Il sogno realizzato del bibliotecario e che cosa fare ora

La premessa: di quale sogno stiamo parlando?*.
In una qualunque voce di Wikipedia si possono vedere sempre o la presenza di note e bibliografia, o l’avviso che la voce è carente di fonti. Il sogno del bibliotecario è avere un web referenziato, ed ecco il sogno realizzato (o meglio: in corso di realizzazione, c’è tanto da fare). Le fonti di Wikipedia sono siti online ma molto, molto più spesso, banalmente, libri. I libri sono conservati presso le biblioteche, e la responsabilità delle biblioteche è quella di rendere realmente disponibili quelle fonti.
La loro enorme occasione storica, arrivati al 2015 (per la quale oggi che è il 1° dell’anno dovremmo tutti gridare hurrà!) è quella di togliere il lucchetto a ciò che conservano. Questa occasione è resa possibile dal digitale che ha (nonostante le complessità e una normativa sul copyright obsoleta) reso la diffusione della conoscenza un’attività infinitamente più semplice che in passato. Anche questa è la realizzazione di un sogno per il bibliotecario. È anche la fine di quel sistema antieconomico di gestione della conoscenza che è il libro cartaceo. Costoso da produrre, da spostare, da conservare. Non entriamo nel tunnel del leggere su carta fa bene al cervello o argomentazioni simili (onestamente, sono code di paglia). Pensiamo invece a un esempio come Kiwix.

Che fare ora, ovvero alcuni punti fermi sull’accesso alla conoscenza

Conservare = digitalizzare
Conservare senza digitalizzare significa recare un danno enorme alla cultura. Sappiamo tutti come l’Italia, e in particolare le sue biblioteche nazionali, siano indietro su questo rispetto ad altri paesi, anche vicini a noi (la Francia, ad esempio). Se manchiamo di digitalizzare ora, tradiamo la nostra missione di biblioteche.

Digitalizzare = liberare
Digitalizzare sovraimponendo alle digitalizzazioni nuovi vincoli (riproduzioni a bassa risoluzione, watermark, copyright, la clausola “non per uso commerciale” che il settore pubblico ama adottare senza rendersi conto delle conseguenze**) significa non comprendere il  valore generativo della cultura.
Perché? Perché la cultura si forma per accrescimento, per rielaborazione delle opere del passato, e rendere ciò che è finalmente di pubblico dominio qualcosa che è un po’ meno che di pubblico dominio significa fare un passo indietro nel tempo e ostacolare la produzione di nuove opere. Perché imporre una clausola “non per uso commerciale” significa mantenere per se stessi e solo per se stessi il monopolio dello sfruttamento commerciale di una risorsa e questo contraddice la natura delle istituzioni pubbliche e dei loro scopi***.
Ci sono istituzioni importanti che forniscono esempi di buone pratiche in questo campo, ad esempio le recenti policy della Harvard University Library in favore del mantenimento del pubblico dominio per le digitalizzazioni di materiali posseduti dalla biblioteca.
Se volete un esempio più variopinto, considerate la pubblicazione senza limiti di alcun genere delle riproduzioni in alta definizione di opere del Rijksmuseum di Amsterdam. Potete persino  scaricare un particolare, farci la stampa per della lingerie e venderla. Voi ci avete guadagnato, il museo ci ha guadagnato, qualcuno ha delle mutande nuove, ecco tutto.
Avete digitalizzato un libro raro? fate come il MART col suo progetto Libri di guerra: caricatelo su Wikisource, la biblioteca digitale di testi riletti da volontari e dal cui materiale si ottengono epub scaricabili senza vincoli.

Condividere i metadati
I bibliotecari amano vantarsi della loro conoscenza specialistica sull’organizzazione dell’informazione. Fanno bene, ma se questa conoscenza non viene condivisa verrà probabilmente superata da altri attori, a partire dai motori di ricerca che possono mettere in campo forze di calcolo e budget molto maggiori dei nostri.
La Biblioteca Nazionale di Firenze non ha esitato a condividere il Thesaurus del Nuovo Soggettario con le voci di Wikipedia, e l’authority file internazionale VIAF è in via di connessione con Wikidata, la base dati che oltre a servire tutti i progetti wiki si offre come base dati aperta a qualunque tipo di progetto online (se non avete mai capito che cosa sono il web semantico e i Linked Open Data, andate a vedere che cos’è Wikidata).
Non avete le forze di una Nazionale? Seguite l’esempio della Biblioteca Europea BEIC di Milano e cercate i mille modi per travasare la conoscenza chiusa nelle vostre cassaforti su Wikipedia. Ad esempio arricchendo le voci biografiche dei vostri autori, metttendo i frontespizi di opere antiche online, importando in Wikidata i dati biografici che possedete nei vostri authority file.

