclopedie, capitolazioni al tentativo di mettere ordine nel sapere imponendo l’unico registro classificatorio su cui nessuno ha obiezioni, ovvero l’ordine alfabetico, sono inevitabili specchi del loro tempo; non esistono enciclopedie perfette né metodi consensuali per generarle; non esiste un loro lettore da cima a fondo – e quando esiste, è un po’ eccentrico; sono collezioni di frammenti, legati a logiche decisionali che muovono da piani grandiosi e producono compilazioni di liste della spesa. E se servono, come servono, più a chi le scrive che a chi le legge, in quanto aiutano a mettere in forma semplice e concisa un sapere, o in quanto creano o cristallizzano identità culturali; allora la funzione addizionale di Wikipedia è che aiuta molti a chiarirsi le idee; non leggendo, ma scrivendo.

Casati ci racconta anche la sua personale esperienza di contributore in Wikipedia: vedere una voce mal scritta, intervenire per rimetterla a posto e vedersi immediatamente “rivisto”:

Che cosa succede qui? Un operatore trova le modifiche non accompagnate da un commento, e le interpreta come atti di vandalismo, piccolo o grande; in assenza di prove del contrario, riporta la pagina alla versione precedente. Se però comincia una discussione, valuta la bontà della correzione e interviene di nuovo, accogliendola.

E finisce in questo modo:

Wikipedia, dopotutto, mostra in maniera non sorprendente che la qualità dipende dalle persone. Uno degli effetti secondari di un’enciclopedia libera è di aver creato implicitamente una grande scuola di curatori editoriali. Il che, mi sia permesso di dirlo, è anche un contributo alla democrazia. Ma è essenziale, perché questa funzione sia svolta intelligentemente, che resti una traccia delle correzioni (la «discussione» di Wikipedia). Correggere è un’arte, ma soprattutto una responsabilità.

Ripeto dunque il mio invito ai docenti delle superiori, giustamente preoccupati dal copia-e-incolla acritico e inutile da Wikipedia nelle ricerche scolastiche assegnate agli studenti, di incoraggiare invece i loro studenti a scrivere una voce di Wikipedia. Non è un’idea sovversiva: è un modo diretto di entrare a far parte del meccanismo della conoscenza. Vedere la propria voce rifiutata, leggere la discussione, capire gli interventi editoriali di altri utilizzatori, è un modo di ricordare che conoscere non è soltanto ricevere informazioni che esisterebbero sul web al modo in cui l’aria è disponibile intorno a noi o che verrebbero distillate dai fatti grazie a qualche forma di aggregazione magnetica.

Rileggete l’ultima frase e chiedetevi se in biblioteca vorremmo lettori in grado di fare questo (intendo dire, anche coi libri) o persone che passano il tempo leggendo.

P.S. Ho comprato l’ebook di Contro il colonialismo digitale anche per avere modo di copiare e incollare le citazioni che volevo riportare qui. Editori, aiutate i blogger a non occupare il loro tempo in stupidi esercizi di copia manuale! Lo facevo da piccola, di copiare i libri. Lo facevo perché mi annoiavo e non avevo di meglio da fare, ma per fortuna quei tempi sono passati. Ora preferirei impiegare il tempo leggendo (o contribuendo a Wikisource) :-)

L’insostenibile pesantezza degli ebook reader in biblioteca

Quali sono i luoghi in cui un lettore, che non sia anche un appassionato di tecnologia, dovrebbe avere occasione di toccare con mano un ereader, scoprire finalmente di che cosa si parli quando si dice “schermo non retroilluminato“, valutare magari comparando diversi modelli fra loro e scegliere il suo preferito?
Da alcune parti si ipotizza che le biblioteche potrebbero essere uno di quei luoghi. Qualche biblioteca effettivamente sta facendo sperimentazioni in questo senso. Al di là degli scaffali di tecnologia dei centri commerciali e di alcune catene librarie – in cui gli ereader si vedono spesso abbandonati un po’ a se stessi – potrebbe essere questa una possibile soluzione?

Se volete leggere il seguito di questo post potete farlo su EbookReaderItalia, che mi ha gentilmente chiesto un pezzo su quale sia la mia opinione in proposito. Il post è stato scritto per un pubblico di non bibliotecari: questo e la necessità di stringere tanti argomenti in una forma sintetica spiegano il perché di alcune semplificazioni. O almeno, lo spero!

Bookcamp a Forlì, “Lo strano caso del Dr. Libro e di Mr. Ebook”

Ieri, 9 settembre, sono stata al Bookcamp che si è tenuto a Forlì, “Lo strano caso del Dr. Libro e di Mr. Ebook”. Un bookcamp è per definizione un incontro informale, in questo caso con un numero piuttosto ristretto di persone, ma la formula facilita l’effettivo scambio di esperienze ed opinioni: tutti uniti da interessi reali, oltre che dai 40 gradi percepiti di temperatura!

Protagonisti assoluti della giornata l’editore Mario Guaraldi, ovvero un’editoria mutante che non teme sconfinamenti verso e dal digitale, e l’editore digitale puro Simone Bedetti di Area 51 Publishing (con collaboratori al seguito). Io ho provato appena a tirare le fila di come si può declinare il tema delle biblioteche nel contesto dell’editoria digitale, mentre altri interventi sono venuti da Nicola Cavalli di Ledi, da Virginio Sala a da altre persone presenti fra cui alcune bibliotecarie romagnole.

Area 51 ha descritto le diverse professionalità coinvolte (l’editore che coordina il progetto culturale ed economico, gli autori, i traduttori, gli illustratori, i musicisti, i registi, gli sviluppatori software) in un lavoro editoriale i cui prodotti si sono sostanzialmente trasformati in una via di sviluppo a tre: ebook “tradizionali”, come li chiama Bedetti (sostanzialmente epub), audiolibri e app per iPad/iPhone.

