Un percorso possibile dentro le Stelline

Qualche breve appunto dal convegno delle Stelline 2014, a cui ho partecipato nella sola giornata di venerdì. Tutte le relazioni degli interventi presentati sono però disponibili sul sito dell’Editrice Bibliografica in PDF, con social DRM, a 3,99 euro. E’ un peccato non approfittarne e alcuni degli appunti che leggete qui sotto derivano da questa lettura, dalla quale spero di ricavare un ragionamento abbastanza coerente sulla base di cose che hanno colpito la mia attenzione.

La New York Public Library apre meritatamente il convegno con una relazione (felicemente pragmatica) di Johannes Neuer sull’utilizzo fatto dei social media per il marketing delle collezioni e dei servizi della biblioteca. Ne esce un quadro sintetico di cose che nessuno in Italia fa in modo compiuto. Le riporto come puro elenco di controllo, per così dire:

  • Adottare un approccio strategico ai social media (significa scegliere una strategia, non improvvisare)
  • Basarsi sulla collaborazione fra molti diversi dipartimenti/uffici
  • Misurare e ottimizzare in modo costante i risultati
  • Utilizzare i social media in modo coerente alla propria funzione, definita come impulso all’apprendimento continuo (lifelong learning), all’avanzamento della conoscenza e al rafforzamento della comunità
  • Comprendere nella strategia l’online customer service (i social media non sono solo bollettini, ma strumenti per erogare servizi)
  • Curarsi della formazione specifica dello staff
  • Pubblicare contenuti rilevanti (compelling)
  • Fare dei blog (per la NYPL, questi) il nucleo fondante del proprio calendario editoriale (sul tema dei blog si può leggere anche la relazione di Juliana Mazzocchi Blog e social network in biblioteca: strumenti complementari o antagonisti?)
  • Ottimizzare i contenuti in forme diverse per le diverse piattaforme
  • Condividere contenuti di terzi
  • Riciclare (ripubblicare) i contenuti che producono i risultati migliori
  • Non trascurare l’email marketing
  • Investire in social media avertising (riporto questo punto per ultimo perché mi dà modo di formarmi un’opinione su un interrogativo accennato nel mio post precedente: dovremmo acquistare la visibilità dei post sulle pagine Facebook? Ora, la mia risposta è: non prima di avere imparato a fare tutte le cose segnate in questa lista).

Riccardo Ridi, in un intervento complesso sulla responsabilità sociale delle biblioteche (che non tento di riportare qui esaustivamente nei suoi contenuti), distingue invece fra due concezioni principali della Library 2.0:

La prima:

Le “biblioteche 2.0”, intese in senso tecnico e “debole” sono quelle biblioteche che, per perseguire i propri classici obbiettivi informativi, documentari e bibliografici e per promuovere la conoscenza e l’uso dei relativi servizi da parte dei potenziali utenti, utilizzano sempre più spesso, oltre ai metodi abituali (inclusi quelli digitali), anche una serie di recenti strumenti tecnologici di varia natura riconducibili più o meno direttamente al concetto (anch’esso peraltro notevolmente ambiguo e controverso) del “web 2.0”.

La seconda:

Davvero rivoluzionarie sono invece le “biblioteche 2.0” intese in senso ideologico e “forte”, che si prefiggono di recuperare e ampliare il numero degli utenti, l’entità dei finanziamenti pubblici ricevuti e la consistenza dell’apprezzamento sociale (tutti indicatori purtroppo in brusca caduta recentemente) rinunciando alla tradizionale centralità, per i servizi bibliotecari, dell’intermediazione documentaria e creando o incrementando, invece, servizi rivolti prevalentemente allo sviluppo dell’apprendimento e della socializzazione o addirittura, nei casi più estremi, alla fornitura di qualunque cosa possa risultare a qualsiasi titolo interessante per la comunità di riferimento.

Mi pare che la presentazione di Neuer (così come diverse esperienze riportate durante il congresso) rientrino nella prima concezione, mentre Ridi porta come esempi della seconda fenomeni di diversa natura come:

  • L’uso approssimativo dei social network (come dargli torto?)
  • Superficiali manovre di restyling “2.0” dei cataloghi (per fortuna, un’ampia sezione di questo convegno è dedicata ai dati bibliografici nell’ottica dei Linked Data, che ci portano finalmente un passo oltre a pratiche effettivamente poco più che decorative di questo genere)
  • Idee indeterminate di biblioteca come area socio-culturale non meglio identificata (è quella che io personalmente chiamo “la biblioteca parrocchia” o “la biblioteca circo”. Ne esistono anche curiose combinazioni)
  • L’attenzione di David Lankes per la crezione di conoscenza tramite la conversazione (ci torniamo)
  • Il parlare da bibliotecari di com’è fatta Wikipedia invece che di come educare gli utenti a darne una valutazione in quanto strumento informativo (torniamo anche qui).

