Ebookfest Sanremo e Librinnovando Milano – i materiali

Per dovere di documentazione, segnalo che su Rai Letteratura è disponibile la registrazione video della sessione dedicata alle biblioteche al convegno Librinnovando, tenutosi a Milano il 16 novembre, di cui avevo parlato brevemente nel mio post precedente.

Ho dato lì al mio intervento il titolo di Abbondanza e scarsità: biblioteche digitali per comunità digitali. Chi preferisse un formato testo può anche leggersi cosa avevo detto a Sanremo in occasione dell’EbookFest il 27 ottobre scorso. Si tratta quasi per intero dello stesso intervento, lo potete scaricare qui in PDF anche se io vi consiglierei di dare un’occhiata a tutti i materiali prodotti in quell’occasione anche dalle altre persone presenti, qui.

Biblioteche a Librinnovando, Milano 2012

Il 16 novembre sono stata ospite dell’edizione milanese 2012 di Librinnovando, appuntamento ormai fisso con l’editoria digitale e non, quest’anno rientrato nel contesto di Bookcity Milano. Per chi avesse perso lo streaming in diretta, i video degli interventi saranno presto disponibili sul sito di Rai Letteratura.

E’ stata una giornata piuttosto ricca e che ha fatto incontrare diversi ambiti e settori: piccoli e grandi esperimenti di editoria digitale, servizi dedicati al social reading e al self-publishing, le biblioteche (finalmente in una bella sessione centrale di mattina!), l’editoria digitale per la didattica, l’editoria scientifico-accademica, il ruolo delle librerie.

La sessione dedicata alle biblioteche, coordinata da Gianni Stefanini del CSBNO, si è aperta ricordando come l’Italia si trovi per quanto riguarda il digital lending per le biblioteche pubbliche in una situazione che non è affatto fra le peggiori in Europa, dato però che va letto nel contesto di un mercato del digitale europeo attuale esiguo rispetto a quello americano. L’intervento di Giulio Blasi di MLOL si è focalizzato su un tema di cui non si è ancora parlato estesamente in Italia, il rapporto fra biblioteche digitali e digital lending nel mercato consumer, ovvero della necessità di cercare strategie competitive utili a differenziare ciò che le biblioteche possono offire come servizio proprio da ciò che può e verrà offerto direttamente agli utenti finali da attori commerciali. Sullo sfondo, il tema della povertà intrinseca del nostro sistema bibliotecario nazionale se considerato in termini di penetrazione fra gli utenti, un misero 11.7% della popolazione, contro il 69% degli statunitensi.

Il dibattito si è poi spostato dalle macro-condizioni economiche e strategiche ad una riflessione più generale sull’identità della biblioteca pubblica di oggi e del prossimo futuro. Antonella Agnoli ha sostenuto attraverso l’ormai nota metafora della biblioteca come piazza del sapere l’importanza della biblioteca come luogo fisico che rende possibile fornire servizi alle specifiche comunità, e di come tali servizi siano resi ancora più necessari dal momento di grave crisi economica che attraversiamo.

Io ho tentato invece, riallacciandomi anche a questa idea, di ampliare la nostra riflessione (ma vorrei dire la nostra immaginazione) a quelle che saranno le comunità dei nostri utenti in un contesto di servizi digitali avanzati. Per farlo sono partita dall’opposizione fra l’idea di scarsità e quella di abbondanza. Da un lato, la scarsità dello scaffale fisico che ci ha costretto per secoli a selezioni forzate, la scarsità insita nel libro cartaceo che si può travare nelle mani di una sola persona per volta, la scarsità e l’ingiustizia del fatto che biblioteche di periferia non hanno mai potuto offrire alle loro comunità raccolte sufficientemente ricche. Dall’altro, l’abbondanza (almeno potenziale) propria dei contenuti in formato digitale, la possibilità di raggiungere gli utenti ovunque si trovino, abbattendo vincoli territoriali divenuti privi di significato, e l’estensione delle aspettative che in un contesto di connessione perpetua tendono ad alzarsi moltissimo, anche rispetto ai servizi erogati dal settore pubblico.

Naturalmente, l’opposizione fra scarso e abbondante non si declina piattamente sull’opposizione fra analogico e digitale, ma suggerire che la biblioteca tradizionale fosse anche un luogo di scarsità potrebbe aiutarci ad uscire da un certo circolo vizioso che mescola celebrazione del passato e auto-celebrazione dei bibliotecari, miscela a cui rischiamo di credere solo noi davanti a quel dato dell’11.7% che racconta una storia molto diversa.

Lo scopo del mio intervento voleva comunque essere positivo: mostrare come l’espansione dei pubblici digitali apra possibilità nuove con le quali possiamo già oggi cominciare a fare i conti. Per dirla con una formula, sarebbe ora di passare dall’idea del web 2.0, un’etichetta che ha lasciato sempre tutti insoddisfatti e che rischia di focalizzarsi troppo su singoli strumenti (ad esempio i social network), a quella delle culture partecipative che nel 2.0 di oggi vediamo già delineate ma non certamente pienamente sviluppate. Intendiamoci: non posso indicare iniziative o progetti concreti già avviati in questo senso (tranne uno, che vi lascio però per le prossime settimane…), ma credo sia importante per le biblioteche e per i bibliotecari iniziare a misurarsi con l’idea che la cultura in rete mette sottosopra molte delle nostre concezioni tradizionali su che cosa sia una collezione, su chi sia deputato professionalmente a curarsene, su che cosa significhi essere utenti e che cosa produttori di conoscenza.

Per chi si fosse incuriosito, aspettiamo dunque di vedere su Rai Letteratura i video degli interventi.

Nel frattempo posso fornire i riferimenti ai testi che ho utilizzato: il sociologo Giovanni Boccia Artieri con Stati di connessione. Pubblici, cittadini e consumatori nella (Social) Network Society, che mi ha aiutato a concentrarmi sul concetto di pubblici connessi. Henry Jenkins col suo classico Cultura convergente, sociologo a cui si devono molte delle migliori riflessioni sulle culture partecipative. Il bibliotecario americano David R. Lankes con The Atlas Of New Librarianship (in corso di traduzione in italiano). E infine, il fiolosofo David Weinberger con un articolo di settembre 2012, Library as Platform, che mi ha fornito la metafora della biblioteca come piattaforma software aperta e col suo ultimo libro, Too big to know (appena pubblicato in italiano da Codice col titolo di La stanza intelligente: la conoscenza come proprietà della rete), a cui devo l’immagine dello scaffale fisico come simbolo della scarsità della biblioteca tradizionale e (ovviamente) molto molto di più.

Aggiungo, per chi giustamente fosse desideroso di farsi un’idea anche delle altre sessioni di Librinnovando, il post di Chiara Prezzavento Librinnovando – Il Giorno Dopo, che fornisce una bella sintesi. Grazie Chiara!