Interessanti anche i dati sulle vendite nel 2011, che sottolineano come il mercato sembri orientarsi su percorsi di acquisto e modalità di fruizione che sono già consolidati nel pubblico. Il canale più efficace di vendita risulta infatti iTunes (Audible nel caso degli audiolibri) sia rispetto ai canali distributivi italiani, sia all’opzione e-commerce diretto disponibile sul sito dell’editore. La formula migliore di distribuzione pare quindi essere quella che premia i mega-aggregatori, la facilità di reperimento e la facilità d’uso: scopro che un prodotto esiste perché mi trovo già a navigare su iTunes, e le app che scarico mi si presentano perfettamente impacchettate e immediatamente utilizzabili in una forma ben riconoscibile.

Questo implica anche una possibile riflessione sul pubblico potenziale a cui una piccola casa editrice può rivolgersi, quello dei non lettori, o meglio dei “non esattamente” lettori. Persone che non vogliono scaricarsi al miglior prezzo possibile l’ultimo bestseller, ma che usano la rete e possono apprezzare prodotti editoriali leggeri, ben confezionati e che tocchino i loro interessi specifici. E che potrebbero rappresentare un pubblico internazionale, motivo per cui alcuni progetti nascono direttamente in inglese o vengono sviluppati in origine in più lingue parallele.

Un paio di esempi di cui abbiamo potuto godere, non ancora commercializzati, sono le app Marine Fish (un libro a schede sui pesci marini, qui un teaser) e una raccolta di racconti di Poe illustrati e animati, sempre per iPad.

Al di là dell’esigenza di trovare una propria fetta (o nicchia, nel caso del piccolo editore) di mercato, Bedetti sostiene però con forza l’idea che, perché il mercato si ampli, occorrerebbero politiche di collaborazione più attive fra i relativamente pochi attori che lavorano sul mercato italiano. Il digital publishing come sistema, in una visione che superi le attuali divisioni per permettere a tutti di crescere.

Questa idea, il digital publishing come sistema, ci dà modo di pensare anche al ruolo delle biblioteche, al modo in cui ci si potrebbe posizionare all’interno di un mondo editoriale così mutato.

Se il concetto di digital lending ha superato anche in Italia la soglia della realizzabilità, è però vero che restano molte criticità da affrontare: problemi legati alle tecnologie (l’idea di prestare ereader in biblioteca in alternativa o in aggiunta a quella di farsi puri intermediatori virtuali della fornitura di file). Ma anche legati alla visione culturale che domina la professione (l’enorme tema del riposizionamento delle biblioteche nel digitale) ed ai problemi economici che paiono accumularsi di ora in ora: tagli al personale pubblico, tagli dovuti alle manovre finanziarie e, ultima arrivata, legge Levi che blocca la percentuale di sconto minimo sulla vendita di libri cartacei al 15% (20% per le biblioteche).

A proposito di questa legge, discussa su aib-cur e su cui il presidente dell’AIB si esprime ad esempio su La Repubblica del 7 settembre, ci si domanda a chi veramente dovrebbe giovare. Con tutto il rispetto che si può avere per i piccoli e magari entusiasti piccoli librai, le piccole librerie rappresentano un modello di distribuzione inefficiente (la mia personale sintesi è: poca scelta per un pubblico minuscolo, chiedo scusa per la brutalità). Non da queste legge verranno salvate, perché quello che scontano è la limitatezza di un modello distributivo fatto a misura di scarsità e non di abbondanza. (Se non vi convince il ragionamento, la prossima volta che volete comprare una sedia non andate all’Ikea, ma scegliete fra i due modelli di sedia che vi mette a disposizione il mobiliere meno lontano che avete a disposizione).

Il dubbio è che i beneficiari finali di questa legge finiranno per essere esattamente le grandi catene librarie già consolidate (diciamo pure monopolistiche, ma che pure ci danno la possibilità di scegliere fra qualche modello di sedia in più), che si vedranno protette dall’effetto perturbatore che in Italia avrebbero avuto distributori potenti come Amazon. Se così è, che tutto questo si faccia in nome della bibliodiversità reale e dei legittimi interessi delle piccole librerie è cosa che dovrebbe muovere lo sdegno dei piccoli librai per primi. Un bell’approfondimento mi pare comunque si trovi sul blog di Bookrepublic.

Protagonista è però a questo Bookcamp la lettera di Mario Guaraldi al presidente della Repubblica Napolitano su questi temi. La si può leggere su Prophetica books e ci dà l’avvio per discutere dell’idea sostenuta da Guaraldi per cui proprio le biblioteche potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di un nuovo modello di sistema editoriale e distributivo. Le biblioteche sono in effetti – se considerate a prescindere dalle loro caratterizzazioni funzionali e se guardate a livello sovranazionale – il più capillare sistema distributivo esistente della conoscenza, e questo è l’aspetto che dovrebbe metterle al centro dell’attenzione del mondo editoriale. A me viene in mente l’ennesima citazione di David Lankes nel suo Atlas, anche se là l’accenno è spostato sul ruolo dei bibliotecari come facilitatori più che sulle biblioteche come sistemi di distribuzione:

“Instead of insisting that the library is the heart of the campus or community, we must become the circulatory system. We must be the vital flow of knowledge and services that permeates our communities.” (p. 115)

Non so veramente se Guaraldi sia troppo ottimista sul ruolo delle biblioteche (lo è sicuramente più di quanto lo sia io che però, grazie a Lankes, sono oggi più ottimista di prima sul ruolo dei bibliotecari!). Ma accolgo entrambi gli appelli emersi nel corso della giornata: essere maggiormente propositivi, ed essere – o tendere ad essere – un sistema.