La conclusione dell’intervento (banalizzando molto ma ripeto, questi sono solo appunti) sta nella proposta di “svolgere nel modo migliore il proprio lavoro e non quello altrui”, formula che è difficile non accogliere come espressione di un felice e salutare buon senso in questo momento di grande confusione sulla definizione degli scopi presenti e futuri delle biblioteche.

Laura Testoni, come accade spesso, si occupa di information literacy. Qui le slide del suo intervento, che fanno il punto sulle diverse e complementari concezioni di literacy e avanzano alcune proposte.

Sulla base dell’assunto che “l’informazione è cambiata: non è infatti solo una entità che ‘si recupera’, ‘si conserva’ e ‘si utilizza’ ma è piuttosto un flusso continuo, permanente e ubiquo che ci attraversa, che permea qualunque attività privata e pubblica, il nostro stile di vita e le nostre interazioni con gli altri” ci possiamo chiedere quali siano le “abilità necessarie che affiancano e completano le differenti literacy e costituiscono oggi un curriculum implicito per ‘abitare’ la rete in modo consapevole, responsabile e informato”. Ecco una risposta in sintesi:

  • Essere in grado di comprendere e produrre testi (siamo molto vicini alla tradizionale concezione di literacy, alfabetizzazione)
  • Essere in grado di “fare rete” lavorando con gli altri in modo costruttivo e produttivo (citati l’Henry Jenkins di Culture partecipative e competenze digitali: media education per il 21. secolo e il concetto di “stanza intelligente” di Weinberger)
  • Essere in grado di operare delle sintesi da informazioni provenienti da fonti diverse
  • Usare la rete come infrastruttura e non solo come fonte documentale (internet come ipertesto e internet come sfera pubblica, come ambiente).

Alcune proposte immediate:

  • Smettere di chiedersi se la rete ci rende più stupidi o più intelligenti (amen!)
  • Abbandonare il mito dell’information overload (che esiste da alcuni secoli)
  • Allenare l’attention literacy e “offrire ganci all’intelligenza” (imparare attivamente a concentrarsi su ciò che interessa senza il luddismo dello spegnere il cellulare per vivere sereni, e saper filtrare e applicare metadati appropriati alla massa dei contenuti con cui veniamo a contatto. Qui il riferimento è a Perché la rete ci rende intelligenti, di Howard Rheingold, che vorrei leggere presto).

C’è un aspetto che accomuna tutte le literacy sia formali (IL, digital literacy, MIL [Media Information Literacy], transliteracy) che implicite descritte in queste note. Esse hanno l’obiettivo di conferire potere alle persone: capacità, abilità, sensibilità e skill necessari per padroneggiare i flussi informativi e per partecipare in modo consapevole e informato (quindi non da “tifosi” o spettatori subalterni) allo spazio pubblico strutturato nelle reti sociali. Su questo punto David Lankes nel suo Atlas è molto esplicito e radicale: il potere è il centro dell’information literacy… perché senza di esso non si prendono decisioni e le cose avvengono sulla testa delle persone.

Sembra tirare le fila di questo filone del convegno Pierfranco Minsenti col suo intervento su Wikipedia come ambiente di lavoro collaborativo (qui le slide). Minsenti risponde a Ridi, accettandone gli interrogativi ma proponendo una via alternativa a quella che sembra una risposta tutto sommato troppo tradizionalista. Sostiene l’utilità dell’abbandono dell’espressione Web 2.0 e di tutto l’indeterminato circostante. Controbatte David Lankes tacciando la sua visione di scarso radicamento teorico e di vaghezza. Rilancia con Henry Jenkins e la sua idea di cultura partecipativa. Infine, porta Wikipedia come esempio principe di luogo della rete in cui fare information literacy.

A me quest’ultimo punto sembra ovvio, ma probabilmente non lo è e quindi proviamo a raccontare perché mai fare editing su Wikipedia è paradigmaticamente un esercizio di information literacy (ho sempre pensato che Jenkins abbia persino modellato la sua definizione di cultura partecipativa su Wikipedia, ma non so se lo abbia mai detto esplicitamente):

