Off topic: la scienza per tutti (bibliotecari compresi)

“La mia ipotesi di partenza è la seguente: coloro che gestiscono i media sono laureati in discipline umanistiche con scarsissime competenze scientifiche e sfoggiano la loro ignoranza come se fosse una medaglia. In cuor loro, forse, rimpiangono il fatto di essersi negati l’accesso agli sviluppi più significativi nella storia del pensiero occidentale degli ultimi duecento anni…”

Gestione dei media e sfoggio a parte, in questa citazione io mi riconosco pienamente. Dato che ancora oggi mi trovo a dover spiegare perché sia falsa l’idea che il liceo classico prepari la mente a superare come per magia ogni scoglio intellettuale, e incoraggiata da un paio di articoli appena usciti che riprendono il tema del rapporto fra media e informazione scientifica in Italia (ad esempio qui e qui), mi è venuta voglia di condividere un po’ di letture fatte negli ultimi anni.

E dato che si fatica un po’ nelle nostre biblioteche pubbliche a proporre la lettura di saggi di divulgazione scientifica e tecnica con lo stesso amore per i libri con cui si promuovono i romanzi, forse così off topic questo post non è, in un blog rivolto ai bibliotecari italiani che, per storia generazionale e culturale, hanno prevalentemente una formazione di tipo umanistico.

Partiamo con La scienza negata: il caso italiano, di Enrico Bellone, Codice, 2005. Un libro che racconta le molte prese di posizione contro la scienza da parte di intellettuali di ogni schieramento politico, da Benedetto Croce a Julius Evola a Jeremy Rifkin, e del loro recepimento nella cultura italiana. Un accumulo di posizioni che ha prodotto e consolidato nel tempo un atteggiamento tutto italiano che, in altri contesti, giudicheremmo insostenibile e che nel caso della scienza risulta invece del tutto socialmente accettabile: lo spregio di qualcosa che non si conosce.

Il secondo libro, più recente, è Scienza, quindi democrazia, di Gilberto Corbellini, Einaudi, 2011. L’idea affascinante su cui si basa è che il metodo scientifico – educando le persone a produrre dimostrazioni di quanto sostengono, a porle al vaglio degli altri su di un piano di parità, a vedersi smentite e a dover quindi accettare di modificare le propie opinioni – costituisca un elemento favorevole ad un pieno sviluppo della forma politica della democrazia. Consigliato a chi abbia anche una qualche passione per la storia della scienza, oltre che per quella del pensiero politico, ma che pone una sollecitazione interessante a chiunque si trovi ad interrogarsi su che cosa significhi essere cittadino in un paese democratico.

E per finire in bellezza, La cattiva scienza, di Ben Goldacre, Bruno Mondadori, 2009, il libro da cui è tratta la citazione che avete letto in testa a questo post. Goldacre è un giornalista scientifico molto noto nel Regno Unito, capace di denunciare con la stessa passione gli abusi e le falsificazioni della scienza medica e farmaceutica ufficiale quanto quelli dell’infinita serie di pseudoscienze che ad essa vorrebbero contrapporsi. Coniugando chiarezza, metodo e humour perfettamente inglese, è un autore che varrebbe la pena di far conoscere di più in Italia. Magistrale il suo capitolo dedicato a “come le persone intelligenti credono a cose stupide”, che svela i modi in cui la mente umana tende naturalmente a costruirsi false credenze e ad attribuire credito a costruzioni logiche fallaci (impossibile non ritrovarcisi almeno un po’!).

La mia personale ipotesi, da bibliotecaria, è che la scarsa abitudine al metodo del ragionamento scientifico possa avere qualcosa a che fare anche con la percezione del tutto carente che gli italiani hanno della cultura della documentazione. Se avessimo tutti un minimo sufficiente di conoscenze tecnico-scientifiche, e se qualcuno ci avesse mai illustrato come dimostrare o confutare una tesi secondo un metodo accettato per la sua afficacia, saremmo portati a dire, anziché ci credo perché l’ha detto un mio amico, ci credo perché mi sono informato?

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