Che fare ora, ovvero alcuni punti fermi sull’empowerment dei cittadini****

Valorizzare la conoscenza là dove si trova
Wikipedia è generalmente indicato come il sesto sito più consultato al mondo. Fronteggia quasi alla pari mostri come Google e Facebook. Evidentemente le persone in rete non cercano solo gattini o porno, ma conoscenze complesse. Si tratta ancora di un altro sogno realizzato. Se ci interessano gli utenti, ci interessano Wikipedia e il fatto che sia un’enciclopedia di qualità. La maggioranza dei nostri utenti non utilizzerà altra risorsa di reference per il resto della sua vita.

Imparare, non leggere
Leggere di per sé non garantisce nulla. L’ipotesi secondo cui lo scaffale aperto facilita l’ampliamento degli orizzonti degli interessi delle persone è affascinante, è anche verosimile, ma sarebbe più convincente se fosse corredata di dati che la sostengono (bibliotecari, fate qualcosa di utile dei vostri dati!). Se il nostro obiettivo è l’empowerment dei cittadini, dire loro soltanto di leggere di più è un fraintendimento. Usciamo per un momento dalla rassicurante coperta di Linus del leggere è bello: in altri ambiti di ricerca non ci si accontenta di così poco.

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(Renzo Davoli, Linux Day Bologna 2014)

Prendete una persona qualsiasi e convincetela a cliccare sul pulsante “Modifica” di una voce di Wikipedia. Avrà automaticamente davanti una palestra in cui fare esperienza di ogni aspetto possibile dell’information literacy: ricerca delle fonti, ragionamento (la scrittura lo impone più della lettura), descrizione neutrale (cioè concordata con gli altri), impatto (scrivo, salvo e ho fatto immediatamente qualcosa che resta), percezione del valore generativo della cultura (scrivo due righe, sulla base delle quali altri aggiungeranno e costruiranno, come in un puzzle). Esistono molti altri modi per far fare alle persone un’esperienza di questo genere?
Guardate che cosa ha fatto la biblioteca VEZ di Mestre, che non si è accontentata di un semplice laboratorio di alfabetizzazione a Wikipedia per i suoi utenti ma ha coinvolto aziende, istituzioni e infine le scuole.

La conclusione: restituire e ibridarsi, non mediare
Che cosa ne è dell’attività di mediazione delle biblioteche? Di certo si sta assottigliando molto, moltissimo. Probabilmente, si sta riducendo alla funzione di contrattare coi fornitori condizioni economiche agevolate alle risorse documentarie. Ma forse fissarsi su questo tema non aiuta. Forse è una questione di tempismo e questo potrebbe essere il momento della “restituzione”: possediamo un patrimonio e la conoscenza su come gestirlo per puro accidente storico, è il momento di rispettare la missione che abbiamo da sempre e liberarlo. Solo dopo che avremo fatto questo potremo domandarci se c’è ancora bisogno della nostra intermediazione e in quale forma.

Trovate altra documentazione su http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto:GLAM.
Se avete delle domande, fatele :-)

* Questo è l’elenco in sei punti che ho usato come filo del discorso in occasione della mia partecipazione, il 19 novembre, all’incontro organizzato dal Sistema Bibliotecario Urbano di Milano Biblioteche 2.0, 3.0… e poi? La mediazione informativa nell’era digitale, nell’ambito della serie di incontri presso la Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani di Milano. L’incontro faceva parte della rassegna BookStories. Conversazioni sul futuro della lettura ed è stato l’occasione per presentare l’ultimo libro di Aurelio Aghemo Biblioteche 2.0, Ed. Bibliografica, 2014. Presenti l’autore e Fabio Venuda dell’Università degli studi di Milano.