  • Su Wikipedia si legge e si trovano delle informazioni (accesso + alfabetizzazione, parte prima)
  • Su Wikipedia si scrive, se non si sa scrivere si è subito fuori (partecipazione + alfabetizzazione, parte seconda)
  • Su Wikipedia si sintetizzano fonti già esistenti (imparando a cercarle e a valutarle) e le si ricompongono (imparando a organizzare logicamente gli argomenti)
  • Su Wikipedia si organizza la conoscenza (si creano ipertesti, si collegano voci per prossimità semantica, si inseriscono in categorie comuni, si metadatano) come parte normale e quotidiana del lavoro
  • Su Wikipedia si discute, cioè si impara che la conoscenza non è un dato acquisito, bensì una costruzione sociale
  • Su Wikipedia si impara a valutare la qualità delle singole voci come conseguenza diretta della partecipazione, e non perché un maestro/insegnante/bibliotecario ci abbia insegnato a farlo
  • Su Wikipedia si è incoraggiati a raccontare quello che si sa, e a nessuno importa quello che si è
  • Wikipedia è l’unico luogo della rete in cui il copyright sia rispettato alla lettera
  • Wikipedia è il luogo in cui sistematicamente si adottano forme di regolazione della proprietà intellettuale adeguati allo scopo
    (Mi fermo).

Questi interventi, che ho selezionato fra molti, mi pare esprimano un filo logico di questo tipo: il web 2.0 o, più precisamente, la comunicazione via social media, è un potente strumento di marketing per le biblioteche. In quanto tale va utilizzato in maniera professionale e non approssimativa. Il fine non è però il 2.0 in sé ma la diffusione di una cultura della partecipazione attiva, e non solo perché ciò sembra buono, ma perché è anche coerente con gli obiettivi specifici della nostra professione (non si dà partecipazione attiva senza information literacy). In questo si può trovare un punto d’equilibrio felice tra una visione della professione troppo ancorata alla tradizione (agli artefatti di Lankes, se volete) e la visione confusa e insoddisfacente della biblioteca come indeterminato spazio di socialità. A me pare che abbia un senso.

Social libraries: il corso!

Domani riattraverso la pianura padana per tutta la sua lunghezza fino a Torino, città che mi piace sempre e in cui lunedì terrò il corso Social libraries: gli strumenti del web sociale per le biblioteche (qui il programma, curato per l’Associazione Italiana Biblioteche).

Per quanto posso, cerco di dare ai miei corsi un taglio pratico. Non si tratterà dunque di una rassegna su come si muovono le altre biblioteche in rete: di casi a cui ispirarci ne possiamo facilmente trovare tutti, e ogni bibliotecario dovrebbe trovare il suo modo personale per parlare col proprio pubblico. Né sarà un corso basato su un’esaustiva rassegna della bibliografia sul tema. La bibliografia citata si limita ai testi effettivamente utilizzati da me per la preparazione del corso e che ritengo possano costituire un aiuto o un approfondimento anche per altri.

Quello che faremo sarà invece analizzare vantaggi e fatiche di blog, pagine Facebook e account Twitter in chiave istituzionale, in particolare per le biblioteche. Aggiungendo un po’ di diritto d’autore, dei consigli di base su scrittura e comunicazione in rete, e un accenno a strumenti come Google Alerts e Google Analytics che non si possono più ignorare. L’obiettivo che mi piacerebbe raggiungere è far sì che – a partire dal giorno dopo – i partecipanti al corso fossero in grado di scegliere quali piattaforme utilizzare, impostando un lavoro nel modo più efficace e (perdonatemi questa parola abusata) sostenibile, e cominciare subito a lavorarci. E aggiungerei: a lavorarci senza né paure né improvvisazioni, i due rischi opposti che si possono correre quando si parla di comunicazione pubblica in rete.

Si dice spesso che la sperimentazione sia la strada da seguire in questo campo. Concordo, ma appunto per non muoversi completamente al buio (e anche per ringraziare i rispettivi autori a cui questo corso deve molto), voglio citare qui i quattro manuali di cui non si può fare a meno e che, al momento, costituiscono dei punti fermi ciascuno per il loro ambito.

Tiziano Fogliata, Crea il tuo blog con WordPress, Hoepli, 2010. WordPress è al momento considerato quasi unanimemente la miglior piattaforma di hosting e gestione di blog. Se volete sfuggire a Blogger e al monopolio di Google, poi, è quasi una scelta obbligata.

I due manuali di Luca Conti, Fare business con Facebook: il nuovo marketing dei social network (2. ed., 2010) e Comunicare con Twitter: creare relazioni, informarsi, lavorare (2010), entrambi della Hoepli, vi daranno moltissimi consigli sul come utilizzare queste due piattaforme in modo professionale.

