Leggere, partecipare: piccolo ragionamento su Henry Jenkins

In queste settimane Henry Jenkins è in Italia, e mercoledì scorso sono riuscita a sentire il suo intervento bolognese al Dams.

Non voglio stare a raccontare chi sia Henry Jenkins (a parte dire che, se non avete letto Cultura convergente, non sapete quasi nulla della cultura contemporanea!), né fare un resoconto di quanto stia dicendo in questo ciclo di conferenze perché potete leggere quanto hanno già scritto Valeria Baudo, Alberto Sebastiani e Luca Rossi.

Vorrei invece raccontare come mentre ascoltavo Jenkins mi si sia chiarito in mente un ragionamento che non ero mai riuscita ad esplicitare in modo così semplice fino ad ora. Giro intorno a Jenkins da anni con l’impressione che il suo lavoro abbia un significato di rilevanza assoluta per chiunque si occupi di cultura libera (non saprei trovare altra definizione per un bibliotecario). Ultimamente, ad esempio, a proposito del suo piccolo ultimo libro tradotto in italiano, Culture partecipative: competenze per una cultura digitale, in un post che non a caso si limitava a descrivere e non tentava neppure di attraversare il ponte fatidico del “e cosa ci facciamo con tutto questo?”.

In tutti i corsi che tengo continua a riapparire questa citazione, la più garbata provocazione che io conosca rivolta all’intera cultura del 20. secolo:

Proprio come non abbiamo mai considerato “alfabeta” qualcuno che sappia leggere ma non scrivere, allo stesso modo non possiamo concepire che qualcuno sia, per così dire, medialfabeta se può solo consumare ma non ha alcuna possibilità di espressione.
(Cultura convergente, p. 180)

Diciamo che il mio ragionamento nasce da un fastidio per alcune forme di concentrazione esclusiva dei bibliotecari sul tema della promozione della lettura. Detto per inciso, questa storica fissazione sta trovando di recente una seconda vita nel modo in cui talvolta si infarciscono le pagine Facebook delle rispettive biblioteche di immagini di libri, librerie, lettori, oggetti d’uso comune composti di libri, panorami immaginari con scogliere composte di libri, gatti addormentati su libri aperti e tutto ciò che un software per elaborare immagini possa permettere di realizzare con un libro di mezzo. Su questa specifica abitudine suggerirei di chiedersi, prima di postarle, quale sia il valore informativo di queste immagini (Facebook non è Pinterest).

Ma perché essere infastiditi da un’attività come quella della promozione alla lettura, che è di fatto un campo in cui le biblioteche possono svolgere un ruolo positivo e per di più in un paese dove l’alfabetizzazione di base è insufficiente?

Per un unico, fondamentale motivo.

Perché concepire l’attività della lettura come sufficiente e dominante rispetto ad altre attività di partecipazione attiva alla fruizione, alla creazione e alla diffusione dei contenuti trasmette un’idea generale della cultura superata e potenzialmente retrograda. Perché sapere solo leggere costringe ad una posizione marginale. Perché il libro è così ricco nei suoi possibili utilizzi da permettere che se ne faccia persino un uso regressivo: leggo, non interagisco, non mi informo su più canali, resto abbarbicato al mondo del passato e, come spesso accade in questi casi, rivendico quello che è un limite come se fosse una libera scelta.

Continueremo tutti, tutti i giorni, a promuovere libro e lettura, ma bisogna che sappiamo che questo non è più sufficiente. Specie se ci vogliamo imbarcare in avventurose definizioni della nostra professione come di persone che si occupano di cultura libera :-)

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