** L’ultimo è stato il ministro Franceschini quando ha modificato il Codice dei beni culturali concedendo ai cittadini di scattare foto dei monumenti del loro paese senza bisogno di chiedere preventivamente un’autorizzazione agli enti che li tutelano. Escludendo da questo diritto gli utilizzi commerciali ne ha liberato però solo gli usi “vacanzieri” e non quelli culturali, del costruire cultura, del mettere una foto del Colosseo su una voce enciclopedica che riguarda il Colosseo, ad esempio.

*** cit. Nemo (grazie, Nemo!).

**** Avrei preferito usare una parola diversa. Ma che non esista una traduzione precisa di questo termine in italiano vorrà dire qualcosa. Forse l’idea dell’individuo dotato di potere non è così naturale in un paese votato al familismo e alle appartenenze tribali.

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Leggere, partecipare: piccolo ragionamento su Henry Jenkins

In queste settimane Henry Jenkins è in Italia, e mercoledì scorso sono riuscita a sentire il suo intervento bolognese al Dams.

Non voglio stare a raccontare chi sia Henry Jenkins (a parte dire che, se non avete letto Cultura convergente, non sapete quasi nulla della cultura contemporanea!), né fare un resoconto di quanto stia dicendo in questo ciclo di conferenze perché potete leggere quanto hanno già scritto Valeria Baudo, Alberto Sebastiani e Luca Rossi.

Vorrei invece raccontare come mentre ascoltavo Jenkins mi si sia chiarito in mente un ragionamento che non ero mai riuscita ad esplicitare in modo così semplice fino ad ora. Giro intorno a Jenkins da anni con l’impressione che il suo lavoro abbia un significato di rilevanza assoluta per chiunque si occupi di cultura libera (non saprei trovare altra definizione per un bibliotecario). Ultimamente, ad esempio, a proposito del suo piccolo ultimo libro tradotto in italiano, Culture partecipative: competenze per una cultura digitale, in un post che non a caso si limitava a descrivere e non tentava neppure di attraversare il ponte fatidico del “e cosa ci facciamo con tutto questo?”.

In tutti i corsi che tengo continua a riapparire questa citazione, la più garbata provocazione che io conosca rivolta all’intera cultura del 20. secolo:

Proprio come non abbiamo mai considerato “alfabeta” qualcuno che sappia leggere ma non scrivere, allo stesso modo non possiamo concepire che qualcuno sia, per così dire, medialfabeta se può solo consumare ma non ha alcuna possibilità di espressione.
(Cultura convergente, p. 180)

Diciamo che il mio ragionamento nasce da un fastidio per alcune forme di concentrazione esclusiva dei bibliotecari sul tema della promozione della lettura. Detto per inciso, questa storica fissazione sta trovando di recente una seconda vita nel modo in cui talvolta si infarciscono le pagine Facebook delle rispettive biblioteche di immagini di libri, librerie, lettori, oggetti d’uso comune composti di libri, panorami immaginari con scogliere composte di libri, gatti addormentati su libri aperti e tutto ciò che un software per elaborare immagini possa permettere di realizzare con un libro di mezzo. Su questa specifica abitudine suggerirei di chiedersi, prima di postarle, quale sia il valore informativo di queste immagini (Facebook non è Pinterest).

Ma perché essere infastiditi da un’attività come quella della promozione alla lettura, che è di fatto un campo in cui le biblioteche possono svolgere un ruolo positivo e per di più in un paese dove l’alfabetizzazione di base è insufficiente?

Per un unico, fondamentale motivo.

Perché concepire l’attività della lettura come sufficiente e dominante rispetto ad altre attività di partecipazione attiva alla fruizione, alla creazione e alla diffusione dei contenuti trasmette un’idea generale della cultura superata e potenzialmente retrograda. Perché sapere solo leggere costringe ad una posizione marginale. Perché il libro è così ricco nei suoi possibili utilizzi da permettere che se ne faccia persino un uso regressivo: leggo, non interagisco, non mi informo su più canali, resto abbarbicato al mondo del passato e, come spesso accade in questi casi, rivendico quello che è un limite come se fosse una libera scelta.

Continueremo tutti, tutti i giorni, a promuovere libro e lettura, ma bisogna che sappiamo che questo non è più sufficiente. Specie se ci vogliamo imbarcare in avventurose definizioni della nostra professione come di persone che si occupano di cultura libera :-)