Infine (ma solo in ordine di apparizione) l’ottimo Social Media ROI di Vincenzo Cosenza, Apogeo, 2012, che apre una finestra importante sul mondo della misurazione dei risultati della comunicazione via social media, senza tralasciare qua e là nel testo montagne di trucchi e consigli utili, sicuramente pensati per un contesto aziendale ma riformulabili in buona misura anche in ottica no profit. Cosenza è il prolifico autore di vincos blog, sito di segnalazioni di novità e di analisi sul mondo dei social network nonché curatore dell’Osservatorio Facebook che si incarica di realizzare e tenere aggiornate infografiche molto utili. Per questo motivo, e per aver permesso di riutilizzare le immagini del suo testo in Creative Commons, lo ringrazio doppiamente :-)

Da FBML ad iframe: applicazioni Facebook per le biblioteche

All’inizio del 2010 ho scritto un post sulle possibili applicazioni di Facebook per l’attività di comunicazione delle biblioteche. Applicazioni in senso lato, avendo cercato semplicemente di individuare delle categorie d’uso fra le più semplici e diffuse. Di applicazioni in senso tecnico, invece, si parlava solo in piccola parte.

C’è ora però un aggiornamento tecnico che mi sembra utile condividere con chi voglia continuare a lavorare sulla pagina della sua biblioteca in modo gratuito ma con un minimo di personalizzazione.

Qualche mese fa mi sono accorta per caso di un comunicato ufficiale di Facebook in cui si dichiarava FBML statico, applicazione gratuita di cui si parlava nel post di gennaio, deprecato. Deprecato (amo il linguaggio dell’informatica, oggi ho scoperto facendo scarti dai miei scaffali che esiste una cosa chiamata “linguaggio di scripting non intrusivo”, poi ci sono il “kernel monolitico”, i “metalinguaggi di markup”, ma a me fa sognare anche l’idea del “linguaggio macchina”…). Comunque, deprecato significa non più supportato ovvero, a quanto ne so, destinato a morte certa in un momento imprevedibile del futuro prossimo.

Per fare un esempio anche visivamente comprensibile, FBML è l’applicazione che permetteva di creare tab personalizzati, menu di pagine alternative, da aggiungere a quelle offerte di default sulle pagine Facebook, come quelli che si vedono in questa immagine in una prima versione del layout della pagina:

e qui in una seconda versione del layout, in cui i tab sono stati spostati sulla colonna di sinistra, perdendo abbastanza di visibilità:


Al posto di FBML, si consiglia ora di creare pagine e applicazioni con iframe, sostanzialmente un tag HTML che permette di creare un frame all’interno di una pagina esistente in modo abbastanza agile, come si vede in questo esempio (guardate prima la pagina, poi il sorgente pagina).

Ora, supponiamo che voi che leggete siate degli sviluppatori professionisti e vogliate assicurarvi che la pagina su cui lavorate continui nel tempo ad avere dei tab personalizzati, animazioni, chat per il reference digitale e tutto quello che vi serve. Partite da questa pagina di istruzioni, vi mettete a lavorare e magari alla fine ne esce qualcosa di simile alla pagina Facebook della New York Public Library (date un’occhiata a tutto quello che appare sulla colonna di sinistra).

Supponendo invece che siate dei bibliotecari italiani (il che non depone a favore della probabilità che siate anche degli sviluppatori professionisti, né che possiate permettervene uno), potete farvi aiutare da applicazioni “intermedie” come iwipa, applicazione drag & drop che consente di creare pagine con iframe utilizzando qualche semplice pulsante.

Diversi i tutorial forniti dai suoi produttori, dai passi basic descritti in questi video al canale iwipa su YouTube in cui si possono cercare mini-guide sui diversi aspetti dell’applicazione. In pratica, comunque, si tratta di installare sulla pagina di cui si è amministratori l’applicazione (esattamente come era necessario per FBML statico e per qualunque altra applicazione Facebook) e poi di cominciare a lavorarci.

Io mi sono concentrata sulle possibilità offerte dall’applicazione in versione free, ma è ovvio che acquistando la versione pro si potrebbero fare diverse cose in più. Un possibile risultato, che ho creato per l’immaginaria Biblioteca xy, è quello che vedete qui sotto. Vi prego però di dare un’occhiata alla versione originale su Facebook, magari aggiungendo commenti o like che aiuterebbero tutti noi a creare una simulazione più veritiera:


Quali sono le differenze rispetto ad una pagina tradizionale?

  • Una pagina di welcome che si può configurare coma pagina di arrivo per chiunque non sia ancora fan. Guida qui.
  • Una serie di immagini a scorrimento linkabili con url esterni (ad es. alla pagina web istituzionale della biblioteca) o interni (bacheca o info su Facebook). Guida qui.
  • Un set di tab personalizzabili, ad esempio come qui ai cataloghi, i servizi, ecc., linkabili con quello che volete.
  • La possibilità per gli utenti di aggiungere immediatamente commenti, condividere la pagina su altre piattaforme e, per voi, di visualizzare i vostri fan direttamente sulla pagina di welcome.

A mio parere, è un peccato non approfittare di possibilità semplici e gratuite come questa. Anche perché il tempo stringe ;-)

(Un grazie a Mattia Lanzoni per l’aiuto!)